Mario Ciancio: ascesa, caduta ed ,oggi ,nuovamente in piedi

113 pagine sentenza di dissequestro beni (Corte di appello)  : “non risulta la pericolosità del Ciancio…”

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Non vi sono prove in appello. La Corte d’appello di Catania ha disposto così il dissequestro di tutti i beni di Mario Ciancio Sanfilippo -nella foto provato ed anziano – che era stato disposto dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale. Tra le motivazioni dei giudici di secondo grado anche la «mancanza di pericolosità sociale» dell’editore e imprenditore. Tra i beni dissequestrati anche le società che controllano i quotidiani La Sicilia e Gazzetta del Mezzogiorno e le emittenti televisive Antenna Sicilia e Telecolor.

Secondo la Corte d’appello di Catania il decreto impugnato «va conseguentemente annullato» perché, scrivono i giudici nelle 113 pagine della sentenza motivata, «non può ritenersi provata l’esistenza di alcun attivo e consapevole contributo arrecato da Ciancio Sanfilippo in favore di Cosa nostra catanese».

CIANCIO SALE IN VETTA   :            LE OMBRE E I CONTATTI  CON LE IMPRESE

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Ma cosa contestarono a Mario Ciancio i giudici catanesi?     Secondo gli atti “Mario Ciancio Sanfilippo è imprenditore tra i più attivi e facoltosi a Catania e nell’intera Sicilia. Per raggiungere gli scopi della propria variegata attività, che ha preso le mosse dall’editoria ed ha poi riguardato anche alcune tra le più lucrose speculazioni edilizie in territorio catanese, si è avvalso e si avvale ad oggi di una molteplicità di imprese, costituite in forma societaria, spesso con la partecipazione (talora formalmente esclusiva) della moglie Valeria Guarnaccia o dei figli Angela, Rosa Emanuela, Carla, Natalia e Domenico. Tali società debbono essere guardate come facenti parte di un vero e proprio gruppo, esistente di fatto, facente capo al proposto, che, infatti, ne dirige e coordina l’attività. La ricostruzione dei flussi finanziari relativi alle attività di impresa ed alle compravendite immobiliari consente di affermare che a monte di ciascun investimento e di ciascun acquisto (…) si trova la notevole provvista economica che il Ciancio Sanfilippo mette a disposizione della famiglia”.

Lo affermano  i giudici della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Catania nell’ordinanza di confisca dei beni nella disponibilità dell’holding Ciancio & family emessa il 20 settembre 2018. Un atto giudiziario che descrive nei minimi dettagli i presunti rapporti di affari tra uno dei più potenti personaggi della recente storia siciliana e italiana, l’editore-imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo e alcuni esponenti di Cosa Nostra. Business multimilionari generati innanzitutto dalla cementificazione del territorio e dalla trasformazione di centinaia di ettari di terreni agricoli in complessi turistico-immobiliari o megaparchi commerciali.

Colate di asfalto e cemento sul Pigno di Catania

Uno dei capitoli chiave dell’ordinanza dei giudici catanesi era -ricorderemo – interamente dedicato alla realizzazione nel 2010 del noto centro commerciale Le Porte di Catania a due passi dal quartiere Pigno e dell’aeroporto di Fontanarossa, con “128 negozi con i brand più glamour di abbigliamento e accessori, oggetti per la cura della casa e della persona, una ricca area di ristorazione, un ipermercato e oltre cinquemila posti auto”, come recita la brochure illustrativa della società che ne detiene il controllo, Ceetrus Italy (gruppo Auchan). Un progetto quello de Le Porte di Catania che prendeva il via – coincidenza vuole – lo stesso giorno in cui Mario Ciancio Sanfilippo e alcuni suoi partner economici (tra essi il chiacchierato costruttore messinese Antonello Giostra) avviavano le procedure per realizzare a Misterbianco, in contrada Cardinale, il parco commerciale denominato Mito.

 

“In data 28 febbraio 2003, ovvero quando la Euredil S.r.l. e la lmmencity One S.r.l. presentavano il progetto di polo commerciale integrato a Misterbianco, veniva richiesto al Comune di Catania dalla società ICOM S.r.l. il rilascio di concessione edilizia e autorizzazione all’apertura di un altro centro commerciale, da realizzarsi in variante allo strumento urbanistico vigente sempre su terreni riconducibili alla famiglia Ciancio”, annotano i R.O.S. dei Carabinieri in una loro informativa del 18 luglio 2013. Con deliberazione del 25 febbraio 2005, il Consiglio comunale di Catania esaminava il documento istruttorio redatto dal Direttore della VII Direzione Urbanistica e Gestione del Territorio, approvando il cambio delle destinazioni urbanistiche dell’area che nel vigente P.R.G. era stata destinata a verde agricolo. Alla data della delibera consiliare, i terreni del nascente centro commerciale Le Porte erano di proprietà della Sud Flora S.r.l., di cui risultavano soci l’editore Ciancio Sanfilippo e la moglie Valeria Guarnaccia. “I terreni di proprietà del Ciancio erano stati da lui acquistati nel 1973, mentre quelli della Sud Flora tra il 1991 e il 2002”, annotano gli inquirenti.

“La Sud Flora era stata costituita il 10 ottobre 1976 da Wilma Amelia Nofori e da Giuseppa Licciardo. Il primo elenco soci disponibile risale al 1999 ed in esso sono indicati quali titolari delle azioni i coniugi Ciancio. Va tuttavia rilevato che già alla data del 4 febbraio 1980 Valeria Guarnaccia aveva assunto la carica di amministratore unico, fatto, questo, dal quale può dedursi l’acquisto delle quote sociali da parte dei due coniugi già in quella data. Il 27 aprile 2007 tanto Mario Ciancio, quanto la moglie, cedevano tutte le quote della Sud Flora alla ICOM S.p.a., società che stava curando la realizzazione del parco commerciale Porte di Catania. Tale vendita, ovviamente, ha costituito un metodo per cedere all’acquirente i terreni di quali la Sud Flora era proprietaria senza sottostare ai più gravosi tributi dovuti per i trasferimenti immobiliari. La maggior parte degli investimenti nella Sud Flora ha avuto luogo in anni (1996, 1997,1998, 2000, 2001, 2002) nei quali i flussi economici negativi sono prevalenti rispetto a quelli positivi. Già tale considerazione consentirebbe di ritenere illecita l’attività imprenditoriale in oggetto, in quanto condotta perlopiù con capitali dei quali non è stata giustificata la provenienza. Va poi aggiunto che quantomeno dal 2003 la Sud Flora è stata finanziata e gestita in vista della sua cessione al soggetto che si sarebbe occupato della realizzazione del centro commerciale, operazione che, appare illecita per le infiltrazioni di Cosa Nostra nella stessa”.

La società acquirente, ICOM S.p.a. (già ICOM s.r.l.), era stata costituta il 16 marzo 2000 da un gruppo di imprenditori pugliesi e siciliani. Due anni dopo, in luogo di taluni dei soci fondatori subentrava la Insular Consulting S.r.l., società costituta da Vincenzo Viola e dai suoi familiari e della quale, nel corso degli anni, avevano fatto parte anche Giovanni Vizzini e Tommaso Mercadante. “Il 15 febbraio 2002 il Viola ed il Mercadante entravano nel consiglio di amministrazione della ICOM”, annotano i ROS. “Nel marzo 2003 i predetti Vizzini, Mercadante e Viola entravano a far parte direttamente della compagine sociale a seguito della cessione in loro favore di parte delle quote detenute dalla Insular Consulting. II 19 maggio 2003 Mario Ciancio Sanfilippo e Valeria Guarnaccia acquistavano il 34% circa del capitale sociale della ICOM. Così Mario Ciancio e Valeria Guarnaccia facevano parte di tale società unitamente agli allora soci Michele Annoscia, Pasquale Iamele, Donato Di Donna, Vincenzo Viola, Loredana Leone, Tommaso Mercadante, Luigi Mellina, Giovanni Vizzini, Michele Castiglione e l’avvocato-editore Fabrizio Lombardo Pijola. La compagine sociale subiva un mutamento nel 2005, quando ai soci Annoscia, Iamele e Lombardo Pijola subentrava la Sircom Real Estate S.p.a.”. La Sircom è una nota società di promozione e sviluppo immobiliare (centri commerciali, resort, hotel, centri congressi, ecc.) con sedi centrali a Bari e Milano.

Il 27 aprile 2007 si registrava un nuovo mutamento tra le compagini societarie impegnate nell’affaire Le Porte; i soci (compresi i coniugi Ciancio-Guarnotta) cedevano infatti le quote della ICOM alla ImmobiliarEuropea S.p.a. e alla Gallerie Commerciali S.p.a.: la prima con sede a Milano (scopo sociale lo sviluppo di centri commerciali per la grande distribuzione, strutture ricettive-alberghiere e porticcioli turistici) e riferibile all’imprenditore-editore sardo Sergio Zuncheddu; la seconda invece interamente controllata da una società di diritto olandese, la I.D.C. Int. Development Corp. N.V., titolare della nota holding francese Auchan. Secondo quanto riferito agli inquirenti dall’allora dirigente del settore sviluppo di Auchan S.p.a. Carlo Salvini, le somme dovute per la vendita delle quote ICOM alla ImmobiliarEuropea e alla Gallerie Commerciali sarebbero state così corrisposte: il 50% all’atto della vendita ed il restante 50% suddiviso in tre tranche, rispettivamente, dopo l’approvazione della variante in corso d’opera, all’approvazione della proroga delle autorizzazioni commerciali e all’inaugurazione del centro commerciale. Stando alla documentazione contabile acquisita nel corso delle indagini, il 19 giugno 2007 l’assemblea straordinaria dei soci della Sud Flora deliberò altresì la fusione della società per incorporazione nella ICOM S.p.a.. Grazie alla cessione delle proprie quote alla ICOM, la Sud Flora ottenne nell’anno fiscale 2007 ricavi per 5.111.984 euro.

Le plusvalenze milionarie di Ciancio & soci

Ma i magistrati catanesi approfondirono la problematica. “Oltre a consolidare la propria presenza nel tessuto economico catanese, Mario Ciancio Sanfilippo e familiari –  – conseguivano importanti guadagni derivanti dalla monetizzazione delle plusvalenze, attraverso la vendita delle azioni della ICOM. “In particolare, il dott. Ciancio (e sua moglie) cedevano il 33% delle loro quote ICOM ricevendo quale prezzo la somma complessiva di 12.400.000 euro. In pari data, ICOM S.r.l. comprava da Ciancio Sanfilippo Mario, quale persona fisica, i terreni in contrada Bicocca di cui questi era proprietario ed acquistava le azioni della Sud Flora S.p.A. (di Ciancio e della moglie Guarnaccia), società quest’ultima proprietaria di altra parte dei terreni necessari per la costruzione del centro commerciale. Il prezzo pagato dalla ICOM a Ciancio (compreso il prezzo della Sud Flora) ammonta a 15.730.216 euro. Complessivamente, quindi, Ciancio riceveva per l’affare la somma complessiva di 28.130.216 euro”. Altrettanto rilevanti i ricavi conseguiti dagli altri soci ICOM: 9,6 milioni di euro in tutto, di cui 1.532.082 a Vincenzo Viola, 910.118 a Tommaso Mercadante e 4.850.770 alla Sircom Real Estate S.p.a. di Bari-Milano.

“Quanto alle persone fisiche componenti le società in esame, va rilevato che Vincenzo Viola è un uomo politico siciliano, europarlamentare per il Patto Segni negli anni Novanta; si tratta di soggetto il quale, pur non ricoprendo all’epoca dei fatti alcun ruolo politico attivo, era molto vicino agli ambienti politico-amministrativi regionali siciliani”, riporta la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Catania. Già funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, vicedirettore del Servizio studi legislativi e capo dell’Ufficio del bilancio, Vincenzo Viola fu eletto al Parlamento di Strasburgo nel 1995, ricoprendo l’incarico di coordinatore del gruppo PPE per le relazioni euro-mediterranee. Dopo l’Europarlamento, nel 2001 è stato nominato dal Presidente della regione Siciliana consigliere d’amministrazione del Banco di Sicilia, in quota Alleanza nazionale.

Non meno rilevante la figura dell’altro socio di Ciancio Sanfilippo in ICOM, Tommaso Mercadante, figlio di Giovanni Mercadante, il primario di radiologia a Palermo ed ex deputato regionale di Forza Italia condannato a 10 anni e 8 mesi per il delitto di associazione mafiosa con sentenza della Corte di Appello di Palermo del 21 marzo 2014, irrevocabile dall’8 aprile 2015 (Mercadante era stato condannato in primo grado e assolto in appello, con sentenza poi annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione). “Giovanni Mercadante è nipote di Tommaso Masino Cannella, capo della potente famiglia di Prizzi, ritenuto uno degli uomini di vertice di Cosa Nostra, vicinissimo all’allora latitante Bernardo Provenzano”, scrivono i giudici etnei. “Proprio il Mercadante, come emerge dalle dichiarazioni di numerosi collaboranti, tra i quali Giovanni Brusca, Angelo Siino e Antonino Giuffrè, era tra i soggetti coinvolti nella gestione della latitanza di Provenzano”. Gli inquirenti hanno accertato come tra i due Mercadante ci fossero anche relazioni di tipo economico. “Il 27 maggio 2011 Tommaso Mercadante conferiva al padre Giovanni Mercadante, frattanto assolto dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza del 21 febbraio 2011, delega ad operare sul proprio conto”, annotano nell’ordinanza di sequestro dei beni dell’editore Ciancio. “Proprio questo ultimo particolare consente di affermare che Tommaso Mercadante fosse prestanome del padre Giovanni, effettivo socio della ICOM, per conto del quale aveva ricevuto il pagamento dell’ultima tranche del prezzo di cessione delle quote di tale società alla ImmobiliarEuropea ed alla Gallerie Commerciali; ed invero, solamente quando Giovanni Mercadante era stato assolto dal delitto di associazione mafiosa, e quindi, nella sua percezione, non vi erano più pericoli a gestire personalmente le somme derivanti dall’operazione ICOM, il figlio gli aveva rilasciato delega ad operare sul conto sopra descritto e, pertanto, gli aveva consentito di disporre di dette somme (Giovanni Mercadante non poteva ovviamente sapere che la Suprema Corte avrebbe annullato la sentenza di assoluzione con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Palermo, che avrebbe invece confermato la condanna emessa)”.

Relativamente ad altro socio ICOM, Giovanni Vizzini, la Procura ha accertato trattarsi del fratello di Carlo Vizzini, pluriministro tra il 1982 e il 1992 (in particolare ha guidato i dicasteri delle Poste e telecomunicazioni e della Marina mercantile), già segretario del Psdi tra il 1992 e il 1993, poi esponente politico di Forza Italia e Pdl. “La figlia di Carlo Vizzini, Maria Sole, ha sposato Vincenzo Rappa, figlio di Filippo Rappa; questi è stato sottoposto a procedimento penale per i delitti di riciclaggio aggravato e di associazione a delinquere di tipo mafioso, ma è stato assolto da tali reati ex art. 530 c.p., rispettivamente ai sensi del primo e del secondo comma. Va tuttavia rilevato che la famiglia Rappa annovera tra le sue fila il capostipite Vincenzo Rappa, padre di Filippo, condannato per il delitto di cui all’art. 416-ins c.p., con sentenza irrevocabile”, annotano gli inquirenti.

Sulla famiglia Rappa e su Giovanni Mercadante ha reso importanti dichiarazioni l’ex imprenditore Massimo Ciancimino, figlio di don Vito Ciancimino, il sindaco Dc del sacco di Palermo contiguo agli ambienti mafiosi corleonesi. “Nei propri interrogatori del 10 aprile 2009 e 8 maggio 2009, Massimo Ciancimino ha riferito che i due erano soggetti vicini al padre e che essi avevano avuto anche problemi con la giustizia per reati di mafia”, si riporta nell’ordinanza di sequestro dei beni della famiglia Ciancio. “In particolare, il capostipite, Vincenzo Rappa, era stato condannato per il delitto di associazione mafiosa. Il nipote del Rappa era sposato con la figlia del già menzionato Carlo Vizzini e le due famiglie erano legate da forte amicizia. Il Ciancimino ha riferito in tali occasioni che in quanto figlio di Vito Ciancimino, aveva avuto modo di prendere parte alla attività del padre, che comprendeva pure incontri con appartenenti al mondo imprenditoriale, anche catanesi, quali Costanzo, Rendo ed altri; ha riferito inoltre dei rapporti esistenti tra il Ciancio Sanfilippo e la famiglia Rappa, affermando, in particolare, che l’odierno proposto era legato a soggetti palermitani vicini a Cosa Nostra…”.

 

Gli inquirenti ritengono che nonostante la cessione delle quote della ICOM, Mario Ciancio Sanfilippo, unitamente all’ex europarlamentare Vincenzo Viola, continuò ad occuparsi dello sviluppo del progetto del centro commerciale Porte di Catania. Questa convinzione è suffragata dal tenore di due conversazioni intercettate il 28 luglio 2008 dal R.O.S. dei Carabinieri proprio nell’ufficio del potente signore dei media siciliani. “A tali conversazioni avevano preso parte, oltre al Ciancio Sanfilippo, Raffaele Lombardo, all’epoca Presidente della Regione Siciliana (l’elezione era avvenuta solo pochi mesi prima Nda), Vincenzo Viola, Sergio Zuncheddu, Carlo Ignazio Fantola (consigliere di amministrazione della ImmobiliarEuropea) e Carlo Salvini (dirigente del gruppo La Rinascente – Auchan)”, scrivono i giudici. “Nel corso di tale riunione, gli interlocutori discutevano di una variante edilizia da apportare al progetto del centro commerciale, che volevano evitare fosse sottoposta al vaglio del Consiglio comunale e attirasse le attenzioni dell’Autorità Giudiziaria. La soluzione veniva trovata dal Lombardo, il quale affermava che si sarebbe attivato, tramite l’architetto Matteo Zapparrata, già dirigente tecnico della Provincia Regionale di Catania (della quale lo stesso Lombardo era stato Presidente, prima di essere eletto alla carica di Capo del Governo Regionale), affinché detta variante venisse approvata dai tecnici comunali”. L’ingegnere Zapparrata è ritenuto uomo di assoluta fiducia di Raffaele Lombardo; inoltre è stato alla guida della Direzione Urbanistica e Gestione del Territorio del Comune di Catania dall’1 gennaio al 31 dicembre 2008.

In verità, l’11 novembre 2008, la dirigente del Servizio attuazione della Pianificazione del Comune di Catania, l’architetta Gabriella Sardella, rilasciava alla ICOM S.p.a. la variante alla concessione edificatoria “per modifiche in corso d’opera alla nuova costruzione di parco commerciale in corso di realizzazione in Contrada Bicocca”, proprio come auspicavano i partecipanti al meeting ospitato da Mario Ciancio. “Si ricava quindi dagli elementi sopra evidenziati la circostanza che, nonostante la vendita delle quote della ICOM, ancora alla data del 28 luglio 2008, il Ciancio Sanfilippo curava personalmente il buon andamento dell’affare (…) con Raffaele Lombardo, da poco divenuto Presidente della Regione Siciliana, il quale formalmente non rivestiva alcun incarico istituzionale che gli attribuisse competenze in ordine all’iter burocratico del progetto. Deve conseguentemente ritenersi che la riunione fotografata dalle due conversazioni intercettate avesse ad oggetto la ricerca di una via parallela per la risoluzione di un problema amministrativo che avrebbe richiesto molto più tempo e non sarebbe neppure stata garantita”, commentano i giudici della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Catania.

INTERCETTAZIONI

Le intercettazioni del R.O.S. dei Carabinieri evidenzierebbero pure come alcuni protagonisti dell’affaire si sarebbero adoperati per ottenere l’approvazione di un disegno di legge che aumentava la volumetria disponibile per i centri commerciali in Sicilia. Due i dialoghi chiave in mano agli inquirenti: il primo è stato intercettato il 6 dicembre 2005 tra Rosario Ragusa “soggetto vicino ai vertici catanesi di Cosa Nostra” e Marcello Massinelli, all’epoca dei fatti consigliere economico dell’allora Presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro; il secondo, due giorni dopo, ancora tra Rosario Ragusa e Fulvio Reina, socio di Marcello Massinelli nella società di intermediazione che si occupava di vendere le quote della “Tenutella S.r.l.”, la società a capo dell’omonimo centro commerciale di Misterbianco in via di costruzione ancora una volta su terreni di proprietà di Ciancio Sanfilippo. “In particolare, nel corso delle conversazioni, gli interlocutori ponevano in rilievo la circostanza che tale disegno di legge avrebbe agevolato il Ciancio Sanfilippo e i suoi interessi”, aggiungono i giudici. “Ed in effetti l’emendamento in questione era relativo alla legge regionale 20/2005, avente ad oggetto Misure per la competitività del sistema produttivo con modifiche alla disciplina degli interventi per le imprese commerciali. Il comma 4 dell’art. 7 cit. prevedeva infatti che nelle more di una più compiuta programmazione della rete distributiva (… ) l’Assessore regionale per la Cooperazione, il commercio, l’artigianato e la pesca provvede, entro trenta giorni dalla pubblicazione della presente legge, ad una revisione dei limiti e delle condizioni per il rilascio delle autorizzazioni per le grandi strutture di vendita nei territori delle grandi aree metropolitane prevedendo, in particolare, un incremento non inferiore ad un terzo dei limiti di superficie attualmente vigenti…”.

Il 20 marzo 2013, Raffaele Lombardo, nell’udienza preliminare del procedimento a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa, in riferimento all’approvazione dell’emendamento alla legge regionale 20/2005 che consentiva l’incremento delle superfici da destinare a grandi centri commerciali, ha ammesso di essersi effettivamente occupato della questione relativa alla variante urbanistica del P.R.G. con riferimento al Porte di Catania e che tale questione era stata sottoposta alla sua attenzione, in occasione di un incontro avvenuto nell’anno 2003, dal Ciancio Sanfilippo e da Vincenzo Viola. Ricordo bene che me ne parlò di questa cosa, quando ne parlammo col dottore Ciancio, questa persona che io conoscevo bene e che credo abbia avuto un ruolo nella vicenda, cioè l’onorevole Viola, che fu parlamentare europeo, ma che era stato vice-segretario generale dell’Assemblea Regione Siciliana, ha riferito l’ex governatore Lombardo. Enzo Viola era interessato a questa cosa. Può darsi che lui d’accordo con Ciancio portasse gli investitori o roba del genere. Io l’ho interpretato così, l’ho vissuto così il discorso di Viola. Non mi sembrava Viola uno che ci mette, che so, dieci milioni di euro per fare una operazione del genere, o cento….

Subappaltatori attivi e mancati in odor di mafia

I lavori del centro commerciale Porte di Catania furono poi realizzati dalla società ImmobiliareEuropea S.pA. quale general contractor; le  opere di accantieramento furono affidati alla Framer S.r.l. dei fratelli Francesco e Massimiliano Antonio Laudani, trasformata nel maggio 2007 in Framer S.pA., mentre per la movimentazione terra fu scelta la Fratelli Basilotta S.p.A. (dal 16 aprile 2009 rinominata In.Co.Ter Infrastrutture Costruzioni Territorio S.p.A.), di proprietà di Salvatore Basilotta figlio di Vincenzo Basilotta e di Luigi Agatino e Giuseppe Basilotta, fratelli di Vincenzo. “Vi è una serie di ulteriori conversazioni, intercettate nell’ambito del procedimento penale n. 890/07 (la cosiddetta operazione antimafia Iblis), dalle quali si evince che le imprese che avrebbero dovuto effettuare i lavori di movimento terra (In.Co.Ter dei F.lli Basilotta) e le strutture cementizie (ICOB) facevano a loro volta capo a soggetti appartenenti a Cosa Nostra catanese e calatina”, rilevano gli inquirenti della Procura. “Vanno, a tale riguardo, esaminate le figure di Mariano Cono Incarbone e di Vincenzo Basilotta; il primo è soggetto condannato per il delitto di associazione mafiosa, in esito al menzionato procedimento penale Iblis, con sentenza della Corte di Appello di Catania del 10 settembre 2014 irrevocabile il 7 giugno 2016; l’appartenenza dello stesso alla famiglia Santapaola-Ercolano è quindi definitivamente accertata”.

I favori del direttore responsabile de La Sicilia al mafioso Ercolano emergono pure  da una convocazione nella direzione del giornale di Concetto Mannisi, componente pure del consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, giovane giornalista interno, cronista,alle dipendenze della Società che defini “Ercolano boss mafioso”

Mario Ciancio lo convocò nella sua stanza al primo piano-affianco la cronaca – presente Giuseppe Ercolano, ufficialmente imprenditore ma a capo dell’omonimo clan

Il cronista si difese col dire che ” rispose a una domanda del presidente della prima sezione penale del Tribunale di Catania,  dr.Roberto Passalacqua del Tribunale di Catania.

La contestazione interna era l’interesse giornalistico  sull’azienda Avimec della famiglia Ercolano. Dopo l’incontro il cronista, «palesemente infastidito per l’accaduto»,secondo comunicazioni rese note dal suo giornale, aveva  chiesto «chiarimenti» al suo direttore, che gli ha risposto che lo aveva chiamato per fare capire come «nel suo articolo non ci fosse alcuna malizia, ma che era soltanto un giovane cronist

Poi le indagini scoprirono che il direttore Ciancio avesse una cospicua somma -si parla di milioni e milioni di euro- depositata pure in Svizzera.” Proviene dal lavoro e dalla mia famiglia” fu sostanzialmente la difesa d’ufficio di Ciancio .

Non sappiamo ancora se la dottssa Agata Santonocito , sostituto Procuratore della Repubblica ,e il P.m Antonino Fanara che hanno avuto gli elementi iniziali,condurrànno l’intera complessa problematica insieme alla Finanza oltre l’appello in Cassazione perchè le ombre effettivamente restano- come gli inmcontri-  e sono incancellabili ma oggi l’appello, la sentenza esclude “ogni forma di pericolosità sociale” nè  “risulta  accertata e provata alcuna sproporzione tra i redditi di provenienza legittima di cui il preposto il suo nucleo familiare potevano disporre la liquidità utilizzate nel corso del tempo».

Ricorderemo che nei confronti del  direttore Mario Ciancio nel 2016 l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia,con apposita delibera,comminò la sanzione disciplinare della censura, per aver eluso il tariffario professionale di pagamento ad alcuni collaboratori sul giornale La Sicilia. In quell’occasione il suo legale riferì al consiglio di disciplina che il Ciancio fosse il direttore e non l’economo che valutava i pezzi giornalistici. L’Ordine non gli credette contestandogli -coerentemente con l’esposto dei giornalisti sfruttati, che fosse notoriamente anche l’editore, quindi responsabile  dei micropagamenti ai giornalisti collaboratori -autori di una notevole attività professionale-de La Sicilia.

Brucia la villa del marito su consiglio dei tarocchi di una “fattucchiera”

Video Carabinieri di Catania

Nei guai una donna maga/fattucchiera che voleva sopperire alla delusione dell’amica abbandonata dal marito.   Voleva ad ogni costo riavere il marito che l’aveva lasciata e per questo aveva  bruciato la villa in cui l’uomo abitava con la figlia, su consiglio  di un’amica ‘fattucchiera’ e dell’ex marito di quest’ultima. E’ stata ammessa ai domiciliari e poi scarcerata l’autrice dell’incendio avvenuto la il 3 febbraio in via Gattuso a Trecastagni, nel catanese.

Le indagini dei carabinieri hanno permesso di ricostruire quanto accaduto. La donna, collaborando con gli inquirenti, ha raccontato di essere stata lasciata dal marito lo scorso settembre e che, presa dallo sconforto e dalla disperazione, si era avvicinata a una 59enne, divenuta poi sua complice nell’incendio, che le aveva dato dei consigli fino a quando non le aveva fatto maturare l”idea di bruciare la casa dove abitava il marito, in modo da farlo tornare da lei, raccomandandole di mantenere il silenzio qualora fossero state scoperte, al fine di evitare le gravi ripercussioni causate dal ‘malocchio’.

Per tutti l’accusa è di concorso in incendio doloso aggravato dal fatto di aver messo in pericolo la pubblica incolumità. I militari, proprio durante la perquisizione in casa della chiaroveggente, hanno rinvenuto e sequestrato i tipici tarocchi utilizzati dalle cartomanti per “predire il futuro” o consigli vari nel lavoro e nella vita.

DIRIGENTI DELLA REGIONE SICILIANA IN MANETTE PER CORRUZIONE E FALSO

UNA CLASSE DIRIGENZIALE SICILIANA ” VOLTA A FAVORIRE LE RICHIESTE MILIONARIE DEI CONTRIBUTI EUROPEI”

 

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Il Tribunale di Palermo

 

PALERMO –

Regione siciliana coinvolta in un’inchiesta di corruzione e mazzette. I finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo hanno eseguito 24 misure cautelari di cui 4 custodie cautelari in carcere, 12 arresti domiciliari e 8 obblighi di dimora.  Funzionari e imprenditori accusati a vario titolo di associazione a delinquere, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione, falso in atto pubblico, rivelazione di segreto d’ufficio, soppressione e occultamento di atti pubblici.

Disposto anche il sequestro preventivo di 14 imprese, 3 con sede in Ungheria, Austria e Romania, per un valore di circa 24 milioni di euro, e il sequestro, anche per equivalente, di disponibilità finanziarie, beni mobili e immobili per oltre 12,5 milioni di euro. Bloccata  l’erogazione di contributi indebiti per 3,5 milioni di euro.

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Le inchieste degli inquirenti si possono suddividere in due tronconi di indagini: la prima relativa alla percezione indebita di finanziamenti pubblici, la seconda dell’operato dei funzionari pubblici che avrebbero dovuto controllare i requisiti e l’attribuzione dei punteggi per l’ammissione al contributo delle domande di finanziamento.

Controllate così le domande di finanziamento sulle misure 121 e 123 del PSR Sicilia 2007/2013 per circa 10 milioni di euro percepiti tra il 2012 e il 2018 da due società riconducibili agli imprenditori Giovanni e Francesco Di Liberto. In particolare la DI LIBERTO S.r.l., ha avuto quasi 6 milioni di euro per l’ammodernamento dell’azienda agricola e per la realizzazione di un mattatoio a Ciminna (PA) e la LPB Soc. Coop oltre 4 milioni di euro per la realizzazione di un complesso agro-industriale nel comune di Monreale (PA).

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Nella foto d’Archivio il Procuratore Capo di Palermo Francesco Lo Voi

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di una organizzazione criminale, ideata dai fratelli Di Liberto, finalizzata a ottenere in modo illecito finanziamenti pubblici concessi dalla Regione Siciliana con la complicità di professionisti e di Filippo Cangialosi, funzionario istruttore dell’I.P.A. di Palermo.

I Di Liberto, anche attraverso fatture false, sono riusciti a incassare indebitamente non solo le erogazioni relative a due domande di finanziamento, ma, nel mese di dicembre 2019, anche la prima tranche di una terza domanda di un sussidio di 2,5 min. La truffa è stata messa a segno documentando costi superiori a quelli sostenuti attraverso false fatturazioni emesse da società italiane ed estere.

La seconda attività di indagine ha dimostrato l’esistenza di pratiche clientelari volte a favorire alcune domande di finanziamento relative ai PSR Sicilia 2007/2013 e PSR Sicilia 2014/2020, realizzate da pubblici ufficiali in servizio all’IPA di Palermo. L’inchiesta ha svelato la complicità tra chi chiedeva finanziamenti e alcuni dirigenti e funzionari dell’IPA di Palermo. Lo scopo era ottenere finanziamenti pubblici milionari concessi dalla Regione Siciliana alterando o sostituendo i documenti presentati a supporto delle richieste.

La figura dominante dell’inchiesta  è quella di  Filippo Cangialosi. Cangialosi, che oltre a far avere sussidi indebiti a due imprenditori di Belmonte Mezzagno, sarebbe stato corrotto da Giuseppe Tavarella, un altro funzionario dello stesso ente e già legale rappresentante del CONSORZIO AGRARIO di Palermo S.c.a.r.l.

Cangialosi, in relazione alle domande di finanziamento e di pagamento presentate alla Regione da questa società, avrebbe attestato falsamente di aver svolto controlli, concludendo la procedura con esito positivo. In cambio il funzionario avrebbe ottenuto da Tavarella una corsia preferenziale per alcune domande di finanziamento presentate da soggetti a lui vicini.
Altro funzionario corrotto sarebbe Cosimo Antonino D’Amico, all’epoca dei fatti a capo dell’IPA di Palermo. D’Amico sarebbe stato avvicinato da uno degli indagati ,Giuseppe Guttadauro, per avere sussidi regionali per oltre 3,5 milioni di euro.

In particolare, D’Amico sarebbe intervenuto sui membri delle commissioni di controllo affinché condizionassero favorevolmente le valutazioni sulle istanze presentate da Guttadauro producendo false attestazioni, distruggendo documenti compromettenti per poi sostituirli con documenti regolari. In cambio avrebbe ottenuto la promessa che il suo nominativo sarebbe stato preso in considerazione per l’incarico di capo di gabinetto dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana. I membri della commissione Lilli Napoli e Maria Concetta Catalano, invece, rispondono dei delitti di tentata truffa per il conseguimento di pubbliche erogazioni e falso.

Di rivelazione di segreti d’ufficio, falso ideologico e materiale in atto pubblico, soppressione occultamento e distruzione di atto pubblico sono indagati oltre a D’Amico e Cangialosi, Gaetano Ales, funzionario dell’IPA di Palermo, Vincenzo Geluso, all’epoca dei fatti sindaco del Comune di San Cipirello e attualmente componente dell’Ufficio di gabinetto dell’Assessore Regionale all’Agricoltura, e Salvatore Picardo responsabile dell’area 4 tecnica – SUAP del Comune di San Cipirello. Sono indagati in relazione ad una domanda di finanziamento di 159 mila euro presentata dal Comune di San Cipirello e relativa ad un progetto per la riqualificazione dell’area a parcheggio e la realizzazione di un centro di informazione turistica. Gli indagati avrebbero alterato atti pubblici, allegati alla pratica di finanziamento già assunta in carico dall’IPA di Palermo, inserendo delle date che non erano state indicate in sede di deposito. Il piano non è andato a buon fine perché l’opera non risultava inserita dal Comune nel programma triennale delle opere pubbliche.

In manette sono finiti i fratelli Giovanni Salvatore e Francesco Di Liberto, il primo amministratore unico della DI LIBERTO S.r.l. e il secondo ex rappresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Filippo Cangialosi, ex funzionario dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura – I.P.A. di Palermo e attualmente in servizio al Dipartimento dell’Agricoltura dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura e Paolo Guarrusso, amministratore unico della MEATECH Gmbh.

Arresti domiciliari per Vincenzo Geluso, ex sindaco del Comune di San Cipirello e attualmente componente dell’Ufficio di gabinetto dell’Assessore Regionale all’Agricoltura; Antonio Cosimo D’Amico, ex ispettore capo dell’I.P.A. di Palermo e attualmente Dirigente del Dipartimento dell’Agricoltura dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura; Maurizio Di Liberto, tecnico progettista della DI LIBERTO S.r.l., Nunzia Pipitone, prestanome e moglie di Salvatore Di Liberto, Roberto Percivale, intermediario all’estero dei fratelli Di Liberto, Marco Iuculano, rappresentante legale della LPB Soc. Coop., Giovanni Calì, attuale rappresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Riccardo Puccio e Francesco Sclafani, ingegneri di Marineo, Giuseppe Guttadauro, avvocato e imprenditore agricolo, Alessandro Li Destri, imprenditore agricolo e Giuseppe Taravella, rappresentante del Consorzio Agrario di Palermo S.c.a.r.l. e poi in servizio presso l’Ispettorato dell’agricoltura di Palermo.

Obbligo di dimora nel comune di residenza per Lilli Napoli e Maria Luisa Virga, dirigenti presso l’I.P.A. di Palermo, Gaetano Ales, funzionario dell’IPA di Palermo, Salvatore Picardo, responsabile dell’area 4 tecnica – SUAP del Comune di San Cipirello, Ciro Spinella, agronomo di Marineo, Girolamo Lo Cascio,r appresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Alessandro Russo, tecnico progettista della DI LIBERTO S.r.l. e Maria Concetta Catalano, dirigente dell’Ufficio intercomunale dell’agricoltura «Basse Madonie».

Corruzione Genio civile di Messina: le mazzette registrate in diretta con le “cimici” dalla Polizia

Privilegi, un soggiorno in albergo, mazzette per ogni appalto al dirigente del Genio civile

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MESSINA

Corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e fittizia intestazione di beni.Sono questi i reati che hanno indotto la Questura di Messina ad arrestare un funzionario pubblico del Genio civile i Messina e un altro di Trapani. Entrambi avrebbero intascato delle mazzette. L’inchiesta, chiamata ‘Ottavo cerchio’, ha preso il via la notte di Capodanno del 2019, quando furono sparati dei colpi di pistola contro la saracinesca di un esercizio commerciale, una tabaccheria sita in zona Camaro.

Dapprima si pensò che l’episodio “costituisse un preciso segnale intimidatorio rivolto ai titolari dell’esercizio per un possibile intento estorsivo”, poi approfondite le indagini si è scoperta “l’esistenza di un sistema di corruzione che coinvolgeva, a vario titolo, persone operanti sia nel settore pubblico che in quello privato”.

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Quattordici, in totale, le persone indagate, undici delle quali raggiunte da misure cautelari. È anche in corso di esecuzione il sequestro preventivo del complesso di beni e utilità economiche di una società commerciale.

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dal Procuratore capo di Messina Maurizio de Lucia, tra gli arrestati di oggi, un imprenditore avrebbe stipulato un accordo con un funzionario del Genio Civile. Per ogni appalto vinto avrebbe pagato duemila euro.

Le mazzette intascate dai due funzionari di Messina e di Trapani sono state registrate in diretta dalle ‘cimici’ degli investigatori della Squadra mobile di Messina. In particolare, le intercettazioni hanno registrato le tangenti durante le conversazioni degli indagati. In un caso, sarebbe stato offerto al dirigente del Genio Civile un soggiorno in albergo e altri privilegi.

Fra le persone finite in manette, c’è anche una ‘talpa’ al Palazzo di giustizia di Messina che passava notizie riservate ad alcuni imprenditori. Si tratta dell’autista di un magistrato, accusato di corruzione, che è agli arresti domiciliari. Era in servizio alla Direzione distrettuale antimafia di Messina.

 

 

MAFIA ED AFFARI SPORCHI AL COMUNE DI PALERMO

 

Gli arrestati, tra cui due anche due imprenditori accusati di corruzione  e falso ideologico in atto pubblico

Pentito svela un giro di mazzette al Comune di Palermo: arrestati consiglieri e funzionari

PALERMO

Due consiglieri comunali di Palermo, due funzionari del Comune, un architetto e due imprenditori sono finiti in manette per reati gravi di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione e falso ideologico in atto pubblico.  I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e i carabinieri del Reparto Operativo di Palermo hanno notificato la misura cautelare degli arresti domiciliari a

Sandro Terrani, 51 anni, di Italia Viva, membro della Commissione Bilancio, e Giovanni Lo Cascio, 50 anni, del Pd, presidente della Commissione Urbanistica, lavori pubblici, edilizia privata. Ai domiciliari anche i funzionari comunali Mario Li Castri, 56 anni, ex dirigente dell’Area Tecnica della Riqualificazione Urbana, e Giuseppe Monteleone, 59 anni, ex dirigente dello Sportello Unico Attività Produttive, l’architetto Fabio Seminerio, 57 anni, e gli imprenditori Giovanni Lupo, 77 anni, di San Giovanni Gemini e Francesco La Corte, 47 anni, di Ribera, amministratori della ditta edile BIOCASA s.r.l. All’architetto Agostino Minnuto, 60 anni, di Alia, è stato notificato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Gli inquirenti informano che  a rivelare ai magistrati di Palermo il comitato d’affari al Comune tra consiglieri comunali, dirigenti, professionisti e imprenditori, è stato il pentito Filippo Bisconti, imprenditore edile arrestato dai carabinieri per associazione mafiosa il 4 dicembre 2018 nell’inchiesta Cupola 2.0 e ritenuto a capo del mandamento di Misilmeri-Belmonte Mezzagno. L’ex boss ha raccontato agli inquirenti circostanze e dinamiche interne agli uffici tecnici comunali, riferendo in particolare gli interessi coltivati per anni dai dirigenti comunali Li Castri e Monteleone e da un architetto.

 Dall’indagine è emerso  che nel 2016, l’architetto Fabio Seminerio, presentò – per conto di numerosi imprenditori – tre progetti per la lottizzazione di aree industriali dismesse del Comune di Palermo (via Maltese, via Messina Marine e via San Lorenzo) e per la realizzazione di 350 unità abitative di edilizia sociale residenziale convenzionata. Per derogare al piano regolatore generale, condizione necessaria per effettuare i lavori, era necessario che il Consiglio Comunale attestasse il pubblico interesse delle iniziative. L’istruttoria sulle proposte di deliberazione fu curata da Mario Li Castri, all’epoca a capo dell’Area Tecnica del Comune, anche lui arrestato, che, in evidente situazione incompatibilità, quale socio in affari di Seminerio, rilasciò parere favorevole anche in mancanza di alcuni requisiti di ammissibilità in materia di edilizia convenzionata. In cambio, dagli imprenditori Francesco La Corte e Giovanni Lupo, interessati all’approvazione dei piani, avrebbe ottenuto la promessa di assegnare a Seminerio la direzione dei lavori. L’architetto avrebbe girato poi a Li Castri una parte dei profitti incassati a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio Comunale delle tre proposte di deliberazione.

Giuseppe Monteleone, ex dirigente dello Sportello Unico Attività Produttive, è stato arrestato perchè ” avrebbe curato la delibera relativa all’ex area industriale di via San Lorenzo. I consiglieri comunali arrestati Sandro Terrani e Giovanni Lo Cascio, poi, in cambio di regali, si sarebbero mossi per velocizzare la calendarizzazione e l’approvazione delle tre proposte di costruzione in deroga al piano regolatore. Il 7 novembre 2019 il Consiglio Comunale espresse comunque parere contrario alle proposte. In un altro episodio Li Castri, sempre nel suo ruolo di dirigente comunale, avrebbe accordato una variante a una concessione edilizia della ditta dei due imprenditori, la BIOCASA, consentendo di aumentare le unità abitative da realizzarsi da 72 a 96. Il progetto era stato redatto anche in questo caso dal suo ex socio in affari Seminerio, a cui fu assegnato l’incarico di direttore dei lavori.

Ma non è tutto -Monteleone  avrebbe curato anche alcune pratiche di concessione edilizia presentate dalla BIOCASA per la realizzazione di un ulteriore complesso immobiliare sempre a Palermo, avallando varianti in aumento per consentire la realizzazione di un maggior numero di unità abitative (da 96 sarebbero arrivate a 133). In cambio, gli imprenditori avrebbero garantito una mazzetta di 15mila euro. I due costruttori poi avrebbero dato a una strettissima amica di Monteleone diversi incarichi professionali, facendole incassare grosse somme di denaro.

Queste le altre notizie fornite dagli investigatori. Li Castri e Monteleone, ex dirigenti del Comune di Palermo, nel marzo 2018 erano già stati condannati a due anni, in primo grado, insieme ad altre 19 persone (funzionari comunali, tecnici, imprenditori e un notaio), per la lottizzazione abusiva di via Miseno (dove entrambi risultano residenti e dove 12 villette sono state confiscate dalla magistratura), nella borgata marinara di a Mondello. Sulla vicenda, spiega l’avvocato di Li Castri, Marcello Montalbano, «è in corso il processo d’appello, anche per quanto riguarda la confisca. La lottizzazione – aggiunge – non riguarda l’attività di pubblico funzionario di Li Castri». La terza sezione penale, allora presieduta da Marina Petruzzella, trasmise gli atti alla Procura per nuove indagini sui casi emersi in dibattimento e rimasti fuori dal processo. Poco prima della sentenza di primo grado Li Castri era stato nominato dall’amministrazione comunale nel Cda dell’Amg Gas. Nell’agosto 2015, quando Li Castri era già stato rinviato a giudizio, fu comunque nominato dirigente comunale. Al processo il Comune si costituì parte civile per aver subito un «danno d’immagine» e gli fu riconosciuta una provvisionale di 500 mila euro.

Secondo il pm Francesco Gualtieri, titolare dell’accusa nel processo di primo grado, per costruire le villette era necessario che il Consiglio comunale approvasse un piano particolareggiato, passaggio che non avvenne.

Operazione “Dinastia”: i Carabinieri mettono in ginocchio i mafiosi di Barcellona P.G.

 

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MESSINA-

Sono  59 le persone destinatarie di una notifica di  ordinanza di custodia cautelare in carcere emesse dal gip della città dello Stretto su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia.      I reati contestati nell’avviso giudiziario sono  di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, violenza e minaccia con l’aggravante del metodo mafioso.

L’operazione è stata condotta dai  carabinieri del Comando provinciale di Messina e del Ros,. Denominata ‘Dinastia’, è in ginocchio adesso la famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Le indagini hanno condotto all’arresto di affiliati e gregari del clan barcellonese, che “negli ultimi anni ha investito nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, per integrare i proventi illeciti derivanti dalle estorsioni” spiegano gli investigatori dell’Arma.

I gestori del traffico di droga nell’area tirrenica della Provincia di Messina e nelle isole Eolie erano figli “d’arte” figli dei principali capimafia barcellonesi:  curavano loro in assenza dei padri a scontare le pene in carcere, a guidare e gli affari dei clan. Le nuove leve erano a capo di una struttura criminale che “operava con metodo mafioso – dicono gli investigatori dell’Arma – nel traffico e nella distribuzione di ingenti quantitativi di cocaina, hashish e marijuana, nell’area tirrenica della Provincia di Messina e nelle isole Eolie, anche rifornendo ulteriori gruppi criminali satelliti, attivi nello spaccio a livelli minori”.

Anche la piaga dell’estorsion e risulta molto estesa, a tappeto.  Tutti erano nel mirino dei clan di Barcellona Pozzo di Gotto: le indagini coordinate dalla Dda, infatti, hanno permesso di ricostruire le numerose estorsioni ai danni di negozianti e imprese di Barcellona Pozzo di Gotto, con le vittime vessate per anni dagli esattori di Cosa nostra.

Blitz dei Carabinieri: “Operazione La Cosa”, stop al mercato di spaccio

 

Catania, blitz in 3 ricche piazze di spaccio: il pusher e la foto del bebé coperto di euro

CATANIA –

Blitz dei Carabinieri di Catania e Francofonte( Siracusa) per fermare il mercato e lo spaccio di stupefacenti.Sei persone che gestivano tre importanti “piazze” di spaccio nei rioni Pigno e e Librino e a Francofonte (Siracusa), appartenenti al  clan Cappello-Bonaccorsi, sono state arrestate nell’ambito dell’operazione denominata “La Cosa”

Militari dell’Arma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – emessa dal gip su richiesta della Dda – che ipotizza a vario titolo i reati di associazione mafiosa e spaccio di sostanze stupefacenti

Uno degli indagati per vantarsi della sua “posizione economica” ha fotografato il proprio figlio, un neonato, nella sua culla coperto di  euro di diverso taglio

Il blitz scaturisce da una indagine  dell’operazione “Notti bianche” dei Carabinieri della compagnia di Gravina di Catania su una banda specializzata in furti di bancomat e si sono avvalse di intercettazioni e dichiarazioni di pentiti. Si apprende che la banda gestiva un vasto spaccio di marijuana e cocaina ed era in possesso di armi da guerra.

Alfredo Blancato                                                                                                                               Sebastiano    Castiglia

In manette sono finiti dunque.:Alfredo Blancato, 37 anni, Sebastiano Miano, 26, Salvatore Musumeci, 26, Federico Silicato, 31, Sebastiano Castiglia, 32, Gaetano Spataro, 25.        Per il mercato di Francofonte : ordinanze di custodia cautelare per  Sebastiano Castiglia,  a Catania,  manette per Sebastiano Miano e Alfredo Blancato (quella al Pigno) , Rosario Ragonese e Maurizio Girone quella a Librino nella cosiddetta Fossa dei Leoni per la peculiarità malavitosa del luogo.

Sebastiano Miano                                                                            Salvatore Musumeci

 

Federico Silicato                                                                       Gaetano     Spataro

MAFIA SICILIANA: ORDINANZA DEL GIP,PIENA LUCE SU 23 DELITTI COMMESSI TRA GLI ANNI 80 E IL 2007

                    MAFIA : OPERAZIONE “THOR

CATANIA –

Luce su diversi delitti commessi  tra gli anni 80 e il 2007 .
 È ancora in corso  l’operazione Thor dei Carabinieri del Ros che ha consentito l’arresto di  23 soggetti malavitosi.
Sono 23 gli omicidi scoperti interamente gli autori e mandanti nel corso della lunga indagine, coordinata dai magistrati della Direzione Distrettuale Etnea..
E  luce pure sul  duplice omicidio di Angelo Santapaola e il suo guardaspalle Nicola Sedici, uccisi nelle campagne calatine nel 2007. Il suo riconoscimento fu possibile per le le fedi nuziali.  Ricorderemo che per questo delitto è stata emessa dalla Procura etnea sentenza definitiva, che vede condannato all’ergastolo Vincenzo Maria Aiello, all’epoca rappresentante provinciale della famiglia catanese di Cosa nostra.

L’ordinanza del Gip etneo scaturisce dalla approfondita inchiesta coordinata dalla Dda di Catania e condotta dai Carabinieri del Ros.. Fondamentali, per chiudere il cerchio su molti delitti, gli input dei collaboratori di giustizia.     Più tardi, nella mattinata,  conferenza stampa convocata dal Procuratore capo dr.Carmelo Zuccaro.

NAPOLI: SEQUESTRI APPARTAMENTI A BOSS DEL CLAN MAZZARELLA

 

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Napoli

Un gran da fare per gli agenti della Sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali  della Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Napoli, che hanno notificato ieri   due decreti di sequestro di beni emessi dal Tribunale di Napoli – Sezione Misure di Prevenzione(nella foto sopra).

Gli inquirenti hanno svolto indagini tese a scoprire patrimoni veloci ed illecitamente posseduti.   Nella rete è finito un appartenente al Clan Mazzarella A lui è  stato sequestrato ad A.E., 46enne napoletano , un appartamento sito in via Pisanelli la cui provenienza è da ricondursi all’illecita attività dell’uomo.

Altro sequestro.  In Via Carbonari è stato sottoposto a sequestro un appartamento acquistato in assenza di disponibilità economiche lecite da R.D.V., 53enne napoletano anch’egli contiguo al clan Mazzarella, attualmente detenuto in seguito ad una condanna a 28 anni di reclusione per aver partecipato ad un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti operante nella zona del centro storico di Napoli.   Si apprende che il valore  complessivo dei beni sottoposti a sequestro ammonta a circa 300mila euro.   La parola ora spetta alla difesa.

 

Arresti domiciliari per”malviventi palermitani” : reati di “lesioni,rapina ed odio razziale”

La Procura di Palermo

La polizia di Stato di Palermo ha eseguito all’alba di oggi un’ordinanza della Procura di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti “di un nutrito gruppo di malviventi palermitani”. che hanno aggredito un gruppo di cittadini bengalesi

I   reati contestati sono  di rapina e lesioni, aggravate dall’odio razziale. L’inchiesta è stata condotta dalla Squadra Mobile e dal Commissariato di P.S. ‘Zisa-Borgo Nuovo’ “che hanno indagato su  un grave e cruento episodio, risalente a pochi mesi fa, quando una banda di giovani, armati di mazze da baseball e sedie, fece irruzione in un Market in via Casella e aggredì il titolare, cittadino del Bangladesh e gli avventori presenti, suoi connazionali”. Le vittime furono fatte bersaglio di calci e pugni e una di loro, trascinata nel retrobottega del negozio e malmenata, subì la rapina dell’anello che portava al dito.

Gli inquirenti informano pure che si organizzò  una vera e propria spedizione punitiva contro un cittadino bengalese, colto per strada in “atteggiamento inopportuno” e per questo già “redarguito oralmente”. “La vittima subì calci e pugni, bersaglio pure di  espressioni ed epiteti di disprezzo razziale. La violenza del gruppo si estese poi anche a gestore ed avventori, anch’essi bengalesi di un esercizio etnico ove la vittima aveva cercato rifugio”.