IL SOSPETTO – LE OMISSIONI E LE “VIOLAZIONI” DELL’EX PM “ANTIMAFIA”NINO MATTEO

  UNA CERTEZZA: IL GIUDICE NINO DI MATTEO, A CUI PIACE APPARIRE,  HA SUPERATO “IL PERIMETRO ISTITUZIONALE CONSENTITO” E HA PARLATO, CON LOGICA DI PERSONALE CONVENIENZA, A DISTANZA DI DUE ANNI.   COMPORTAMENTO CHE STRIDE CON L’ANTIMAFIA

Una Torre di babele. L’ex pm Nino Di Matteo , consigliere togato, vi è dentro fino al collo  visto che la sua “denuncia” televisiva  sul fatto che il ministro della Giustizia,Bonafede, non lo abbia nominato al Dap nel 2018 dopo averglielo proposto ha spostato l’asse delle attenzioni e delle accuse ad un ministro che già aveva mostrato interesse alla sua competenza,oggi bersaglio strumentalizzato delle opposizioni.

.Seguono trasmissioni e dibattiti condotti da giornalisti documentati.  Una cosa sfugge a tanti. E’ sfuggita anche ai  i tre consiglieri laici indicati in Parlamento da M5S – Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti – che ,com’è noto hanno reso ufficiale il loro  dissenso.. 

di    Raffaele   Lanza

Giudice Nino Di Matteo: -Cosa sappiamo di lui? Nato a Palermo nel 1961 . È entrato in magistratura nel 91 come sostituto procuratore presso la DDA di Caltanissetta. Divenuto pubblico ministero nel 1999 a Palermo, ha iniziato a indagare sulle stragi di mafia  per l’omicidio Chinnici ha rilevato nuovi indizi sulla base dei quali riaprire le indagini e ottenere in processo la condanna anche dei mandanti, riconosciuti in Ignazio e A.Salvo, mentre per l’omicidio Saetta otteneva l’irrogazione del primo ergastolo per Totò Riina.

 Nel corso del processo “Trattativa -Stato-Mafia “veniva resa pubblica la minaccia di morte da parte del boss Totò Riina, intercettata dalla magistratura durante una conversazione privata in carcere con un altro recluso: «A questo ci devo far fare la stessa fine degli altri»  Dopo le  minacce ricevute Di Matteo è stato sottoposto a eccezionali misure di sicurezza

    In relazione alle indagini sulla trattativa Stato-Mafia, essendo indagato l’ex senatore ed ex Ministro dell’interno Mancino intercettando le sue utenze telefoniche alla fine del 2011 si venne a registrare anche una o più telefonate da questi intrattenute con l’allora capo dello stato Giorgio Napolitano, verosimilmente ignaro del controllo in corso sull’altro politico. Di Matteo, aveva ammesso in specie, l’esistenza di queste registrazioni, affermando però “che non fossero di alcuna utilità processuale e pertanto non sarebbero state utilizzate in dibattimento”. Una uscita diplomatica.

Una vibrata tensione e polemica si scatenò in ordine alla richiesta del Quirinale  di distruggere le registrazioni, che evolse nella sollevazione di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato dinanzi alla Corte Costituzionale  presto ammesso e che si sarebbe poi concluso con sentenza di accoglimento delle inusitate richieste della presidenza della Repubblica, cui seguì nell’aprile 2013 la paradossale materiale distruzione dei supporti    Un atto ancora oggi di dubbia liceità e giustizia.

Andiamo ora alla questione della nomina di Di Matteo, sulla quale aleggiano ombre e sospetti

Sulla vicenda, dal vertice del Csm, dal vice presidente David Ermini e tantomeno dal presidente Sergio Mattarella, non è trapelato nulla solo un documento pacato  dei tre giuristi grillini.      In esso si dice:  “togati e laici dovrebbero, più di chiunque altro, osservare continenza e cautela nell’esprimere, specialmente ai media, le proprie opinioni, proprio per evitare di alimentare speculazioni e strumentalizzazioni politico-mediatiche che fanno male alla giustizia e minano l’autorevolezza del Consiglio”. E ancora: “Chi ha l’onore di ricoprire un incarico di così grande rilievo costituzionale deve sapersi auto-limitare.   Questo non significa rinunciare a esprimere le proprie opinioni, ma vuole dire farlo nelle forme e nei modi corretti”.
 Ricorderemo le recenti affermazioni di Renzi secondo il quale il caso aperto da Di Matteo potrebbe sbocciare in  un clamoroso caso giudiziario) e “Per noi -comunicò il suo gruppo -la separazione dei poteri è un principio irrinunciabile ed è intollerabile un processo in piazza da parte di un magistrato, membro del Csm, nei confronti di un politico, qualsiasi maglietta indossi”. 

Quel che resta incomprensibile sul Giudice che dell’Antimafia ne ha fatto un mestiere è perchè un Pm, osannato da tanti per l’esame di tanti fascicoli sulla Mafia, vuol abbandonare l’attività prerogativa dei veri giudici Antimafia modello “Falcone e Borsellino” , al servizio della comunità e ricercare incarichi direttivi ,come quello della Direzione generale Penitenziaria,ben renumerati che fanno rima  con potere e burocrazia?    Perché Di Matteo?         

Altro spunto: perchè l’ex pm non ha parlato a tempo debito delle “pressioni” (dice lui: noi non non gli crediamo perchè è  sprovvisto di prove ed è tardivo in ogni caso) subite dai boss mafiosi” dal ministro Bonafede?    Perchè si parla a convenienza?  Che modo di agire tiene questo giudice, che ama tanto apparire, che spiega il suo declassamento alla volontà dei mafiosi “che avrebbero avuto terrore di Di Matteo” visto che “butterebbe le chiavi delle celle nel pozzo”     

Non avrebbe dovuto essere tempestivo Di Matteo nel riferire oggi dichiarazioni “fuorvianti”  ?  E perchè l’attenzione si è spostata sul politico del Ministero che, in fin dei conti è qui solo di passaggio e non sul giudice tardivo ed omissivo (se fossero vere le sue chiacchere) ?

Ma non facciamo ridere.  Di Matteo non solo ha detto illazioni ,come ha riferito alla Camera Bonafede, ma ha detto autentiche stupidaggini. E’ lui fra l’altro il professionista della Giustizia non il componente pentastellato contestato dopo due anni.

  E’ lui che si è comportato in maniera puerile e ora  dovrebbe dimettersi dall’incarico di consigliere del Csm se questo Organo vuol continuare ad avere una credibilità.  E lasci in  pace quei mafiosi -non si toglie la dignità di uomo neppure al peggior nemico, è un principio evangelico che dovrebbe apprendere il Giudice Di Matteo. perchè  mai avrebbero potuto incidere sulle scelte dell’esponente pentastellato.        E’anche un comportamento bambino oltre che antideontologico.    Altro che Antimafia.   C’è da vergognarsi.

 


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Giornata Mondiale dell’infermiere 2020: SUD LIBERTA’ spiega alcuni segreti della Categoria, eventi e valori dell’infermiere,ponte tra paziente,famiglie e medico

POLIAMBULATORIO DI BELPASSO COME UNA "POLVERIERA" - Sud Libertà

Poliambulatorio di Belpasso: in attività operatrici professionali  laureate con l’equipollenza (   Dottsse Serafina Virgillito –   Mariella Pecorino  – Di Placido  – ) che hanno eseguito” tamponi alla popolazione per il Covid-19

Oggi  12 maggio si celebra la Giornata Mondiale dell’infermiere, che quest’anno è dedicata anche ai 200 anni dalla nascita di Florence Nightignale, fondatrice dell’infermieristca moderna, oltre a essere anche l’Anno mondiale dell’Infermiere. 

12 maggio 2020: che cosa si celebra quest’anno

Una tripla ricorrenza. Il 12 maggio si celebra la Giornata Mondiale dell’infermiere, che quest’anno è dedicata anche ai 200 anni dalla nascita di Florence Nightignale, fondatrice dell’infermieristca moderna. Ma questo è anche il giorno più importante dell’Anno dell’infermiere proclamato dall’OMS. Un po’ di numeri in questo caso sono d’obbligo. Si apprende che ad oggi sono stati circa 12 mila gli infermieri contagiati dal nuovo coronavirus, 39 i deceduti, di cui 4 suicidi. Sono stati e sono tutt’ora in prima linea negli ospedali per assistere i pazienti accando ai medici, senza orari, troppo spesso senza ricevere adeguate protezioni.

Affermazione del presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea Ivano Dionigi.«L’emergenza Coronavirus ha messo sotto gli occhi di tutti quello che i pazienti da sempre sanno: l’estrema cura che questi professionisti dedicano al proprio lavoro che, tra gli altri valori, ha anche quello di poter essere un ponte diretto tra paziente/famiglia e personale medico. Un canale di comunicazione così importante da poter a buon diritto poter essere considerato parte del percorso terapeutico»..

 

LAUREA : ..Un riconoscimento culturale agli infermieri professionali  che elimina ogni diversità nel sistema sanitario ed affianca in maniera paritaria l’infermiere al medico senza più gerarchia o subordinazione ma con distinzione di compiti e ruoli.

 

A seguito dell’entrata in vigore della legge Gelmini, in particolare l’articolo 17 comma 1 e 2, l’Infermiere Professionale che ha conseguito il “vecchio” diploma, può fregiarsi in tutto e per tutto anche del titolo di “dottore”, essendo tale qualifica accademica espressamente attribuita dal legislatore.

Art. 17 della legge 30 dicembre 2010 n. 240. (Equipollenze)

1. I diplomi delle scuole dirette a fini speciali istituite ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, riconosciuti al termine di un corso di durata triennale, e i diplomi universitari istituiti ai sensi della legge 19 novembre 1990, n. 341, purche’ della medesima durata, sono equipollenti alle lauree di cui all’articolo 3, comma 1, lettera a), del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509.
2. Ai diplomati di cui al comma 1 compete la qualifica accademica di «dottore» prevista per i laureati di cui all’articolo 13, comma 7, del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270.   Vi è da dire che tanti Ordini o Collegi infermieristici hanno omesso di divulgare questo principio nelle Asl  per la concorrenza tra gli infermieri laureati con l’equiparazione di legge e gli infermieri che hanno conseguito il titolo di dottore frequentando il Corso Universitario di Scienze Infermieristiche      Tra gli uni e gli altri   -benchè alcuni  interpretino in maniera faziosa od interessata – non intercorre più alcuna differenza nell’attribuzione del titolo di dottore.  

 Florence Nightingale : “l’infermiere ha un sapere che coinvolge anima,mente ed immaginazione”

L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”: è forse questa la frase più famosa di Florence Nightingale, fondatrice delle Scienze infermieristiche moderne nata il 12 maggio 1820. Nel 1859 fu pubblicato per la prima volta il suo libro Note sull’assistenza infermieristica: cos’è e cosa non è, un manuale di 76 pagine con appendice di 3 pagine edito da Harrison of Pall Mall, con suggerimenti pratici e motivazionali dedicati agli infermieri.

«Affermazione di  Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi). “La pandemia ci ha insegnato che occorre studiare dati e lavorare su evidenze scientifiche. Sono tutte intuizioni già presenti nel pensiero e nelle opere di Florence, ricordata come colei che ha ridotto la mortalità per malattie dei soldati nella guerra di Crimea dal 47% al 2%. Quello che, per analogia, ci auguriamo possa accadere nell’emergenza Covid-19»

L’omaggio di Banksy alle infermiere, i nuovi supereroi

“Grazie per tutto quello che fate. Spero illumini un po’ il posto, sebbene sia solo in bianco e nero”. È questo il messaggio che il 7 maggio 2020 il celebre street artist Banksy ha donato all’ospedale di Southampton, dedicata alle infermiere e agli infermieri. In bianco e nero, unica nota di colore la croce rossa sul petto dell’infermiera. Il quadro resterà esposto in ospedale fino all’autunno e poi sarà venduto per beneficienza. S’intitola “Game Changer” e rappresenta un bambino che lascia nel cesto dei giocattoli Batman e l’Uomo Ragno per scegliere un nuovo supereroe: un’infermiera con il grembiule della Croce Rossa, la mascherina e un mantello che insieme al braccio alzato ricordano Superman.

“Gli infermieri la spina dorsale di qualsiasi sistema sanitario”

Il riconoscimento del lavoro degli infermieri viene adesso alla luce.  E’ il riconoscimento economico che si deve rivedere perchè ancorato a modelli inadeguati.   Insufficienti le battaglie sindacali della categoria ..Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato che «gli infermieri sono la spina dorsale di qualsiasi sistema sanitario. Oggi, molti di loro si trovano in prima linea nella battaglia contro Covid-19». Mentre la Chief Nursing Officer  dell’OMS Elizabeth Iro ha aggiunto che «il nostro obiettivo è quello di elevare lo status e il profilo dell’assistenza infermieristica e consentire agli infermieri di prendere il posto che spetta loro nel cuore delle sfide per la salute del XXI secolo».

 

28 milioni di infermieri da proteggere da “…discriminazioni sul posto del lavoro.”

Affermazione della Chief Nursing Officer dell’OMS Elizabeth IroCi sono quasi 28 milioni di infermieri in tutto il mondo che rappresentano quasi il 60% degli operatori sanitari. Sono la spina dorsale del sistema sanitario. Ma c’è bisogno di altri 6 milioni di infermieri a livello globale. Il mio invito va a governi, responsabili politici, datori di lavoro e autorità di regolamentazione: bisogna coordinare le azioni. Il sostegno a livelli di personale adeguati, la Salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro devono essere azioni prioritari e rafforzate. Inoltre, devono essere sviluppate politiche per proteggere gli infermieri da molestie, violenza e discriminazione sul posto di lavoro»

 

Tutti gli eventi da seguire e alti meriti della FNOPI

Sono tante le iniziative previste per Giornata Mondiale dell’infermiere 2020L’Ambasciata del Regno Unito, alle 20.30, proietterà sulla facciata dell’Istituto Spallanzani di Roma immagini dedicate agli infermieri (evento in diretta sulla pagina Facebook UKinItaly).
Alle 16, il Teatro Nazionale di Roma porterà sul web le storie vere di chi si prende cura di noi in momenti e condizioni di fragilità, con “L’arte di curare e di raccontare”. L’associazione “Made in Jail” offrirà una t-shirt realizzata dai detenuti allo scopo di finanziare, con parte del ricavato, il Fondo di solidarietà attivato dalla Fnopi.
Il sindaco del Comune di Zerfaliu ha reso noto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche della provincia di Oristano la volontà di conferire alla FNOPI la Cittadinanza Onoraria per “gli alti meriti acquisiti in relazione all’impegno costantemente profuso nell’esercizio del proprio mandato e in particolare in questa crisi derivata dalla diffusione del Covid19.”

Il codice deontologico degli infermieri

. Il 21 giugno 2019 è stato presentato ufficialmente il nuovo Codice deontologico degli infermieri, che ora dovrà essere adeguato alla nuova epidemiologia. Ma i concetti chiave dal punto di vista deontologico che rappresentano il percorso dei 450mila infermieri presenti in Italia si può articolare in un decalogo:

  1. L’infermiere è agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita.
  2. Il tempo di relazione (dell’infermiere) è tempo di cura.
  3. L’infermiere riconosce che la contenzione non è un atto terapeutico.
  4. L’infermiere non si sostituisce da altre figure professionali.
  5. L’infermiere ha una posizione di protezione dei confronti del cittadino assistito.
  6. L’infermiere presta particolare attenzione alla cura del dolore e al fine vita.
  7. L’infermiere ha libertà di coscienza.
  8. L’infermiere utilizza mezzi informatici e social media, per comunicare in modo scientifico ed etico, ricercando il dialogo e il confronto.
  9. L’infermiere cura la propria persona e il decoro personale.
  10. L’infermiere non svolge attività di natura consulenziale e peritale se non è in effettivo possesso delle specifiche competenze.

 

 

“Il muro di gomma della burocrazia killer”

 

 

Immagine “Interris” e nel riquadro l’autore dell’Articolo comunicato al direttore di “Sud Libertà”

Riceviamo dal “Quotidiano Interris” un articolo di commento ,ricco di interessanti osservazioni varie , di Don Aldo Buonaiuto,direttore.

 

di Don Aldo Buonaiuto

Eccolo ”  Un’immagine, tratta dalle Sacre Scritture, simboleggia la paradossale e pericolosissima situazione nella quale l’emergenza sanitaria sta diventando tragedia sociale: la torre di Babele. In tempo di pandemia, la moltiplicazione delle task force di rinomati esperti e dei centri decisionali rende ancora più angosciosa la condizione dei cittadini, costretti a decifrare linguaggi tra loro inconciliabili che fanno sfociare la burocrazia in accanimento. Come nella Bibbia, la sovrapposizione di idiomi incomprensibili che tra loro non comunicano anzi confliggono, diventa causa ed emblema di rovina e condanna divina, così, il diluvio di carte, ordinanze, decreti, autocertificazioni ostacolano una ripresa già notevolmente difficoltosa e sempre più sofferta. Per evitare che l’intero impianto normativo crolli come la torre di Babele su un tessuto socio-economico già duramente provato da due mesi di lockdown, c’è bisogno immediatamente di un sussulto di dignità e soprattutto di concretezza. Come non smetterò mai di ripetere ovunque, il nuovo abbraccio al tempo della distanza di sicurezza deve essere un aiuto concreto da parte delle istituzioni nazionali e locali. Meno parole, più fatti. Tante persone ci descrivono il vero e proprio calvario al quale devono sottoporsi quotidianamente per richiedere i sussidi indispensabili a tenere in vita le attività e i mestieri che soli possono garantire la prosecuzione di una normale convivenza civile.

In tempi normali la burocrazia ferisce e danneggia, in questa situazione disperata la burocrazia uccide. Ne abbiamo avuto una sanguinosa testimonianza con il suicidio che a Napoli ha spezzato l’esistenza di un titolare di azienda e conseguentemente la serenità della sua famiglia e dei dipendenti. Lo sconforto culminato in un gesto così estremo e irreversibile è lo stesso che serpeggia, come il maligno nel giardino dell’Eden, tra milioni di cittadini che non sanno quanto e come potranno sopportare un’ulteriore decurtazione del proprio reddito.

All’ultima udienza generale, il Papa ha lanciato un accorato appello per richiamare l’attenzione dei governanti sulla dignità del lavoro che viene oggi sottoposto ad un inaudito declassamento a causa della pandemia. Non sono solo le inammissibili lungaggini burocratiche che costringono, senza alcuna ragione, a interminabili istruttorie prima di sapere se verranno concessi o no finanziamenti che risulteranno comunque tardivi e che imporranno, come una spada di Damocle, una restituzione gravosa che contrasta con la logica di una ripresa che nella migliore delle ipotesi sarà lenta e graduale.

Un muro di gomma contro il quale si scontrano e si disperano milioni di famiglie e di realtà economiche. Si favoleggia che nulla sarà più come prima. L’economia dovrà diventare più etica, la comunità sarà obbligata a maggior senso di condivisione, le singole libertà andranno modulate e in alcuni casi limitate per il superiore interesse comune, le religioni piegate alla ragione di Stato e alla realpolitik. In tutto questo c’è un unico universo che non sembra minimamente scalfito dalla rivoluzione in atto ed è quello della politica, con annessa amministrazione pubblica. Qui, nella casta rigenerata e intoccabile del potere, (che cambia forma per mantenere i contenuti) sembra che il Covid-19 sia una Giano Bifronte da tirare da un estremo all’altro a seconda delle convenienze. Un giorno torniamo a sentire che è una semplice influenza, il giorno dopo è un’apocalisse dalla quale non ci salveranno né il vaccino (chissà quando sarà pronto) né riaperture progressive che altra ragione non hanno se non quella di tentare una strada di cui si ignora lo sbocco.

In tre punti il mio auspicio alla classe dirigente. Abbandonare subito i balletti stucchevoli della litigiosità partitica. Azzerare i tempi necessari a mettere nelle tasche dei cittadini le risorse, senza onerose mediazioni. Regolarizzare le posizioni lavorative nei contesti (sanità, assistenza domiciliare, agricoltura) che si sono dimostrati vitali per la filiera della nostra sopravvivenza. Con una postilla finale prima di parlare di riapertura totale predisporre per aziende e scuole l’indispensabile dotazioni di sicurezza e test diagnostici. Se Parigi val bene una Messa, a Roma sarà difficile che tutto ciò accada nel breve volgere di una celebrazione concessa.

Coronavirus: quasi tutti i reati, anche quelli più gravi, in nettissima diminuizione

Reati: stare a casa fa bene alla Giustizia e ai Tribunali. Il mese di marzo, di sviluppo del coronavirus segna un -66,6% rispetto al mese dell’anno scorso.      Il comunicato ha la firma della  Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza, che registra 68.069 reati compiuti nel nostro Paese lo scorso mese rispetto ai 203.723 delitti compiuti nel marzo 2019.

Rapina in banca alla Carige di Perarolo di Vigonza oggi 9 dicembre ...

Laddove sono previsti stretti contatti umani,in particolare lo sfruttamento della prostituzione (-72,9%), le violenze sessuali (-72,5%),reati in nettissima diminuizione .  Anche i  furti (-72,2%), le rapine in uffici postali (-77,3%) mentre una diminuzione meno marcata si nota per altri reati quali le rapine in genere (-59,9%), i delitti informatici (-49,9%) e quelli inerenti agli stupefacenti (-46,1%).

Una diminuzione inferiore, tra marzo di quest’anno e quello del 2019, si nota per i reati di maltrattamenti contro familiari o conviventi (-37,4%, con 973 episodi rispetto ai 1.555 casi del marzo 2019) e le rapine alle farmacie (-28,2%). Restano stabili invece, anche se confrontati con marzo dell’anno scorso, i furti alle farmacie (82 nel 2020 e 81 nel 2019).

Drastico calo anche nel numero degli omicidi volontari a marzo rispetto all’anno scorso con un -71% rispetto all’identico periodo dello scorso anno.

In particolare, sono stati 7 gli omicidi con vittime di sesso femminile (erano 12 nel marzo 2019) e 7 quelli in ambito familiare affettivo (13 nel 2019) di cui 6 hanno avuto donne per vittime.

Tra i 68.069 reati consumati nel solo mese di marzo, a dispetto dei 203.723 dello stesso periodo del 2019 – quando non esistevano le restrizioni imposte dal Covid-19 – ci sono 5 attentati, una strage, 11 omicidi volontari consumati e 43 tentati, 1649 lesioni dolose, 109 violenze sessuali, 8 su minori di 14 anni, 26.603 furti, 928 rapine, 286 estorsioni, 41 sequestri di persona e 12 casi di usura, uno in più rispetto allo scorso anno, nonostante l’emergenza sanitaria e le misure restrittive imposte dal governo a tutto il territorio nazionale.

Sono 973 i casi di maltrattamento contro familiari o conviventi commessi in Italia dal primo al 31 marzo 2020, il 37,4% in meno rispetto ai 1555 dell’analogo periodo 2019. Il trend nazionale trova conferma in tutte le regioni, soprattutto in Lombardia dove i 140 episodi di maltrattamento hanno interessato per la metà del totale la provincia di Milano con 70 casi, seguita da Brescia con 13, Monza e Brianza con 12, Bergamo con 11, Varese con 9, Mantova e Pavia con 6, Como con 5, Lecco e Lodi con 3 e Cremona con 2 soli casi. In calo i maltrattamenti in famiglia a Roma, 76 nel 2020 contro i 118 dell’anno precedente, a Milano, Napoli, Torino e Palermo. Crescono invece nella provincia di Bologna con 37 episodi contro i 26 del 2019.   

L’infortunio tecnico di Mentana che getta ombre sul Giornalismo serio ed autentico italiano

Lettera aperta a Enrico Mentana, direttore di “LA 7”

Bilancia della giustizia e martelletto | Foto Premium

 

di  Raffaele Lanza

Alla vicenda Conte e alle sue osservazioni critiche segue un’altra vicenda, più grave di quella delineata dai politici  noti come “falsari”(Salvini, Meloni): quella giornalistica-vip rappresentata dal giornalista professionista Enrico Mentana che, si sa, guida l’emittente “La 7″..  Mentana, nel tg di La7, ha richiamato l’attenzione sull'”uso personalistico delle reti unificate con l’attacco personale a due figure dell’opposizione. E’ una materia- ha detto il direttore dell’emittente – che resterà molto dura. Se l’avessimo saputo, non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza stampa del presidente del Consiglio. Aspettavamo per oggi un passaggio importante, il decreto, parole importanti sull’Eurogruppo e sulla task force” per la fase 2 in Italia. “Il resto è polemica politica”.

Sappiamo- Signor Mentana- non la chiamo stavolta collega per la diversità  delle vedute che danno per chiara logica ragione a chi informa di influenzare negativamente l’opinione pubblica europea in un momento così delicato della trattativa che vede il rappresentante premier coagulare gli sforzi sino allo stremo -e per il protagonismo inappropriato che lei Mentana cerca ad ogni costo – che per deontologia professionale un giornalista-soprattutto se iscritto nell’elenco dei professionisti – non può sindacare sul contenuto di uno scritto politico. Tantomeno di un Presidente del Consiglio”.

Possibile poi che Lei Mentana non provi rossore o vergogna per il desiderio di “tagliare la parte indicativa dei nomi politici al documento di Conte se solo lo avesse saputo prima?”        Lei,giornalista acclamato da più parti, lanciato dalle reti berlusconiane, passato opportunamente all’altra sponda in un momento in cui l’editore stava per darle il benservito, non sa che “la comunicazione istituzionale può anche contenere i toni tipici della vibrata polemica politica coerentemente con il linguaggio politico in uso in Italia?   Non ha mai letto sentenze consolidate in merito della Giurisprudenza italiana ?.   Eppure penso che un “giornalista” del suo calibro(intendo solo come notorietà, non altro) dovrebbe conoscere questi elementi come l’Ave Maria.     Lei dirige un’emittente televisiva: allora nell’ipotesi di rettifiche o smentite a servizi suoi o dei suoi collaboratori lei -alla luce delle sue fuorvianti dichiarazioni- opererebbe una censura “fascista” o,peggio, nazista( cestina lo scritto)  mandando a quel paese l’articolo di legge sulla stampa che prevede l’obbligo integrale della smentita ,con gli stessi caratteri,e la medesima posizione nel giornale, entro tre giorni?

Sa qual’è la verità?   Che lei Mentana abbia  voluto fare una “sparata” che non depone però a favore della professionalità di un giornalista serio ed onesto, e che abbia cercato di mettersi in vetrina occasione unica  di elevatissimo protagonismo scenico.  L’opposizione contesta nuovamente il premier di “falso”?       Perchè allora non incaricano uno studio legale per procedere per “diffamazione” ai sensi dell’art.595 C.P.?        Perchè?     Tutti sanno che l’avvGiuseppe Conte non è un politico ne’ onorevole ma un semplice cittadino specializzato in Giurisprudenza e diritto del lavoro. Quindi non godrebbe dell’immunità parlamentare che hanno invece la Meloni e Salvini.  Ed infine Mentana: lei che ha il titolo di studio  “Classical High School, dell’Università degli studi di Milano”   dovrebbe davvero studiare di più :frequentare i corsi di formazione professionale previsti dall’Ordine   dei Giornalisti, ad esempio. Io li frequento in Sicilia.Non c’è nulla di male e non sono una perdita di tempo neppure per un vip.   Imparerebbe nozioni giuridiche e tecniche che si aggiungerebbero alla sua esperienza e non le consentirebbero di cadere in ulteriori -e mi consenta- vergognosi infortuni tecnici giornalistici da lei messi consapevolmente  in scena..

 

Il presidente del consiglio Prof. avv Giuseppe Conte 

Pubblichiamo lo scritto del Giudice (Gip) dr. Francesco Messina       (Il Giudice barlettano è -ricorderemo- un “magistrato formatore  scelto  per questo ruolo  che copre l’intera regione Marche., dal Consiglio Superiore della Magistratura Nella scelta di questo incarico il Csm prende in esame meriti professionali, scientifici e capacità divulgative. Messina si occupa anche della “formazione penale” dei magistrati …

Oltre infatti alla sua carriera come coordinatore della sezione Gip-Gup prima per il tribunale di Trani e poi per quello di Pesaro, il magistrato è stato negli anni promotore di diverse iniziative culturali, come ad esempio il ciclo di conferenze che si svolsero a Barletta sotto il titolo di “La Democrazia delle Parole”).

SPAZIO CITTÀ | Dott. Francesco Messina (Gip-Gup Tribunale di Trani ...

Foto Ag.         Il magistrato dr. Francesco Messina

– “Direttore Mentana, non spetta a Lei valutare l’opportunità o meno dei contenuti di una comunicazione istituzionale. Il giornalismo serio non limita e non decide cosa un rappresentante delle Istituzioni debba o non debba dire pubblicamente. Il giornalista informa e comunica, magari anche rappresentando il proprio pensiero. Spetta, poi, al cittadino riflettere e crearsi un giudizio il più completo possibile”.

Il gip di Pesaro Francesco Messina richiama gli errori tecnici in cui è incorso il direttore del tg de La7 Enrico Mentana per aver preso posizione con il Centrodestra nelle persone della Meloni e di Salvini  per aver  accusato il presidente del consiglio di “uso personalistico delle reti unificate” per quell’attacco personale a Salvini e alla Meloni, aggiungendo che se l’avesse saputo prima, non avrebbe mandato in onda quella parte della conferenza stampa. Parole e intenzioni che per il giudice Messina non competono a un giornalista. 

Il giudizio sulla opportunità o meno dei contenuti “spetta al cittadino italiano – scrive Messina in un commento social – al cui servizio qualsiasi canale televisivo di informazione o giornalista dovrebbe attenersi con assoluto scrupolo”. “Ma vi è di più” prosegue il giudice: “Ieri il Presidente del Consiglio ha dato conto ai cittadini della posizione governativa dell’Italia in ambito internazionale, smentendo affermazioni di altri politici che, se fossero vere, influenzerebbero delicatissime trattative economiche in ambito internazionale, generando sconcerto nell’opinione pubblica. Opinione pubblica che, specie nella situazione gravissima che stiamo vivendo, dovrebbe essere rassicurata, e non indotta emotivamente a perdere fiducia o, peggio, a disprezzare le Istituzioni”.

E adesso lo scritto di Enrico Mentana

 

Enrico Mentana chi è | carriera | vita privata del giornalista

 

“Come si sa -scrive Enrico Mentana- già dal primo pomeriggio era stata anticipato un probabile intervento televisivo a reti unificate del premier Conte. Il motivo era noto: il nuovo decreto che prolunga le misure drastiche che la difesa dal contagio rendono indispensabili. .

Come tutte le emittenti anche La7 ha interrotto la programmazione per trasmettere la diretta da Palazzo Chigi: in un momento grave come quello che stiamo attraversando è vitale dare immediato rilievo a provvedimenti che riguardano la vita di tutti noi. Il potersi rivolgere a reti unificate a tutti i cittadini è prerogativa del presidente del consiglio e del capo dello stato, e sempre vi è stato fatto ricorso, come è giusto, solo in circostanze eccezionali. E lo è sicuramente l’emergenza attuale”

“Il premier ha ben illustrato la situazione e i provvedimenti che ci terranno ancora vincolati fino al 3 maggio. Poi però, passando alla materia degli aiuti europei, si è lasciato andare a una dura polemica con i suoi avversari politici. E questo – lo penso, l’ho detto a caldo in sede di commento ieri e lo ribadisco oggi – non si può proprio fare. Non quando utiilizzi un privilegio assoluto come è quello di parlare direttamente a decine di milioni di italiani, in un frangente drammatico, da una sede istituzionale, illustrando un decreto che riguarda la salute e la vita di tutti. Il politico Conte aveva mille strumenti per rispondere agli attacchi (sgradevoli, strumentali, elettoralistici quanto si vuole) di Salvini e Meloni: attraverso i social, con in comunicato, con dichiarazioni o interviste. Tutti i mezzi di comunicazione, e ovviamente anche il giornale che dirigo, gli avrebbero dato un ampio spazio (e peraltro è quello che abbiamo fatto anche ieri sera)”

Ma parlando al paese il premier Conte doveva conservare il profilo per il quale gli veniva consentito di usare quel canale privilegiato. Se voleva spiegare la situazione dopo l’Eurogruppo, come ha fatto, gli bastava ricordare che il governo italiano non ha chiesto di accedere al Mes e nel prossimo vertice europeo tornerà a chiedere gli Eurobond, con buona pace di chi sostiene il contrario. Punto. Agli attacchi, che ripeto sono forse sgradevoli, falsi, elettoralistici o strumentali, ma che fanno parte dell’armamentario di ogni opposizione, possono e devono replicare i loro pari grado della maggioranza, non il capo del governo mentre parla al paese

Per questo ho detto che avrei espunto quella parte del suo discorso, altro che censura. In passato ho mosso critiche dello stesso tenore, e più sferzanti, a molti predecessori di Conte, come lui nel momento di massimo consenso, da Berlusconi a Renzi, e più volte allo stesso Salvini quando era al governo, in tv e qui. Sempre sine ira et studio. E sempre con lo stesso metro di distanza giornalistica. Non pretendo di avere il consenso di tutti, né di avere ragione a prescindere; ma che si rispettino buona fede, indipendenza e passione professionale sì. La logica dei fanatici “se critichi Tizio sei al soldo di Caio” mi ripugna. So che da sempre infesta i social e la combatto. E non rinuncio a dire la mia quando lo ritengo giusto. Si può perdere un follower o uno spettatore, non la coerenza

LE FOSSE COMUNI DEI “SENZA NOME”

Pubblichiamo un magnifico intervento pervenuto stamattina alla direzione di Sud Libertà sulla situazione di New York  in particolare invasa dal male del virus ,che ha decretato l’uso di fosse comuni per ” i senza nome”. L’articolo è apparso stamane  sul Quotidiano “Interris.it” di  Padre Aldo Buonaiuto

“I sepolcri del nostro tempo”

Fosse comuni a New York, minoranze rimaste nell’indifferenza anche nell’ora dell’epidemia. L’emergenza sanitaria mette a nudo le fragilità della nostro vivere quotidiano. E le ferite aperte nelle coscienze di tutti

di Damiano Mattana 
Foto “Interris.it”

Qualcuno ha avanzato paragoni con l’attacco a Pearl Harbor. Altri ancora hanno parlato di Manhattan e delle Twin Towers, rase al suolo dagli attacchi dell’11 settembre di 19 anni fa. Ma anche il coronavirus sta chiedendo una dura prova a New York, diversa da quelle tragedie, portate rispettivamente dalla follia della guerra e del terrorismo. Il Covid-19, nella Grande Mela come nel resto del mondo, si è insinuato fra le maglie della società, andando a prendersi la quotidianità di lavoratori e famiglie, che poi del resto fanno tutt’uno, di istituzioni e cittadini, catapultati in una sfida più grande di loro. Inattesa, come gli attacchi dei giapponesi alle Hawaii e i Boeing dirottati sui grattacieli del World Trade Center. E anche il prezzo, come allora, è stato elevato. Esorbitante per numero di vittime, drammatico perché rivelatore di una società colpita al cuore, privata perfino, in molti casi, dei più essenziali diritti.

Foto © Vatican Media

Senza nome

In un contesto di sofferenza, dei comparti sanitari come del cuore delle persone, anche una città come New York ha ceduto all’ondata del male, che oggi assume le sembianze di un male invisibile. E le difficoltà finisce per sperimentarle, inevitabilmente, anche chi ha il compito di disporre i corpi dei deceduti. La Grande Mela si riaffaccia in un passato lontano, quando le epidemie era più devastanti di quanto le forze umane potessero concepire, decretando l’uso di fosse comuni per seppellire i propri morti. Oggi è Hart Island, nel Bronx, a ospitarne una, in fase di scavo, pronta a contenere i corpi di coloro che non hanno sconfitto il coronavirus, così come secoli fa si usava per chi non aveva una famiglia, o nessuno che potesse ottenere per lui una sepoltura senza omettere di ricordare il suo nome. Riportando alla luce la considerazione foscoliana delle “umane lodi” e dell’”amoroso pianto” descritte ne I Sepolcri, indicate come pietra d’angolo per la dignità degli “estinti”.

Uccisi dall’indifferenza

Il Covid-19 ci ha costretti a rivedere anche questo. Squarciando il velo di normalità della società del Duemilaventi per mostrarne le debolezze. Mettendone alla prova le convinzioni, la quotidianità stessa della vita di ogni giorno. Ma, allo stesso tempo, evidenziando una volta di più i troppi vuoti nelle coscienze collettive, le ingiustizie delle periferie del mondo, costrette ad affrontare l’ennesima emergenza, senza scorgerne troppe differenze rispetto alle precedenti. Realtà dimenticate, seppellite dall’indifferenza. Lacune storiche, minoranze vessate, come quella dei Rohingya, bloccati dal governo del Bangladesh in un distretto a sud del Paese, col divieto assoluto di muoversi di lì. In un contesto fatto di assembramento e scarse condizioni igieniche, un milione di persone assembrate in un agglomerato urbano fatto di case di tela in cui il contagio non sembra aver ancora preso piede ma, in caso, costituirebbe una potenziale catastrofe. Una realtà di sofferenza che carica su di sé il vessillo che raffigura i sepolcri del nostro tempo, non dissimile, forse, da altri scenari di disagio umanitario e sociale. Dall’Africa attraversata da un’emergenza pressochè continua  i campi profughi alle porte dell’Europa, come quello di Lesbo. Senza considerare aree del mondo dove la popolazione civile paga lo scotto dei fratricidi conflitti civili, dallo Yemen, con la progressiva disgregazione della sua impalcatura sociale, alla Siria, che scopre anch’essa il fianco alla pandemia  in un momento storico fin troppo simile a quello di ieri.

A tutela della vita

Il Sabato Santo, giorno del silenzio, scandito dalla meditazione dell’umanità attorno a una pietra di peso immenso posta davanti al sepolcro di Cristo, costringe il mondo di oggi, anche nella particolare e deleteria realtà del coronavirus, a non dimenticarsi delle sue piaghe. E, soprattutto, a ergersi in difesa della vita. Poiché è nella sofferenza dei nostri tempi che, in qualche modo, si può imparare a riconsiderare il valore di un’esistenza che nella frenesia dell’oggi spesso trascuriamo di comprendere. E in parte continuiamo a farlo, se anche in un’epoca di morte si considera lecito consentire alla vita di essere fermata ancor prima di nascere. La pietra sepolcrale forse più pesante, in un’epoca in cui la tragedia mette a nudo tutte le fragilità del nostro vivere insieme. Con la speranza che, all’indomani della tempesta, arriveremo a ricordarcene”.

IL PIANTO E LO STRAZIO SENZA FINE DEI FAMILIARI CHE NON POSSONO DARE L’ULTIMO SALUTO

MORIRE SENZA IL CONFORTO DEI FAMILIARI E DEI RELIGIOSI

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un servizio giornalistico pubblicato su “Interris.it”  che , attraverso la testimonianza del sacerdote mette in chiara luce il dramma più grande per gli ammalati di coronavirus:  morire senza avere la possibilità di una parola, un saluto ai propri cari. Ricorderemo che a Bergamo il Vescovo Breschi ha riferito che, in assenza dei religiosi, sacerdoti, i battezzati possono benedire i morenti e le salme   ” Un battezzato può benedire,afferma il Vescovo. Un tempo era il padre a benedire i figli al momento dell’addio. Ora possono farlo i figli e, nelle terapie intensive,anche i medici e gli infermieri. Dico loro: ovviamente non vi imponiamo nulla; ma se intuite che una persona ha questa sensibilità, voi stessi fatevi portatori di un segno, di una benedizione, di una piccola preghiera».

Risultato immagini per IMMAGINE DEI REPARTI OSPEDALIERI

Il martirio della solitudine

Foto  “Interris.it”,Quootidiano diretto da Padre A.Buonaiuto

“Padre, mi dia una benedizione la prego e la supplico, se può salutarmi i miei due figli dicendo quanto li ho amati e che avrei tanto desiderato abbracciarli per un’ultima volta…padre, perché il Signore ha permesso tutto ciò…io sono sempre stato un suo servitore, anche se indegno, non l’ho mai abbandonato, e ora Lui, abbandona me! Pensavo di poter campare qualche altro anno, d’altronde 68 anni non sono poi così tanti. Qui ci chiamano tutti “il vecchio”, e con un numeretto…io sarei il “vecchio 87”. Ma sa padre, io non mi sono mai sentito un vecchio…non ce la faccio più a parlare”. E così in lacrime il caro Giorgio ha speso le sue ultime giornate attaccato ad un respiratore e senza poter rivedere i propri cari.

Il pianto e lo strazio dei familiari in queste giornate apocalittiche è incontenibile e solo una piccola percentuale arriva nelle case dove, se da una parte si parla del covid-19 (spesso anche a sproposito) dall’altra si limitano le immagini e le dichiarazioni più drammatiche e scioccanti. Alcuni dicono, per non fomentare il panico. Mah! Eppure la realtà e quindi la verità non le si può nascondere. Non è possibile assistere alla tragedia di un’Italia schizofrenica che piange i propri figli e di un’altra Italia che ancheggia dai balconi o, peggio, finge che il pericolo non la riguardi azzardando trasferimenti e comportamenti che seminano il contagio su tutto il territorio nazionale.

Il bisogno, anche legittimo, di leggerezza non può giustificare alcuna forma di negazionismo o di ostinazione nel voler sdrammatizzare a tutti i costi, offendendo così la memoria di migliaia di defunti e la sofferenza di decine di migliaia di ammalati. E’ stata superata la quota sbalorditiva di 50.418 positivi, a detta di tutti i virologi punta di un icesberg almeno cinque volte superiore per dimensione. La gente è stanca anche dei tanti, troppi giochi di parole e paroline (morti per covid, morti con covid ) messi in campo per dissimulare ciò che non si può nascondere: l’ecatombe in corso.

Penso che tanta gente, quella che fortunatamente sta bene, non si rende ancora conto dell’indescrivibile dolore che i familiari delle vittime, ammalate o già uccise dal Covid, stanno subendo. E’ contro natura morire senza i propri cari intorno. Questa emergenza nega persino “l’onore delle armi” che le altre patologie permette ai moribondi: passare a miglior vita senza l’onta ulteriore della solitudine finale.

Tante sono le pressioni e le difficoltà che tutti gli operatori sanitari in prima linea stanno subendo: “Padre, noi non sappiamo che farcene dell’ammirazione – mi ha detto un medico infettivologo – noi abbiamo bisogno delle attrezzature per poter lavorare, invece, al momento, le abbiamo razionate e siamo sempre sull’orlo del collasso di un sistema impreparato ad una pandemia!” E così una farmacista: “Don, la mascherina me la sono fatta con il tessuto rimediato da casa perché qui non arrivano e tanta gente si dispera e va nel panico, non faccio altro che rispondere negativamente alle richieste di mascherine e amuchina”.

Che mortificazione, un Paese del G7 che non ha da dare ai propri figli il necessario per tutelarsi. E allora ho chiesto ad un medico: “Perché non fanno i tamponi?”. La risposta è stata sconcertante: “L’ho chiesto anche per me e il collega mi ha mandato sul telefonino una faccina con le lacrime”. E ancora, “Ad una cara famiglia che seguo da tanti anni ho detto di non portare la mamma anziana in ospedale… lasciatela morire a casa, almeno non dovrà subire il martirio della solitudine”.

Ecco, questo “martirio della solitudine” mi ferisce e amareggia profondamente. La gente si sente più sola che isolata. Le persone cercano affetto e, nei momenti più difficili, l’amore è veramente tutto. Se viene a mancare si sta già condannando a morte qualcuno.

I cappellani mi dicono: “don, qui è un fronte di guerra…gli infermieri sono esasperati e anche impauriti, la gente piange ovunque e fa male sentire il grido al telefonino dei figli, dei nipoti che danno l’ultimo saluto ai propri nonni, padri e madri, magari ascoltando solo la fatica del respiro”. Mai come in queste settimane i medici mi hanno chiesto benedizioni e preghiere e mai ho visto il personale sanitario così provato e disperato.

Tanti comuni del nord non vengono neanche citati ma il dolore dilaga ovunque e il terrore affiora negli occhi di tanti. La restante parte della popolazione risparmiata finora dal coronavirus non può fingere di ignorare questo stato di lutto generalizzato e di non ascoltare il grido di aiuto dei più fragili.

Dice il Qoelet: “c’è un tempo per ogni cosa”. Vorremmo che anche i media dimostrassero toni e modalità di espressione più rispettosi e contenuti: questo non è il momento del chiacchiericcio ma del pianto per i nostri morti e dell’impegno condiviso per fermare questo mostro invisibile. Non serve il baccano anzi è un insulto alla tragedia collettiva che non sappiamo ancora quali dimensioni assumerà e quanto durerà. C’è bisogno, invece, di silenzio, rispetto, preghiera, consolazione. Abbassiamo tutti i toni, se non per buona creanza almeno per un sussulto di decenza.

Un ragazzo di quattordici anni mi ha detto in lacrime: “Don, io non posso più vedere uno schermo, non ci riesco più!” Perché Andrea, che ti succede? “La gente canta e danza, ho visto anche delle suore ballare, ma a me da quando due settimane fa è morto papà è finita la voglia di vedere e sentire chiunque. Invece quella gente mi fa inorridire: come possono scherzare in mezzo a un simile orrore? Questa non è solidarietà, questa è disumanità…ti prego don, almeno dillo te”.

Nel mio piccolo provo a dare voce alle sofferenze odierne pur sapendo che la zizzania continua incessantemente a crescere accanto al grano buono. Lo sappiamo, mentre muoiono migliaia di innocenti c’è chi litiga per questioni economiche e di potere. L’arrivo degli sciacalli è purtroppo inevitabile come quello dei corvi che già puntano la preda. Le polemiche sterili, le cattiverie sconcertanti, i formalismi criminali ( ci si preoccupa ora della privacy, mentre da un decennio i social saccheggiano i nostri dati personali e si allungano i tempi per colpa della burocrazia in assenza di dispositivi medici salva-vita ) possono avvilirci, di certo non aiutano. Però chi ancora ha un po’ di valori e magari anche un briciolo di fede può contribuire a rendere anche questo momento un tempo di crescita. Me l’ha insegnato quel sacerdote che l’altro giorno ha detto: “il mio respiratore lasciatelo a chi è più giovane di me, e ha salutato questo mondo”. E’ lo stesso martirio della misericordia che settanta anni fa, in un lager, spinse San Massimiliano Kolbe a farsi giustiziare al posto di un giovane padre di famiglia. Si ricordino dei sacerdoti morti a decine in queste settimane tra le corsie lombarde coloro che ignobilmente riescono solo ad accusare la Chiesa di restare chiusa nei suoi palazzi.     don A.Buonaiuto,sacerdote, direttore di “Interris.it”

Coronavirus: “..la morte non è una variabile da poter controllare…” Il parere degli Psicologi

Il coronavirus , abbiamo detto, mette in ginocchio l’intero pianeta. Sembra una prova da far sottoporre all’uomo per le sue debolezze e i suoi errori.

La sua estensione è prossima anche in Paesi come l’Africa dove la Sanità è carente e lacunosa, non vi sono posti di terapia intensiva. Il modello italiano èpreso ad esempio da altri Paesi -come la Gran Bretagna- che aveva convinzioni diverse sul Covid 19.  Tutti a casa, a riflettere sul senso della vita, della sua bellezza e provvisorietà.   Oggi riportiamo un articolo-servizio specialistico di Serenella Pesarin -già ieri pubblicato su “Interris it” ed inviato -per cortesia- alla direzione di Sud Libertà.  Lo pubblichiamo volentieri ricordando in queste premesse un passo essenziale da non trascurare nella lettura e riflessione. E cioè:    ..”…….La sostanza intangibile di questo nemico, l’assenza di un corpo entro il quale identificarlo, l’inconsistenza di un oggetto statico da assumere come bersaglio, non solo mina le nostre certezze ma, al contempo, introduce una verità: il solo modo per vivere pienamente la vita è essere consapevoli che la morte non è un campione da poter oggettivare a dato scientifico; la morte non è una variabile da poter controllare entro un range statistico-descrittivo. La morte esula dall’approccio empirico e si pone, nel verso opposto, come ineludibile costante della specie umana e di ogni altra specie di vita. Solo prendendo atto di questa verità diviene possibile affrontare la morte con grande slancio vitale”.

R.L.

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di    Serenella Pesarin

Da quando il mondo occidentale ha iniziato ad estromettere il tema della Morte dalla narrazione quotidiana, la vita stessa è ripiegata su un eterno presente. Nell’arco della modernità l’uomo occidentale ha attribuito sempre maggior significato all’impatto emozionale dell’esperienza individuale, sottraendo significato alla mite, ma costante, ricerca della gioia collettiva. L’esclusione di quel limite esistenziale dettato dal ciclo meccanicistico nascitacrescita-morte ha privato l’Uomo Occidentale di una virtù che l’ha contraddistinto per molti secoli: l’accettazione della sua finitezza. Tale accettazione ha trovato il suo compimento prima nell’arte tragica dell’uomo greco e poi nell’umile e sconfinata bontà dell’uomo cristiano. Il primo ha legato indissolubilmente la vita alla bellezza, all’armonia della forme; il secondo ha proposto una vita lieve, ove la serena accettazione della morte introduceva alla gioiosa consapevolezza di terminare il cammino mondano nello stesso momento in cui accedeva alla rocca dell’essere ultimo, il regno di Dio.

Il mondo occidentale, assuefatto dal potenziamento illimitato della tecnica, dalla fame bulimica del consumismo, dall’idea di perfettibilità mai compiuta dell’individuo, ha assunto come imperativo della propria esistenza una convinzione del tutto illusoria: non potrà esserci un ente indefinito, un oggetto indeterminato, in grado di sconvolgere la propria quotidianità; in un vissuto quotidiano perfettamente codificato, organizzato entro un approccio scientifico, secondo i criteri dell’efficienza e della performance, niente e nessuno sarà in grado di introdurre una variabile capace di turbare profondamente l’esistenza umana e le innumerevoli certezze ad essa legata.

Oggi, la comparsa del Coronavirus smentisce questa convinzione e mette a nudo tutte le sue debolezze. La sostanza intangibile di questo nemico, l’assenza di un corpo entro il quale identificarlo, l’inconsistenza di un oggetto statico da assumere come bersaglio, non solo mina le nostre certezze ma, al contempo, introduce una verità: il solo modo per vivere pienamente la vita è essere consapevoli che la morte non è un campione da poter oggettivare a dato scientifico; la morte non è una variabile da poter controllare entro un range statistico-descrittivo. La morte esula dall’approccio empirico e si pone, nel verso opposto, come ineludibile costante della specie umana e di ogni altra specie di vita. Solo prendendo atto di questa verità diviene possibile affrontare la morte con grande slancio vitale. Solo attraverso questa piena consapevolezza diviene possibile opporsi ad essa con l’inaudito vigore che le antiche civiltà hanno narrato. Riconoscere l’inevitabiltà della morte è il primo fondamentale gesto per forgiare quella fermezza d’animo con la quale diviene possibile affrontarla. La consapevolezza della morte, intesa come limite posto dinnanzi all’esistenza sensibile, è il primo tratto che l’uomo deve percorrere per giungere a quella perfetta osmosi fra sentimenti contrastanti, in cui l’audacia e l’ardore, dinnanzi alla minaccia, sono temperati dalla ragionevolezza e dal buon senso. Solo in quest’ultimo caso la comunità è in grado di affrontare il pericolo che incombe senza cadere nell’avventatezza dell’uomo irrazionale e senza incappare nel tremulo spaesamento dell’uomo pavido.

L’essere umano è terrorizzato dall’idea della morte e del “limite”, al punto da arrivare a pretendere di ignorarlo o dimenticarlo, strutturando una profonda e distruttiva illusione di immortalità. Tale processo è estremamente pervasivo e disfunzionale, poiché, nel sopprimere la consapevolezza che il nostro futuro avrà una fine, inevitabilmente perderemo il valore di ciò che possediamo nel qui ed ora, il nostro presente. Questa dinamica di svalutazione intacca il modo in cui percepiamo noi stessi, il valore che diamo a chi abbiamo accanto, a ciò che abbiamo raggiunto e conquistato; nulla è abbastanza se non abbiamo coscienza del limite di ciò che possiamo ottenere.

Comprendere il significato della morte, fin da piccoli, aiuta a riflettere sul valore della vita. Basti pensare a quei bambini, che non sono coinvolti dai genitori nell’impatto con la morte inaspettata o prematura di figure affettive fondamentali.

E’ la paura dei piccoli o degli adulti? E’ la paura di entrambi. Solo attraverso un percorso di consapevolezza è possibile aiutare i bambini a dare un senso a ciò che accade attorno a loro, garantendo la sicurezza necessaria al loro processo di crescita. Assumere la piena consapevolezza dell’inevitabilità della morte è il solo modo di intraprendere un processo di maturazione in cui ritroviamo noi stessi.

La vita è in qualche modo eterna. La nostra anima appartiene alla vita e va oltre il percorso che inizia con la nascita e termina con la morte. Nasciamo senza alcuna esperienza personale, esistiamo, ci siamo, per dare un contributo alla vita.

Ecco perché dobbiamo difenderla e promuoverla in ogni fase, dal suo inizio al suo tramonto naturale, in tutte le condizioni di precarietà, ora più che mai, in questo tempo di incertezza e di spaesamento in cui si trova la nostra società.

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L’onnipotenza ci ha messo di fronte alla compiutezza dell’essere umano, alla sua impotenza. Le nuove tecnologie sembrava ci consentissero di dominare il mondo. Il narcisismo dell’Io regnava sul Noi, Antigone si affermava su Edipo, apparivamo liberi da ogni vincolo e vincenti su tutto.

Ora invece prevale la paura di ciò che non si riesce a controllare. Si avverte ora la necessità di un tempo e di uno spazio, il diritto e il dovere di fermarsi, poiché ciò che appariva remoto e lontano da noi si è palesato senza alcuna discriminazione. Scompaiono i confini, le gerarchie e affiora la necessità di non restare chiusi nel nostro egoico senso di onnipotenza, a causa del quale veniva meno ciò che prima appariva scontato: il contatto con l’altro. Esempio lampante di questa mancanza sono i nostri giovani; la speranza è che possano ritrovare il piacere di incontrarsi, di parlare guardandosi negli occhi. Riscoprire la necessità di prendersi cura dell’altro ci porta a distrarci dal nostro io per pensare al noi. Solo attraverso questo passaggio potremmo scoprire un io più autentico e consapevole. Forse questa pausa dall’irrefrenabile corsa verso il successo, verso il soddisfacimento dei propri bisogni, segnata da un fallimento esclusivamente personale, rappresenta un’occasione per tutti noi.

Ci rialzeremo, è certo, ma, nel frattempo, riscopriamo il piacere di stare in con-tatto. Affidiamoci al sorriso dei bambini; quel sorriso che abbiamo affidato ad un tablet. Volgiamo gli sguardi ai nostri familiari, riscopriamo il piacere di leggere un buon libro. E’ tempo di fermarsi. Ripartiamo dai nostri bambini, il nostro futuro. Ripartiamo dall’educazione, dal rispetto per la dignità umana, rimettendo al centro la persona con le sue fragilità, i suoi limiti, le sue paure e le sue emozioni. Solo così potremmo uscire da quella sterile, seppure pervasiva e imperante, modalità comportamentale per costruire insieme, ma tutti insieme, una polis che sia protesa al bene comune.

Il nostro monito è di esaltare la vita, utilizzare tutti i colori dell’arcobaleno per colorarla, superando l’inverno del panico e l’angoscia in cui tutti siamo caduti.

Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa – Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile, Presidente ” Consolidal sezione romana”

Valentina Pirrò, Psicologa – Psicoterapeuta, Criminologa e Socio Fondatore “Consolidal Sezione Romana”

Alessandro Ugo Imbriglia, Sociologo e Socio Fondatore “Consolidal Sezione Romana”

Simona Montuoro, Psicologa – Psicoterapeuta, Segretario “Consolidal Sezione Romana”

Assunta Zaffino, Psicologa – Psicoterapeuta, Rappresentante delle donne e Segretario Nazionale “Consolidal sezione Romana”

CATANIA: PIÙ GARANZIE NEI TRASFERIMENTI IMMOBILIARI

 

Protocollo d’intesa tra Notai, Architetti, Geometri e Ingegneri

 

 

Il documento siglato prevede la relazione tecnica di un professionista con dati catastali a norma e l’esame di titoli edilizi e urbanistici

CATANIA –

 A Catania la prima iniziativa regionale che vede le tre categorie tecniche professionali di architetti, ingegneri e geometri, riunite con i notai per dar vita a un protocollo d’intesa volto a garantire trasferimenti immobiliari più sicuri, anche in termini di regolarità urbanistica, catastale, edile e di agibilità. Questo il fulcro dell’accordo firmato ieri (25 febbraio) dal Consiglio Notarile dei distretti riuniti di Catania e Caltagirone, dal Collegio dei Geometri e Geometri Laureati etnei e dagli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri di Catania.

Si tratta di uno strumento che agisce nell’interesse della collettività su due fronti: da una parte, assicurando ai soggetti privati un trasferimento sicuro sotto il profilo non solo della commerciabilità ma anche degli aspetti catastali; dall’altra, rispetto all’attività dello Stato, per garantire un minore ricorso a contenziosi e a procedure di sanatoria.
«Questo protocollo – ha sottolineato il presidente del Consiglio Notarile Andrea Grasso – è frutto di un percorso virtuoso verso un’iniziativa sinergica e unica nel suo genere, perché abbraccia trasversalmente tutte le categorie professionali superando l’unico documento simile recentemente stipulato in ambito regionale a Palermo tra notai e soli ingegneri. La convenzione prevede l’utilizzo di una Relazione Tecnica Integrata, redatta da un professionista abilitato secondo uno standard concordato, contenente la descrizione degli immobili con i relativi confini e dati catastali e l’esame dei titoli edilizi e urbanistici. Il prossimo passo sarà promuovere l’utilizzo di questo strumento attraverso appuntamenti formativi per i professionisti, coinvolgendo anche le associazioni di categoria per diffondere l’importanza culturale del protocollo, anche nel solco della funzione anti processuale della figura del notaio. Significa evitare future cause risolvendo preventivamente eventuali difformità che spesso possono causare contenziosi».

«La sottoscrizione del protocollo d’intesa tra le professioni tecniche e i notai della provincia etnea si pone a tutela degli interessi di tutte le parti coinvolte, il venditore e l’acquirente, ma anche dello Stato – ha sottolineato il presidente dell’Ordine Ingegneri di Catania Giuseppe Platania – dando a ciascuna parte certezza del proprio diritto e ribadendo la funzione e la responsabilità pubblica delle professioni. Sono fiero che dalla Sicilia sia partita questa iniziativa in sintonia con quanto accade a livello nazionale, dove esistono reti tecniche tra le professioni che collaborano insieme a garanzia della legalità».

«Le ricadute positive di questo protocollo – ha aggiunto Agatino Spoto, presidente del Collegio Geometri di Catania – sono anche di tipo economiche per i nostri iscritti. Superiamo il gap culturale di molte committenze che potranno finalmente usufruire di un’ulteriore analisi visiva e documentale dell’immobile. Così facendo aumenta la tutela del committente che potrà sanare e cristallizzare, al momento della stipula dell’atto, la condizione dell’immobile. Quando infatti il notaio stipula un atto traslativo, lo fa senza conoscere i luoghi, verificando i documenti che vengono prodotti dalla parte venditrice. Nel momento in cui invece la committenza incarica un professionista, quest’ultimo è obbligato a fare un sopralluogo con un relativo documento tecnico che ne assevera la regolarità, consentendo di evitare problemi a monte e risolvendo eventuali difformità riscontrate». «Questa firma testimonia la grande collaborazione tra le categorie professionali etnee per un’attività sinergica a beneficio dei cittadini – ha aggiunto il segretario dell’Ordine degli degli Architetti di Catania Maurizio Mannanici, in rappresentanza del presidente Alessandro Amaro – attraverso l’iniziativa si potrà avere un quadro chiaro durante un trasferimento immobiliare, con maggiori certezze per i cittadini fornite dalle competenze degli esperti coinvolti».

 

IN SICILIA L’«ANNO INTERNAZIONALE DELLA FOTOGRAFIA»

 

2020: EVENTO PROMOSSO DALLA FONDAZIONE OELLE | MEDITERRANEO ANTICO

È stato inaugurato oggi, venerdì 21 febbraio, l’«anno dedicato alla fotografia d’arte contemporanea» voluto e progettato dalla Fondazione OELLE | Mediterraneo antico, presieduta da Ornella Laneri. Questa mattina a Catania, nel Coro di Notte del Monastero dei Benedettini si è svolto l’incontro introduttivo “Professioni dell’Arte e strategie delle Fondazioni culturali”, che ha avuto come ospite d’eccezione Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

Nel pomeriggio è stata invece inaugurata a Taormina, nell’ex Chiesa del Carmine e al Palazzo Duchi di Santo Stefano, la mostra “GE/19 Boiling Projects – Da Guarene all’Etna”, ovvero dal Piemonte alla Sicilia, un viaggio nella fotografia contemporanea italiana tra ricerca e sperimentazione”, a cura di Filippo Maggia, organizzata dalla Fondazione OELLE in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Un’esposizione aperta al pubblico fino al prossimo 26 aprile, e di cui sono protagonisti gli scatti di venticinque fotografi d’arte, tra maestri riconosciuti e interessanti talenti emergenti nazionali.

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