L’ONU CRITICA L’ITALIA SU ALCUNE NORME-RITENUTE INCOMPATIBILI- DEL DECRETO SICUREZZA (DA APPROVARE)

Le Nazioni Unite condannano l’Italia per il contenuto del decreto Sicurezza ritenuto incompatibile con le norme europee. L’Italia è incorsa “grave violazione delle convenzioni internazionali” sui Diritti dell’uomo e la protezione dei migranti e rifugiati- si esprime così – l’Ufficio del Commissario per i Diritti Umani di Ginevra ha inviato una lettera  al ministro degli Esteri italiano,

Risultati immagini per immagini simbolo dell'onu

L’autrice è Beatriz Balbin, capo delle procedure speciali dell’Alto commissariato per i Diritti umani.

Tra i punti non condivisi  vi è il varo delle multe per chi salva migranti. Inoltre viene messa in discussione la capacità dell’Italia di rispettare le Convenzioni internazionali, di cui l’Italia è firmataria e non di rado è stata promotrice. Comprese le modalità con cui adempie agli ‘obblighi di prevenire la perdita di vite umane’ delle persone che scappano dalla Libia e da altri Paesi attraverso il Mar Mediterraneo“.

Si fa riferimento anche  ai “rapporti Onu che documentano le sistematiche violazioni dei diritti umani in Libia”, paese che in alcun modo può essere considerato porto sicuro e la cui collaborazione alla cattura dei migranti con la cosiddetta Guardia Costiera costituisce uno degli elementi di allarme.

Secondo l’Alto commissariato .il ruolo delle Ong diventa “essenziale per salvare vite umane”. Il resto non conta.

Mafia Sicilia. Montante condannato pesantemente annuncia ricorso. Il Presidente dell’Antimafia lancia accuse prima del processo. Vibrata polemica con i legali

Risultati immagini per immagini bilancia della giustizia

Con una condanna a 14 anni di carcere, quasi 4 anni più della pena richiesta, finisce la storia  dell’ex paladino dell’antimafia Antonello Montante, l’ex presidente degli industriali siciliani accusato di avere ordito un vero e proprio sistema di spionaggio con la complicità di alti funzionari delle forze dell’ordine. La sentenza è stata emessa in serata, dopo quasi due ore di Camera di consiglio, dal gup del tribunale di Caltanissetta Graziella Luparello nel processo abbreviato.

La Procura aveva richiesto la condanna a 10 anni e sei mesi di carcere. L’ex comandante della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone è stato condannato a 3 anni,  la Procura ne aveva chiesti 4 anni e sei mesi di reclusione. Quattro anni a Marco De Angelis, ex funzionario della Questura di Agrigento per il quale la Dda aveva chiesto sei anni e undici mesi. Ancora: un anno e quattro mesi per il questore di Vibo Valentia Andrea Grassi, assolto per altri due capi, per il quale erano stati chiesti due anni e otto mesi di reclusione. Diego Di Simone, responsabile security di Confindustria ed ex poliziotto è stato condannato a 6 anni e 4 mesi mentre la richiesta era di  sette anni e un mese di carcere. Assoluzione per Alessandro Ferrara, funzionario Regione siciliana.

 

 

Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, Montante, che dopo avere trascorso quasi un anno in carcere si trova adesso agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe cercato di ottenere notizie riservate sui profili di alcune persone di suo interesse. In media, come spiegato dai pm durante la requisitoria, sarebbero stati effettuati nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni per cercare informazioni anche su alcuni collaboratori di giustizia, sull’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino.

Mentre noi lavoravamo di giorno, qualcuno di notte disfaceva le indagini”, aveva denunciato il pm Luciani durante la requisitoria fiume. I difensori, durante le arringhe difensive, gli avvocati Carlo Taormina e Giuseppe Panepinto, avevano detto invece che Montante “ha operato all’insegna dell’antimafia quasi per 10 anni e mezzo e pare che la pubblica accusa si sia ispirata a questo concetto: dieci anni e mezzo hai governato, dieci anni e mezzo stai in galera“. ”Qui c’è anzitutto da prendere atto – ha detto ieri Taormina – che da un punto di vista di implicazioni di carattere mafioso non ce ne sono assolutamente. Si tratta poi di capire se all’interno di questo percorso ci possano essere state delle situazioni che non siano andate secondo quello che avrebbe voluto la legge e questo sarà oggetto di accertamento”.  Antonello Montante resta comunque il simbolo dell’antimafia, conclude Taormina..

Nella foto, Montante amareggiato
Rivendichiamo la titolarità in capo a Montante di essere stato e di essere ancora il vessillo dell’antimafia e chi lo vuole abbattere è il potere mafioso che è riemerso, purtroppo allineato a quello giudiziario che inconsapevolmente sta dando un forte contributo alla sua vittoria”. Prima di concludere le arringhe difensive, c’è stato anche lo spazio per una polemica a distanza tra il difensore di Montante, Giuseppe Panepinto, e il presidente della Commissione nazionale antimafia, Nicola Morra. Panepinto, fuori dall’aula, durante una pausa del processo, ha detto: “E’ semplicemente vergognoso che il presidente della Commissione nazionale antimafia nel momento in cui c’è un processo ancora in corso, venga fuori con esternazioni sulla stampa su vicende che riguardano il processo, perché queste cose possono condizionare il processo”.

Nicola Morra aveva annunciato che la Commissione si occuperà del processo nel quale sono evidenti le trame torbide di interi pezzi di Stato che hanno tradito, e naturalmente sono molto preoccupato che la Procura rimanga isolata, anche perché il ministero dell’Interno non si è costituito parte civile, un segnale grave”.

Ma il difensore di Montante tuona: “La Commissione nazionale antimafia nel rispetto delle istituzioni ha la possibilità di fare tutte le indagini che vuole, ma non può pubblicare due giorni prima della sentenza esternazioni sul processo. Questi sono fatti molto gravi”. Anche in aula, davanti al gup Luparello, Panepinto ha parlato di “pressioni sul processo“. E prima della sentenza, ha detto: “Non mi aspetto niente di buono…”.

Il legale  Giuseppe Panepinto spiega: “I 14 anni sono perfettamente in linea con il clima che si respirava…”. “Considerando che 14 anni con l’abbreviato sono 20 anni di base vale quanto un omicidio…”. E annuncia già ricorso.

– “Il dispositivo della sentenza dà largamente conto della fondatezza dell’accusa e dello straordinario lavoro che l’ufficio della Procura di Caltanissetta ha svolto in questi anni e fa giustizia di alcune affermazioni che ho sentito durante il processo”. E’ quanto ha detto il Procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone. “Non so di cosa parli la difesa di Montante quando parla di pressioni che ci sono state sul processo Montante, certamente l’ufficio di procura si è mosso in condizione di assoluta libertà senza alcun condizionamento. Abbiamo cercato le prove per ricostruire questo sistema che ha trovato riconoscimento nel dispositivo della sentenza”. “La decisione della Commissione antimafia di indagare sul processo Montante non riguarda noi, certamente il sistema che è stato delineato dalle indagini può consentire sul piano della ricerca amministrativa e dei rapporti tra uomini che svolgono attività pubblica e altri soggetti, la necessità di un ulteriore verifica, quindi la Commissione vorrà acquisire ulteriore elementi”.

Un “cerchio magico” costruito attorno ad Antonello Montante, con la partecipazione di alti rappresentanti delle forze dell’ordine e un rapporto stretto con alcuni organi di informazione. Così, la Commissione regionale antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta da Claudio Fava, aveva definito il ‘sistema Montante’. Un lavoro intenso, durato dieci mesi, con 49 audizioni. Una relazione, lunga 121 pagine, approvata all’unanimità dai commissari, frutto di centinaia di ore di audizione e decine di migliaia di pagine acquisite sia dall’autorità giudiziaria che dall’amministrazione regionale. Claudio Fava incontrando i giornalisti aveva definito il sistema come un vero e proprio “governo parallelo” che “per anni ha occupato militarmente le istituzioni regionali e ha spostato fuori dalla politica i luoghi decisionali sulla spesa”. “Abbiamo assistito per anni a una privatizzazione della funzione politica che ha trovato un salvacondotto in una presunta lotta alla mafia. Parlo di sistema non a caso – aveva aggiunto Fava – perché si è andati avanti grazie alla benevolenza, alla complicità e alla solidarietà di personaggi appartenenti ai settori più diversi: da quelli istituzionali, a quelli delle professioni. Un sistema con una sua coesione che si è auto protetto”. “Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva proseguito il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. L’obiettivo che si è data la relazione è stato quello di comprendere “i meccanismi che hanno reso possibile una lunga stagione di anarchia istituzionale”. “La forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l’asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l’umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l’occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici, fino al vezzo di una certa ‘antimafia’ agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra. Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti”, diceva Claudio Fava. La Commissione antimafia aveva anche raccontato dell’esistenza di accordi per le nomine dei vertici istituzionali regionali: “Abbiamo accertato che alcuni dirigenti regionali sono stati selezionati attraverso dei veri e propri ‘provini’ fatti a casa di Montante che era un privato cittadino. In un caso un dirigente è stato indotto a mettere per iscritto che avrebbe mantenuto fede a certi impegni. Una sorta di scrittura privata usata come garanzia che i ‘desiderata’ di Montante sarebbero stati osservati”. “I dirigenti erano di due tipi – aveva spiegato Fava – quelli fedeli da premiare, sottoposti a forme di quasi vassallaggio, e quelli da cacciare”.

Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva detto il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. La Commissione antimafia ha ascoltato “tutti i dirigenti che si sono succeduti. Ci sono state due categorie di comportamenti nei loro confronti: quelli da premiare perché disponibili alla benevolenza e alle direttive e quelli che andavano cacciati via. Con liste di proscrizione elaborate a tavolino in cui si decideva quelli che dovevano uscire dagli assessorati”. Fava aveva anche parlato dei “provini che questi dirigenti fossero chiamati a tenere prima di entrare all’assessorato. Provini da fare a casa di Montante. In un caso arrivando anche alla impudenza di fare mettere per iscritto al dirigente che doveva essere indicato dall’assessore, ciò che Montante voleva che facesse. Una scrittura privata totalmente illegittima in triplice copia: una da dare all’Assessore, una a Montante e una al futuro dirigente“.

-“Una spy story dai contorni ancora tutti da definire. Che arriva fino al Quirinale con l’ombra delle intercettazioni distrutte tra l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino. . C’è tutto questo nel ‘Sistema Montante’, così come lo hanno ricostruito gli inquirenti, una vicenda complessa che ha  come protagonista Antonello Montante, fino a poco tempo fa considerato un ‘paladino dell’antimafia’, fatta di spie ed ex amici diventati nemici.

Si apprende anche che , secondo l’accusa, rappresentata dai pm di Caltanissetta Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, l’ex presidente degli industriali Montante, che oggi è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe cercato di ottenere notizie riservate sui profili di alcune persone di suo interesse. In media sarebbero stati effettuati nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni per cercare informazioni anche su alcuni collaboratori di giustizia, sull’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino. Montante è stato arrestato nel maggio del 2018 a Milano. Un arresto un po’ rocambolesco perché i poliziotti rimasero fuori dalla porta per quasi un’ora in attesa che Montante aprisse. Solo dopo qualche ora si è capito il perché. L’ex paladino dell’antimafia, amico di politici, prefetti e giornalisti, dopo l’arrivo delle forze dell’ordine, avrebbe gettato dal balcone sei sacchetti contenenti diverse pen drive dopo averle distrutte. O meglio, dopo avere tentato di distruggerle. Fino ad oggi, ufficialmente, non si è mai saputo il contenuto delle pen drive”.

Napoli, debito non saldato: fulminato con un fucile dal socio creditore assassino

 

Condannato a 15 anni, con rito abbreviato, Antonio Esposito, 71 anni, il muratore di 71 anni originario di Napoli ma residente a Scarlino che il 12 novembre del 2017 uccise con tre colpi di fucile un suo ex socio in affari, Alessandro Toffoli, 58 anni, dipendente Enel.  Il  gup di Grosseto Sergio Compagnucci ha emesso la sentenza.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti  Toffoli invitò la vittima nel suo orto a Scarlino per chiarire una vecchia faccenda legata a un credito mai riscosso. Dopo una breve discussione gli sparò tre colpi di fucile, due al petto e uno in testa, uccidendolo all’istante. Esposito si costituì poi ai carabinieri.

Sembra che la causa dell’omicidio sia legata ad affari immobiliari ed un vecchio credito mai saldato.

(Ag.)

SIRACUSA: I GIUDICI NON CREDONO A CHRISTIAN LEONARDI, COLPEVOLE DI OMICIDIO DELLA MOGLIE E DELLA PICCOLA CHE AVEVA IN GREMBO

SIRACUSA-

Risultati immagini per FOTO DEL MARITO ASSASSINO A SIRACUSA CHRISTIAN LEONARDI

Ergastolo per Christian Leonardi, (nella foto a sinistra) riconosciuto colpevole del reato di omicidio della moglie Eligia Ardita( nella foto a dx), infermiera, e della piccola Giulia che portava in grembo. La donna fu assassinata il 19 gennaio del 2015 

Poi il marito confessò, passarono diversi mesi di indagini,  – ma Christian Leonardi subito dopo ritrattò affermando  di essere stato convinto dal precedente avvocato e dal fratello  di  confessare l’omicidio per avere ridotta sensibilmente la pena 

Ricorderemo che sul maglione di Eligia Ardita,  il 19 gennaio scorso, la cui salma venne riesumata ,i magistrati sospettarono  che la sera del delitto, vi fossero tracce organiche riconducibili ai complici del presunto assassino, il marito della donna…..

 attualmente detenuto nel carcere di Siracusa. La famiglia della donna era sicurissima che quel maglione fosse all’interno della bara, ma non c’era. Durante le operazioni erano presenti i carabinieri del Ris di Messina e il medico legale incaricato dalla Procura, Orazio Cascio. Nella bara gli inquirenti trovarono  altri indumenti e due foto del marito…

Secondo la Procura e gli inquirenti  l’aggressione è avvenuta al culmine di un litigio per futili motivi: Leonardi avrebbe chiuso la bocca alla moglie, facendola soffocare con il suo rigurgito. Nelle udienze  l’imputato si difendeva attribuendo il decesso della moglie all’incapacità dei sanitari del 118 avvertiti per un malessere della moglie.  Versione ritenuta non credibile dai Giudici.

Chiamano il figlio Adolf Hitler: condannati

Nell’immagine sopra la bandiera personale del dittatore Adolf Hitler

GRAN BRETAGNA –

Sono stati condannati per istigazione all’odio e la diffusione di idee neonaziste un papà e una mamma che avevano deciso di chiamare il loro figlio Adolf Hitler, come il dittatore nazista protagonista dell’orrore per eccellenza.  Il Tribunale di Birmingham ha confermato la condanna dei genitori – due militari- che hanno accertato in tale condotta  un tentativo di istigazione all’odio e di diffusione di idee neonaziste o comunque razziste. Insieme ai due genitori è stato condannato anche un terzo individuo, accusato di essere stato complice della coppia estremista. 

Condotta violenta ed aggressiva di tre poliziotti nei confronti di giovane: condannati e sospesi

Immagine correlata

 

PATTI – Tre poliziotti sono stati condannati – e sospesi dalle pubbliche funzioni – dal giudice monocratico di Patti, Eleonora Vona, per condotta violenta ed aggressiva nei confronti   del  giovane Alessandro Salmeri, 24 anni, di Gioiosa Marea (Messina), arrestato la notte di Capodanno del 2013. 

La pattuglia si accostò al Salmeri e lo fermò mentre sera in corso una discussione animata con altri ragazzi.

Il Salmeri contestò l’operato delle forze dell’ordine e i poliziotti lo arrestarono verbalizzando, in posizione privilegiata, il reato di  resistenza a pubblico ufficiale. Il giudice accertatosi dell’abuso dei due pattuglianti ha maggiorato le condanne agli agenti  da 4 a 5 anni, rispetto alla richiesta del Pm e ha sospeso i due militari con l’interdizione  per 5 anni dai pubblici uffici. 

Risultati immagini per immagine di abuso di polizia

La famiglia del ragazzo e alcuni testimoni sostennero infatti che gli agenti tennero una condotta violenta ed arbitraria nei confronti del Salmeri, ancor prima di farlo salire sulla volante. Lo stesso fermato ha denunciato i due poliziotti intervenuti (Tindaro Bonsignore e Aurelio Schepisi) e un terzo collega, Massimo Mollica, che si trovava al posto di guardia del commissariato di Patti, sostenendo di essere stato malmenato e manganellato  mentre si trovava negli uffici di polizia.

Translate »