ASSENTEISMO ALLA BNL E DIPENDENTI, QUASI TUTTI, SENZA MASCHERINA . PREFETTO SAMMARTINO INTERVENGA CON UNA ISPEZIONE

Assenteismo lavoro, il 30% sta a casa il lunedì per malattia. Alla ...

Assenteismo e lavoro che si accumula
di    R.Lanza

Si sa del nuovo scontro tra Vittorio Sgarbi, contrario ad indossare la mascherina in Aula, e la presidenza della Camera, che lo ha richiamato a farlo correttamente. “Non è che ci sono 629 imbecilli e una persona saggia, è una questione di rispetto per i colleghi”, ha riferito  Mara Carfagna, presidente di turno dell’Assemblea. Dopo due richiami e l’intervento dei deputati questori, la situazione è tornata alla calma.  

Fin qui, lo “spettacolo” di Vittorio Sgarbi ,personalità estrosa con tante idee strane in testa,  raddrizzato nell’Aula parlamentare, ma l’episodio costituisce  un triste esempio di imitazione/indifferenza anche da chi, come la popolazione bancaria, ha il dovere di indossare l’apposita mascherina,per proteggere se stessi e , soprattutto gli altri che attendono risposte.    Dovere ancora non revocato da alcuna disposizione governativa e/o regionale. Ci ha sorpresi dunque vedere ieri flotte di dipendenti della Banca Nazionale del Lavoro di Corso Sicilia a Catania che ,anzichè restare nei propri uffici ad onorare l’incarico assegnato loro dai vertici si assentono per ore- alla pari di un Ufficio pubblico dove è notorio il fenomeno assenteista- e rientrano,impeccabili nei loro vestiti monocolore e rituale cravatta, privi dell’apposita mascherina anti-Covid-19.

Il Prefetto Claudio Sammartino

Il Prefetto di Catania, dr Claudio Sammartino, nominato
dal Consiglio dei Ministri nel 2018

La situazione non cambia all’interno degli uffici e sportelli della Bnl  protagonista del disagio di numerosi utenti , tutti in fila,uno dopo l’altro, a raggiungere la corsia stradale.     Sportelli bancari  e scrivanie tutte vuote e un solo dipendente seduto a ricevere l’utenza disorientata.  Gli altri dipendenti che rientravano dal “Caffe”  ( naturalmente “lungo”)  a dialogare fra di loro senza mettersi la mascherina.       Le regole-abbiamo detto- dobbiamo osservarle, soprattutto quando diversi studiosi nutrono timori di una seconda ondata della pandemia.      Ci rivolgiamo al Prefetto di Catania, dr. Claudio Sammartino, che sappiamo  autore di numerose pubblicazioni fra cui “dialogo sulla corruzione,legalità e Giustizia, impegno per il bene comune”:  intervenga allora presso la Banca Bnl con una ispezione di Polizia idonea a verificare l’osservanza della legge AntiCovid. Se è il caso si diano sanzioni esemplari . Dobbiamo finirla con questa indifferenza verso gli altri. Siamo in attesa..

Papa Francesco: “Prendiamoci cura di chi non ha nessuno o è solo”

Oggi in una piazza ordinata, distante ognuno dall’altro, Papa Francesco si rivolge in un messaggio video a tutti coloro che condividono la preghiera globale promossa da Thy Kingdom Come (“Venga il tuo Regno”), un movimento iniziato nel 2016 dall’arcivescovo di Canterbury e primate anglicano, Justin Welby, assieme a quello di York e “un’occasione per i cristiani di unirsi in preghiera per l’evangelizzazione del mondo”, come sottolinea in un comunicato il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani.

Rivolgiamoci allo Spirito Santo Consolatore

Il Papa si sofferma sul significato della Pentecoste, un evento col quale, osserva, “Dio ha contagiato di vita il mondo”, mentre oggi “stride tutto ciò con il contagio di morte che da mesi infesta la Terra”. Quel giorno, prosegue, “popoli che parlavano lingue diverse si incontrarono”, tutto l’opposto di quelle “misure giuste e necessarie per distanziarci” che da mesi si osservano in tutti i continenti. “C’è bisogno – afferma Francesco – di risollevare tanti cuori affranti” e lo Spirito Santo è il Consolatore per eccellenza, “ci dà la certezza di non essere soli, ma sostenuti da Dio” e dunque capaci di fare altrettanto.

“Vogliamo che qualcuno si prenda cura di noi? Prendiamoci cura di chi non ha nessuno. Ci serve speranza per il domani? Doniamo speranza oggi”

La strada è quella della regola d’oro, del fare agli altri ciò che si vuole per sé. “Desideriamo essere ascoltati? Ascoltiamo. Abbiamo bisogno di incoraggiamento? Incoraggiamo. Vogliamo che qualcuno si prenda cura di noi? Prendiamoci cura di chi non ha nessuno. Ci serve speranza per il domani? Doniamo speranza oggi”, insiste Francesco, che riconosce nel mondo attuale “una tragica carestia della speranza”. Per questo, il Papa invita i cristiani a farsi “più ancora e più insieme testimoni di misericordia per l’umanità duramente provata”.

Chiediamo allo Spirito, dice, “il dono dell’unità, perché diffonderemo fraternità solo se vivremo da fratelli tra noi. Non possiamo chiedere all’umanità di stare unita se noi andiamo per strade diverse. Allora preghiamo gli uni per gli altri, sentiamoci responsabili gli uni degli altri”.

“Bisogna investire sulla Salute, sul Lavoro, sulle disuguaglianze e sulla povertà”

E poi un pensiero concreto, perché la sofferenza per il Papa è sempre carne di Cristo da toccare. Poiché, ricorda, lo “Spirito Santo dona sapienza e consiglio”, in “questi giorni invochiamolo su quanti sono tenuti a prendere decisioni delicate e urgenti, perché proteggano la vita umana e la dignità del lavoro. Su questo si investa: sulla salute, sul lavoro, sull’eliminazione delle disuguaglianze e delle povertà”. Mai come ora, ripete, “ci serve uno sguardo ricco di umanità”, c’è “bisogno di tornare a camminare verso Dio e verso il prossimo: non separati, non anestetizzati di fronte al grido dei dimenticati e del pianeta ferito. Abbiamo bisogno di essere uniti per fronteggiare le pandemie che dilagano: quella del virus, ma anche la fame, le guerre, il disprezzo della vita, l’indifferenza. Solo camminando insieme andremo lontani”.

LE FOSSE COMUNI DEI “SENZA NOME”

Pubblichiamo un magnifico intervento pervenuto stamattina alla direzione di Sud Libertà sulla situazione di New York  in particolare invasa dal male del virus ,che ha decretato l’uso di fosse comuni per ” i senza nome”. L’articolo è apparso stamane  sul Quotidiano “Interris.it” di  Padre Aldo Buonaiuto

“I sepolcri del nostro tempo”

Fosse comuni a New York, minoranze rimaste nell’indifferenza anche nell’ora dell’epidemia. L’emergenza sanitaria mette a nudo le fragilità della nostro vivere quotidiano. E le ferite aperte nelle coscienze di tutti

di Damiano Mattana 
Foto “Interris.it”

Qualcuno ha avanzato paragoni con l’attacco a Pearl Harbor. Altri ancora hanno parlato di Manhattan e delle Twin Towers, rase al suolo dagli attacchi dell’11 settembre di 19 anni fa. Ma anche il coronavirus sta chiedendo una dura prova a New York, diversa da quelle tragedie, portate rispettivamente dalla follia della guerra e del terrorismo. Il Covid-19, nella Grande Mela come nel resto del mondo, si è insinuato fra le maglie della società, andando a prendersi la quotidianità di lavoratori e famiglie, che poi del resto fanno tutt’uno, di istituzioni e cittadini, catapultati in una sfida più grande di loro. Inattesa, come gli attacchi dei giapponesi alle Hawaii e i Boeing dirottati sui grattacieli del World Trade Center. E anche il prezzo, come allora, è stato elevato. Esorbitante per numero di vittime, drammatico perché rivelatore di una società colpita al cuore, privata perfino, in molti casi, dei più essenziali diritti.

Foto © Vatican Media

Senza nome

In un contesto di sofferenza, dei comparti sanitari come del cuore delle persone, anche una città come New York ha ceduto all’ondata del male, che oggi assume le sembianze di un male invisibile. E le difficoltà finisce per sperimentarle, inevitabilmente, anche chi ha il compito di disporre i corpi dei deceduti. La Grande Mela si riaffaccia in un passato lontano, quando le epidemie era più devastanti di quanto le forze umane potessero concepire, decretando l’uso di fosse comuni per seppellire i propri morti. Oggi è Hart Island, nel Bronx, a ospitarne una, in fase di scavo, pronta a contenere i corpi di coloro che non hanno sconfitto il coronavirus, così come secoli fa si usava per chi non aveva una famiglia, o nessuno che potesse ottenere per lui una sepoltura senza omettere di ricordare il suo nome. Riportando alla luce la considerazione foscoliana delle “umane lodi” e dell’”amoroso pianto” descritte ne I Sepolcri, indicate come pietra d’angolo per la dignità degli “estinti”.

Uccisi dall’indifferenza

Il Covid-19 ci ha costretti a rivedere anche questo. Squarciando il velo di normalità della società del Duemilaventi per mostrarne le debolezze. Mettendone alla prova le convinzioni, la quotidianità stessa della vita di ogni giorno. Ma, allo stesso tempo, evidenziando una volta di più i troppi vuoti nelle coscienze collettive, le ingiustizie delle periferie del mondo, costrette ad affrontare l’ennesima emergenza, senza scorgerne troppe differenze rispetto alle precedenti. Realtà dimenticate, seppellite dall’indifferenza. Lacune storiche, minoranze vessate, come quella dei Rohingya, bloccati dal governo del Bangladesh in un distretto a sud del Paese, col divieto assoluto di muoversi di lì. In un contesto fatto di assembramento e scarse condizioni igieniche, un milione di persone assembrate in un agglomerato urbano fatto di case di tela in cui il contagio non sembra aver ancora preso piede ma, in caso, costituirebbe una potenziale catastrofe. Una realtà di sofferenza che carica su di sé il vessillo che raffigura i sepolcri del nostro tempo, non dissimile, forse, da altri scenari di disagio umanitario e sociale. Dall’Africa attraversata da un’emergenza pressochè continua  i campi profughi alle porte dell’Europa, come quello di Lesbo. Senza considerare aree del mondo dove la popolazione civile paga lo scotto dei fratricidi conflitti civili, dallo Yemen, con la progressiva disgregazione della sua impalcatura sociale, alla Siria, che scopre anch’essa il fianco alla pandemia  in un momento storico fin troppo simile a quello di ieri.

A tutela della vita

Il Sabato Santo, giorno del silenzio, scandito dalla meditazione dell’umanità attorno a una pietra di peso immenso posta davanti al sepolcro di Cristo, costringe il mondo di oggi, anche nella particolare e deleteria realtà del coronavirus, a non dimenticarsi delle sue piaghe. E, soprattutto, a ergersi in difesa della vita. Poiché è nella sofferenza dei nostri tempi che, in qualche modo, si può imparare a riconsiderare il valore di un’esistenza che nella frenesia dell’oggi spesso trascuriamo di comprendere. E in parte continuiamo a farlo, se anche in un’epoca di morte si considera lecito consentire alla vita di essere fermata ancor prima di nascere. La pietra sepolcrale forse più pesante, in un’epoca in cui la tragedia mette a nudo tutte le fragilità del nostro vivere insieme. Con la speranza che, all’indomani della tempesta, arriveremo a ricordarcene”.

IL GHIACCIO NEL CUORE

 

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Pubblichiamo un editoriale del sacerdote Don Aldo Buonaiuto , fondatore e direttore del Quotidiano ” Interris”, inviato al ns. direttore Raffaele Lanza,che riteniamo molto interessante per le responsabilità e la partecipazione del cittadino-credente- ai problemi della società odierna.  Aggiungiamo noi solo un punto: che l’uomo deve avere pure il coraggio della partecipazione alle problematiche generali d’interesse pubblico.  Perchè come cantava  Gaber “la libertà è partecipazione”.  

 

E’ sotto gli occhi di tutti come la nostra società soffra di alcuni mali di difficile guarigione. Il cittadino “social” e “global” è costantemente connesso con le piazze virtuali ma sempre più incapace di percorrere con empatia e curiosità intellettuale le strade reali della propria esistenza. Capita così che su una panchina di un giardino pubblico di una città benestante ed elegante si possa morire di freddo nell’indifferenza generale, oppure che un gruppo di ragazzi autistici si veda rifiutato l’alloggio perché la presenza del disagio potrebbe rovinare le ferie degli altri vacanzieri. L’idea che deresponsabilizzandoci saremo più felici è il veleno che semina solitudine più spietata e la disperante perdita di senso. C’è un’immagine che ritrovo nel mio passato di studente: la zavorra e l’ancora sono lo stesso oggetto ma la prima è vista come un peso, la seconda come una sicurezza. Ecco cosa significa essere una comunità: prendersi cura di chi ha bisogno, agganciando e donando stabilità, come fa l’ancora, con chi è alla deriva, invece di voltarci dall’altra parte.

Quante volte accolgo vittime di violenze che aspettavano una parola di attenzione magari da parte di un vicino che le vedeva scendere le scale con i lividi sul volto. La tentazione diabolica è quella di alzare le spalle e pensare che non sono affari nostri. La sofferenza esiste? “Occhio non vede, cuore non duole”. Da qui la deriva egoistica che ci rende tristi individui, ripiegati su noi stessi, con l’errata e mistificante convinzione che sia sufficiente delegare al “potere” le nostre responsabilità. E’ per questo che la situazione sociale, economica, culturale ristagna: è tutto fermo perché “non è compito mio”. Mai come adesso vale l’immagine filosofica della monade: ognuno è chiuso nel proprio guscio, rintanato nel fuorviante universo digitale, persuaso che tanto “provvederanno lo Stato, le istituzioni civili e religiose, forse il volontariato”. Messi di fronte ai nostri mali sociali, siamo tenuti a ribellarci ad una situazione che ci vede calpestare quotidianamente la dignità e la diversità. L’Italia ha potenzialità e risorse in grado di farle rialzare la testa a patto che sappia riappropriarsi delle radici valoriali che affondano nella civiltà cristiana. Occorre ricominciare a sentirci come un “noi“, smettendola di illuderci e di scaricare su indefiniti “poteri” i compiti da svolgere collettivamente.

Solo tre input: responsabilità, partecipazione, condivisione. Sia nella nostra dimensione di cittadini sia in quella di credenti. E proprio qui sta la domanda fondamentale: c’è ancora spazio per il trascendente in una società che misura tutto in termini di tornaconto personale? Non solo l’occidente secolarizzato ma anche le antiche culle della spiritualità orientale sono diventate teatro della vorticosa rincorsa edonistica e consumistica. L’unica medicina ai mali contemporanei è la riscoperta della comunità perché ingannarsi che non ci sia nulla per cui valga la pena meritare Salvezza equivale ad appiattire la vita individuale e collettiva su una dimensione abbrutita, imbarbarita, limitante e soprattutto priva di anima. Quindi una mera gratificazione dell’effimero. Quando mi formavo mi affascinava due branche della conoscenza: la filosofia parlava principalmente all’io, la teologia alla Trinità che univa la persona al noi. Oggi la dimensione comunitaria della religione crea solo fastidio a molti, si vorrebbe eliminare la fede già confinata alla sfera strettamente privata. Benedetto XVI definiva “dittatura del relativismo” quella che il suo Successore stigmatizza come “relativismo pratico”, cioè, va bene il sacro purché non incida sulla sfera sociale. Insomma, “pregate se volete, ma rassegnatevi: non è più tempo di difendere in concreto la vita, la famiglia, la dignità umana”, sostengono i neo-nichilisti. Nel terzo decennio del nuovo millennio l’ipocrisia impedisce di chiamare con il loro nome le nuove forme di martirio in un’epoca che ha sostituito Dio con la trionfante tecnologia post-umana. L’era “progredita” della sempre più alta definizione è glaciale, asettica e incapace di scaldare il cuore con un abbraccio e un sorriso autentici. Sarà davvero un “buon anno” se torneremo ad essere più umani.

Siamo in un ” Paese senza speranza” nella lotta alla corruzione-

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il Comunicato-email /articolo/ di Marco Grieco di “Interris”

Maglia nera alla Sicilia con il 18,4 della statistica

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Corruzione” è una parola che si trova nel dizionario di tutte lingue del mondo incisa così profondamente che, dal 2003, l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite per arrestare quello che è a tutti gli effetti un fenomeno dilagante a livello globale. Ma la Giornata internazionale contro la corruzione, che si celebra oggi, ha lo scopo di ricordare non solo uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Perché classificare la corruzione come  “malattia sociale endemica” non basta. Se n’era accorto anche lo storico latino Tacito, che negli Annali scriveva: “Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto” a sottolineare che, quando si tratta del bene comune, la percezione della legalità diventa fumosa se si mettono in prima linea i propri interessi. In quasi duemila anni, gli strumenti per individuare la corruzione sono aumentati, ma resta difficile cambiare la percezione culturale di essa.

                     MAGLIA NERA ALLA SICILIA CON IL PRIMO POSTO E 18,4 DEI CASI RILEVATI

Il caso italiano parla da solo. L’autorità nazionale anticorruzione evidenzia, infatti, un problema non facile da superare. Nell’ottobre scorso, l’allora presidente uscente, Raffaele Cantone, illustrava in un dossier i dati presentati in tre anni di mandato: tra il 2016 e il 2019 è stato scoperto un caso di corruzione a settimana, per un fenomeno distribuito in maniera pressocché omogenea in tutta la Penisola. La cartina della corruzione in Italia tracciata dal documento situa al primo posto la Sicilia, con il 18,4% dei casi rilevati, seguita da Lazio e Campania (rispettivamente 14,5% 13,2%). Qualche tempo prima che Cantone andasse a capo dell’Anac, era stata depositata una proposta di legge che ha poi seguito l’iter verso  la legge 179 del 2017.

Andrea Franzoso era un giovane funzionario in Ferrovie Nord. Un passato nell’Arma dei Carabinieri, ha da sempre un senso del dovere che supera la dimensione del tornaconto personale. Nel 2015 ha deciso di fare la cosa giusta, che in uno Stato di diritto dovrebbe essere la norma, non l’eccezione. Eppure, la sua storia ha scoperchiato una realtà a cui tutti noi siamo fin troppo assuefatti da dubitare del contrario. Andrea è quello che in inglese è chiamato “whistleblower“, colui che soffia nel fischietto, letteralmente. “È interessante – rileva lui stesso – che in Italia non vi sia un termine semanticamente equivalente”. Nella nostra lingua, i termini che più si avvicinano alla parola inglese hanno un connotato negativo: “corvo, talpa, spia, gola profonda” e questo spiega bene la differenza abissale fra il coraggio di essere onesti e la percezione comune della legalità. “Nella percezione collettiva […] l’Italia è un Paese senza speranza, nel quale lo stigma sociale è subito dalle persone che scelgono di denunciare la legalità” ha detto l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, alla presentazione del primo libro di Franzoso, Il disobbediente, un resoconto disarmante della sua storia. In più di un’occasione, lo stesso Cantone ha dichiarato che l’approvazione della legge 179 è avvenuta anche grazie alla sua storia. Andrea è uno che il tempo ha messo alle strette, ma che ha saputo vedere oltre il “bisogno”, concentrandosi, al contrario, sui “desideri” della sua vita. Oggi è ai ragazzi che si rivolge, portando il suo ultimo libro #disobbediente! (edito da DeAgostini) nelle scuole, con l’auspicio che un Paese all’insegna della legalità sia ancora possibile, nonostante la percezione degli adulti freni ogni buona intenzione.

Andrea, com’è nato quest’ultimo libro?
“Durante le presentazioni del mio primo libro, molti genitori mi chiedevano di dedicarlo ai loro figli. Su Facebook ho ricevutomessaggi da parte di tante mamme e papà che mi parlavano dei loro figli. La cosa che mi ha colpito è che in tutti questi messaggi ci sono sempre tre parole che ricorrono: figli, speranza, futuro, che sono intimamente connesse. Anche gli insegnanti mi hanno chiesto un testo per i percorsi di cittadinanza e costituzione. Oggi vado spesso nelle scuole, dalla primaria alle superiori, e spiego che un mondo diverso è possibile”.

Quando ha inIzio la sua storia?
“Lavoravo in Ferrovie Nord a Milano e un giorno ho scoperto che il capo della mia azienda rubava, sottraeva risorse e beni aziendali per sé e per i figli: ad esempio, con la carta di credito aziendale comperava di tutto, dai cosmetici alla toelettatura del cane. Aveva anche dato la macchina aziendale a suo figlio, con tanto di tessera viacard e carta carburante. Ovviamente, con la macchina la cui targa riconduceva all’azienda, non gli importava di autovelox e ztl e così in 4 anni ha accumulato multe per oltre 181.000 euro di contravvenzioni al Codice della Strada. Il paradosso è che il mio ex presidente guadagnava circa 300mila euro all’anno di compenso”.

Gli altri lo sapevano?
“Certamente, perché la richiesta di rimborso andava al direttore amministrativo, che firmava e autorizzava la spesa, e passava dai contabili e dall’amministrazione. Se mi si chiede perché non hanno fatto nulla, posso rispondere che la maggior parte delle persone non vuole crearsi inimicizie, o lo fa per conformismo. E poi esercita il peso maggiore lo spirito gregario: in generale, cioè, le persone tendono a stare con il più forte. E poi stare col più forte significa mangiare, fa parte del nostro istinto. Uno ha paura di fare una cosa giusta perché teme di essere escluso dal branco. Parliamo di branco, perché questo presuppone un rapporto verticale, non di gruppo, dove invece c’è un rapporto tra pari. C’è una tendenza naturale a stare all’ombra di un capo, quando questo è vincente”.

Cosa è stato difficile in tutta questa vicenda?
“Beh, è successo che le stesse persone che mi avevano acclamato mi hanno poi voltato le spalle per poi diventare indifferenti. I veri antagonisti non sono i corrotti, che si sono già condannati da soli. Sono gli indifferenti. I veri antagonisti sono la nostra paura e gli indifferenti, gli ignavi, quelli che vedono e fanno finta di niente, interessati solo al loro piccolo tornaconto personale. Personalmente, ho una fortuna grandissima: che non serbo rancore. Ho agito con la denuncia. Nel libro ho raccontato del voltafaccia della responsabile della selezione del personale e di molti altri, per esempio. Mi rendo conto che alcune persone sono – come dice Manzoni ne I Promessi Sposi – dei  ‘vasi di coccio’ . Questa è una loro debolezza, ed è questo che fa male. L’indignazione più grande non la provo per i cosiddetti “cattivi” – che poi diventano i capri espiatori delle tante piccole cattiverie nostre -, ma per il comportamento degli altri, per la tendenza a soffocare la propria coscienza. Mi fa male l’indifferenza. Sono stato un anno disoccupato e ho dovuto reinventarmi”.

Cos’ha fatto quando ha scoperto tutto?
“Per prima cosa l’ho detto a chi all’interno dell’azienda avrebbe potuto denunciare e vigilare sulla corretta amministrazione della società, ovvero al presidente del collegio sindacale che, per legge, in caso di illeciti ha l’obbligo di denunciare. La sua risposta è stata: ‘Usa questa informazione a tuo vantaggio’, che è il potere del ricatto, di chi, al posto mio, avrebbe dovuto approfittare di questa situazione. Sono, poi, andato dai Carabinieri e ho fatto un esposto firmandolo con nome e cognome”.

Perché non ha usato l’anonimato?
“Ho scelto di farlo senza l’anonimato perché ho capito che c’era in gioco una cosa importante, cioè chi sono e chi voglio essere. Io non posso recitare una parte che non è mia. Mi sono detto: ‘Devo avere rispetto per me stesso, non mi devo vergognare, perché la verità è aletheia, assenza di nascondimento’. Poi è partita l’indagine e tre mesi dopo, alla notifica della misura interdittiva, il presidente è stato costretto a dimettersi. Sono andato a lavoro quello stesso giorno del 19 maggio 2015. All’epoca ai miei non ho detto niente perché c’era un’indagine. Ma quando, la sera del 18 maggio, ho detto a mio padre che avevo denunciato il dirigente, lui l’ha presa male”.

Cosa le ha detto suo padre?
“Ha parlato la sua paura. Mi ha detto: ‘Alla tua età non hai ancora capito come va il mondo, prendi su le tue cose vai via. Uno come te qua si rovina e basta. L’Italia è il Paese dei furbi, qua le cose non cambiano’. Parole che mi hanno toccato, perché mio padre si sentiva in colpa per avermi educato con certi valori che, ai suoi occhi, avevano cresciuto un figlio fragile, debole, indifeso”.

Ha passato momenti difficili…
“Beh certamente, se a 39 anni ti ritrovi senza lavoro e per oltre un anno non fai colloqui. Però penso che sia stato giusto agire così, e nella denuncia ho riaffermato la mia identità, ciò che sono, ciò in cui credo. In passato, ero stato ufficiale di Carabinieri, ho fatto un percorso di quattro anni con i gesuiti. “Io sono le mie scelte”, diceva Sartre: non potevo rinnegare la mia vita, i miei 38 anni precedenti”. Qui c’è il dovere della testimonianza e sono consapevole che testimoniare significa anche patire delle conseguenze, accettare il martirio”.

Quando è iniziato il suo martirio?
“Quando sono stato messo all’angolo, perché formalmente avevo mantenuto lo stesso incarico, ma sono stato trasferito in ufficio dove passavo la giornata senza aver nulla da fare. Ho portato avanti una battaglia legale, ma ho perso perché all’epoca non c’era una legge che tutelasse chi denunciava gli illeciti. Ho chiesto il reintegro, ma dall’azienda hanno risposto che mi avevano trasferito senza demansionarmi. Quando è successo tutto, non ho rilasciato nessuna intervista sebbene mi avessero chiamato in tanti. Non volevo diventare un personaggio, volevo sparire ed essere dimenticato. La mia prima intervista l’ho rilasciata un anno dopo al programma Rai Report, perché la giornalista Milena Gabbanelli mi ha convinto dicendomi: ‘La tua storia fa respirare il cuore'”

Una piccola luce in un momento di buio…
“Più che buio, è stato un momento di non-senso, quando io mi sono detto: ‘Ho fatto una cosa buona, eppure sono senza lavoro’. Ho sentito la morte civile perché, dopo che hai mandato decine di curriculum e non ti chiama nessuno, perdi la speranza e l’autostima. Il conto corrente era sempre più magro, mentre l’ex presidente del collegio sindacale di Ferrovie Nord veniva nominato consigliere d’amministrazione di una banca: trovavo strano che una persona che era stata sanzionata dal Consob per la sua condotta potesse essere nominata nel cda di una banca, mentre io, che avevo difeso il patrimonio aziendale di Ferrovie Nord, ero senza lavoro. Mi sono detto: questo è il mondo alla rovescia, devo andare via, forse ha ragione mio padre”.

Cosa ti ha fatto desistere?
“Ripetermi che, dovunque io vada, porto sempre me stesso. Al di là degli indifferenti, in Italia c’è tanta gente seria e buona. Prima di mollare, ho cercato di trovare uno spazio nel mio Paese, perché andare via significava gettare la spugna e tradire quelli che continuavano a darmi fiducia. Il nemico vero di questo Paese è la rassegnazione. Corrado Alvaro diceva: ‘La disperazione più grande che possa impadronirsi di un popolo è pensare che vivere rettamente sia inutile’. La rassegnazione è peggio della corruzione perché toglie le forze migliori. E poi il 18 ottobre fu approvata la legge sul whistleblowing al Senato, il 15 novembre alla Camera dei deputati. Fu firmata dal presidente della Repubblica il 30 novembe ed è entrata in vigore il 29 dicembre, il giorno di San Thomas Becket, martire della giustizia”

Oggi come ti vedi?
“Come il protagonista del bellissimo libro di Jean Giono L’uomo che piantava alberi. Per questo vado nelle scuole. Falcone diceva: ‘La mafia e la corruzione non si combattono nelle aule di giustizia, ma fra i banchi di scuola”. Bisogna cambiare la cultura, perché anche a scuola c’è omertà, i ragazzi fanno fatica a segnalare episodi di bullismo”.

Cosa pensi della recente direttiva europea sul whistleblowing?
“La direttiva sul whistleblowing è stata firmata nell’ottobre 2019. Il Parlamento europeo l’ha approvata il 16 aprile scorso. Ora l’Italia ha due anni di tempo per adeguarsi perché la Legge 179 è un primo passo, è buona per quanto riguarda la tutela dei pubblici dipendenti ma per quanto riguarda i dipendenti privati è poca cosa.
Sulla nuova legge penso che bisogni tutelare i dipendenti privati, che una persona possa scegliere i canali esterni e credo che le nuova legge debba prevedere un fondo di ristoro, perché ci sono spese legali da sostenere. Il fondo servirebbe per pagare le spese. Si potrebbe pensare anche di inserire il whistleblower nelle categorie protette, per agevolarlo nella ricerca di un nuovo lavoro. Perché l’aver denunciato, in un Paese come il nostro, spesso equivale a una disabilità“.

I dati Anac presentati a ottobre scorso non sono confortanti…
“È vero, ma mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno: il numero delle persone che denunciano fatti illeciti è in costante aumento. C’è un cambio di passo, sta cambiando il paradigma culturale e ci vorrà del tempo, però la situazione sta migliorando. Negli Stati Uniti, invece, c’è una legge per cui i whistleblower ottengono un premio in denaro fino al 30% delle somme recuperate. Soltanto nel 2018, negli Usa, 217 persone hanno permesso al fisco americano di recuperare 1 miliardo 410 milioni di dollari ed hanno ricevuto premi per una somma complessiva di 312 milioni di dollari. Questo fa capire che Oltreoceano c’è un modo di ragionare diverso. Tuttavia io non sono d’accordo sull’introduzione di premi in denaro, in Italia.”

Qual è la ricompensa migliore?
“Per me la vera ricompensa è quella che mi dà la mia coscienza. Non mi lascio strumentalizzare e non voglio trarre alcun vantaggio da ciò che ho fatto. Perciò ho detto no a chi mi ha proposto una candidatura alle elezioni. La credibilità è un valore da custodire”.