Enna: arresti e perquisizioni per traffico di droga

 

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Otto persone in carcere, 7 ai domiciliari, 22 – tra cui 4 minorenni – indagate a piede libero e 29 perquisizioni nell’ambito di un’operazione di polizia (denominata Retiarus) contro lo spaccio di marijuana, hashish e cocaina nell’area di Piazza Armerina (Enna). Coinvolte nel traffico di droga le città di  Catania, Ramacca, Barrafranca, Valguarnera Caropepe e San Cono.

L’attività investigativa,protrattisi per circa 9 mesi, con il supporto del , commissariato di Piazza Armerina,  la collaborazione della Mobile di Catania, di altre articolazioni della questura di Enna, del Reparto prevenzione crimine Sicilia Occidentale di Palermo e delle Unità cinofile antidroga della Questura del capoluogo siciliano) e coordinata dalla Procura di Enna, ha consentito di individuare una rete di persone che, tra fine 2016 e il primo semestre 2017, operava tra Piazza Armerina, i centri limitrofi e la provincia di Catania per acquisto, trasporto, detenzione e commercializzazione di ingenti quantitativi di droga.

 

 

Corruzione e falso ideologico: arrestati l’imprenditore Ezio Bigotti e Massimo Gaboardi

Ezio Bigotti, Giancarlo Longo, Giuseppe Calafiore, Massimo Gaboardi, Piero Amara, Vincenzo Ripoli, Messina, Sicilia, Cronaca

Foto Ag.-Archivio-La 7

Il  Comando Provinciale delle Fiamme gialle di Messina – si apprende da un Comunicato d’Agenzia–  stanno eseguendo due provvedimenti di arresti domiciliari nei confronti di Ezio Bigotti,(nella foto sopra)  imprenditore piemontese, presidente del gruppo STI aggiudicatario di numerose commesse della Centrale acquisti del Tesoro (Consip) e di Massimo Gaboardi, ex tecnico petrolifero Eni. L’accusa è di corruzione in atti giudiziari e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Gaboardi è al centro di una vicenda per la formazione di un falso verbale di dichiarazioni reso davanti all’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, al fine di depistare sul caso Eni. Un verbale che sarebbe stato “precompilato” da Amara e poi reso “ufficiale” da Longo in un suo fascicolo.
Il provvedimento è legato all’inchiesta della Procura di Messina sul cosiddetto “Sistema Siracusa” che, a febbraio dell’anno scorso, ha condotto all’arresto di 13 persone accusate di fare parte di un “comitato di affari” in grado di condizionare indagini e procedimenti giudiziari”.
Le Fiamme Gialle coordinate dal tenente colonnello Jonathan Pace , hanno eseguito perquisizioni nei confronti degli indagati nelle province di Roma, Milano e Torino.

Procura presso il Tribunale di Messina

La Procura di Messina 

Mentre per il terzo indagato di questa nuova puntata, il consulente siracusano Vincenzo Ripoli, il gip di Messina Maria Militello deve adesso valutare una richiesta si sospensione dall’esercizio dell’attività di perito.

Lo scenario delineato dalla Procura di Messina, che sul “sistema Siracusa” indaga ormai da un paio di anni, è ancora una volta la rete di “relazioni” create da Amara. In questo caso per fare aprire al pm all’epoca in servizio a Siracusa, Giancarlo Longo – che , si apprende , ha già patteggiato la pena di 5 anni -, un fascicolo “specchio” basato su false denunce, per  depistare le indagini della Procura di Milano su Eni-Algeria e Eni-Nigeria e fare archiviare le accuse a carico di Bigotti.

Questa volta però, proprio dopo le dichiarazioni accusatorie di Amara e del collega di studio Giuseppe Calafiore, fino ad oggi “coperte”, ci sarebbe la prova- affermano gli inquirenti – che alcune mazzette finite nelle tasche del pm aretuseo Longo siano state “versate” a suo tempo in prima battuta proprio da Bigotti.

Gli interventi” degli avvocati Amara e Calafiore, e il denaro fornito,hanno tramutato  il procedimento penale in un fatto positivo

Nel marzo scorso, a Roma, Bigotti ha subito il sequestro di 40 milioni di euro, la cifra che secondo le indagini è stata fatta “uscire” dalla società Ge.Fi. Fiduciaria Romana srl. Nelle carte di quel sequestro risultavano anche pagamenti verso la Exitone spa, società controllata al 100% dalla Sti, a sua volta amministrata da Bigotti. La Sti è finita anche nell’indagine per le presunte false fatturazioni verso le società controllate dall’avvocato Amara, ed è poi nota per essere finita nell’inchiesta sul maxi appalto Consip da 2,7 miliardi di euro.

Anche il nuovo fascicolo aperto a Messina ripercorre le vicende della Sti e della Exitone. Probabilmente ci saranno nuovi sviluppi

Napoli: inchiesta giornalistica tra i boss della Camorra- Indagati i giornalisti-provocatori per induzione alla corruzione

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Non tutto sembra scontato nella vita. Anche quando si agisce nella legalità e si vuol collaborare con la Giustizia- Sono avvenute infatti perquisizioni a Napoli negli uffici della Sma Campania, società in house della Regione Campania impegnata nella prevenzione e nel contrasto degli incendi boschivi, e negli uffici del consigliere regionale campano di Fratelli d’Italia Luciano Passariello nella sede del Consiglio regionale al Centro direzionale di Napoli. Passariello è anche candidato alla Camera nel collegio plurinominale di Napoli in posizione di capolista per Fratelli d’Italia. L’attività è coordinata dalla Procura di Napoli e sarebbe stata svolta nell’ambito di un’inchiesta su presunti episodi di voto di scambio e corruzione.

Accordi corruttivi diretti al controllo illecito degli appalti pubblici nel settore del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti in Campania è l’ipotesi attorno alla quale si articolano le indagini.

Le attività di indagine ancora in corso, spiega il procuratore di Napoli Giovanni Melillo, “sono state rese necessarie e indifferibili dalla rilevata gravità del rischio di dispersione probatoria collegato alla annunciata diffusione di notizie e immagini in grado di pregiudicare gravemente le investigazioni sulle gravi ipotesi delittuose fin qui individuate (corruzione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso, corruzione, finanziamento illecito di partiti politici)”. Melillo aggiunge che “la delicatezza e la complessità delle attività d’indagine in svolgimento impongono di conservare il più stretto riserbo”.

Voto di scambio e corruzione, perquisizioni a Napoli

Fotogramma-Com. d’Agenzia

Gli agenti dello Sco hanno effettuato una perquisizione nel mio ufficio in Consiglio regionale, prelevando documentazioni relative a un’inchiesta in atto della Procura di Napoli per fatti che sarebbero risalenti al mese di febbraio 2018 tuttora in corso”. Lo dichiara il consigliere regionale campano e candidato di Fi Luciano Passariello, spiegando che “non mi è stata contestata nessuna condotta diretta che si ipotizzi antigiuridica. Risulto coinvolto perché altre persone avrebbero fatto il mio nome”.

Tutto questo accade a soli 15 giorni dalle elezioni politiche che mi vedono impegnato in prima persona come candidato – continua -. Qualcuno può millantare credito ma essere nominato da altre persone in terze conversazioni è cosa ben differente dal commettere reati”. Passariello spiega di non aver “mai incontrato nessuno degli imprenditori di cui fa riferimento la Procura. Sono tranquillo, anzi -aggiunge- ho ribadito alle forze dell’ordine la totale disponibilità a collaborare ed a fornire loro tutto il materiale e le informazioni utili a fare piena luce su questa vicenda. L’auspicio è di essere ascoltato quanto prima dagli inquirenti. Invito gli organi di informazione a riportare i fatti così come sono evitando strumentalizzazioni politiche utili solo a gettare fango a pochi giorni dal voto”, conclude Passariello.

Indagati anche i giornalisti della testata online Fanpage. “Tutto questo è assurdo, abbiamo messo a repentaglio la nostra incolumità per questa inchiesta e ora ci ritroviamo indagati”, dice amareggiato  Francesco Piccinini, direttore di Fanpage.it, coinvolto nell’indagine.

Fanpage, racconta Piccinini, ha utilizzato giornalisti ‘provocatori’, che avrebbero avvicinato e fatto parlare diversi politici e imprenditori, proponendo affari sullo smaltimento dei rifiuti. “Io – spiega il direttore – ho recitato la parte di un industriale del Nord che doveva sversare dei rifiuti. Abbiamo incontrato dei camorristi che ci hanno spiegato dove sotterrare quei rifiuti, chiedendoci 30mila euro a camion”. Non solo: “Abbiamo messo una telecamera addosso a un ex boss dei rifiuti mandandolo in giro per l’Italia a incontrare industriali e politici per prendere accordi in cambio di tangenti”.

Piccinini, insieme al giornalista che ha realizzato l’inchiesta, Sacha Biazzo, e all’ex boss dei rifiuti impiegato nell’operazione, risultano indagati per induzione alla corruzione. “Noi – sottolinea il direttore di Fanpage – abbiamo fatto questo nell’ambito di un’inchiesta giornalistica. E’ chiaro che non abbiamo smaltito rifiuti né preso soldi”. Ovviamente, prosegue Piccinini, “ci è stato spiegato che si tratta di un atto dovuto, ma resta una cosa spiacevole”. Piccinini precisa di aver avuto sin dall’inizio “un rapporto di dialogo” con le forze dell’ordine. “Abbiamo anche consegnato tutto il girato, per non lasciare dubbi sulla nostra buona fede”. Stamattina la polizia ha perquisito la stessa redazione di Fanpage per acquisire nuovo materiale audiovisivo.