L’ADDIO NELLE CORSIE -TRAUMA DOLOROSO – SENZA L’ULTIMO SALUTO

 

Raffaele Lanza - Casa Editrice BookSprint Edizioni

Raffaele Lanza

Gli ultimi aggiornamenti sulla pandemia di Coronavirus: in Italia più di 35.000 morti, 20 decessi nelle ultime 24 ore

 

DI   RAFFAELE LANZA

 

La morte solitaria è stata uno dei risvolti drammatici legati all’emergenza della pandemia invisibile. Per prevenire il contagio, pazienti se ne sono andati in un letto d’ospedale con al fianco medici e infermieri, ma senza i propri cari, impossibilitati a stare loro accanto per un ultimo saluto. Una sofferenza senza eguali per chi se ne è andato, per chi è rimasto e per gli stessi sanitari, che sin dall’inizio si sono attrezzati con tablet e cellulari per lasciare che la tecnologia colmasse la distanza imposta tra familiari e pazienti.

Mascherine, tampone e bardatura, non hanno permesso finora a figli, mariti, mogli di accompagnare i propri cari per l’ultimo saluto Quel vetro attraverso il quale si sono fino adesso si sono  incrociati gli sguardi tra paziente terminale Covid e familiari, sembra aver dato l’imput psicologico al malato di prepararsi  “al grande viaggio”…

La presenza ha però un valore differente, perchè consente di stringere la mano e abbracciare il proprio familiare, papà, mamma, figlio , nonna ed altri ed e “abbatte il muro dell’isolamento”,che non permette spietatamente a chi si trova in terapia intensiva di salutare per l’ultima dal vivo i congiunti. 

LA PREGHIERA COME ABBRACCIO VIRTUALE Papa Francesco invoca il rosario per sconfiggere il virus International Web Post - International Web Post

Papa Francesco: “La preghiera come abbraccio virtuale con Gesu, Dio..”

“Vedere i pazienti morire in rianimazione senza avere l’ultimo saluto ai familiari è un grande dramma perchè rimane il ricordo per l’intera vita ai familiari di  una disumanizzazione   che stravolge e rende arido  ed indifferente l’animo umano.

Di fronte al cambio di vita non possiamo accettare qualsiasi motivazione tecnica o scientifica seppure dettata dalla razionalità e da risultati positivi.                E’ un trauma dolorosissimo perché viola una necessità fondamentale iscritta da sempre nel dna dell’essere umano. Spesse volte- come la cronaca ha documentato – si rivela  una crudeltà inutile e ingiustificata dai numeri.

“Non possiamo rischiare che qualcuno si infetti” obiettano dall’altro lato medici ed infermieri professionali .   Vero, ma è ’ necessaria un’umanizzazione dell’ospedale, che non implichi un rischio sanitario.

In qualche azienda sanitaria all’avanguardia si è fatto un piccolo passo avanti  su questo fronte per scongiurare ogni pericolo, i familiari verranno sottoposti a tampone. Se sarà negativo, verrà reso possibile l’avvicinamento parziale: potranno entrare in rianimazione e parlare attraverso un vetro

.Non sarà possibile però  toccare ancora il proprio congiunto: salutarlo.    E’ un dramma, grande, che nelle sue dimensioni ed estensioni, porta l’uomo all’indifferenza ed all’egoismo.

Chi ha visto il film-leggendario “Ben  Hur” ,Colossal del 1959, diretto da William  Wyler di grande profilo religioso-cristiano,a tema storico-drammatico, ha potuto vedere il protagonista -Ben Hur- interpretato dal mitico attore Charlton Heston non abbia esitato un attimo a vedere ed abbracciare la propria madre e sorella, ammalate di lebbra, nella grotta dei lebbrosi. E’ una delle immagini più belle e straordinarie- insieme alla vivace “Corsa delle bighe”- della cinematografia mondiale di tutti i tempi. Quale figlio, quale padre, quale madre e via dicendo, non abbraccerebbe il proprio congiunto negli ultimi istanti di vita anche se  affetto da malattia altamente contagiosa e grave?

Sembriamo diventati un esercito di “zombie” dove il tracciamento delle persone ammalate ricorda quella paurosa e tremenda geografia inventata da Adolfo Hitler nel separare la pura razza ariana da quella contaminata ebrea, da estirpare e seppellire nelle fosse giganti come quelle degli ammalati Covid.      No, non ci stiamo, Dobbiamo capire tutti quanto sia importante e fondamentale accarezzare la mano e la fronte di una persona che sta andando via per sempre in un momento del genere.

Nostro padre è morto solo. Cambiate le regole: abbiamo bisogno di un ultimo saluto" | L'HuffPost

Riportiamo il pensiero di Don Aldo Buonaiuto, pubblicando parte del suo articolo apparso oggi su “In Terris” il quotidiano diretto dallo stesso  Sacerdote, direttore responsabile della testata..

 

Sopra,Don Aldo Buonaiuto  (Foto Testata “In Terris”-27 Nov.)

Il termine “distanziamento”– afferma il direttore di “In Terris”-ormai è diventato la parola d’ordine più usata e importante di questo 2020 e sicuramente continuerà ad esserlo anche per il prossimo anno. Per non infettarsi, per proteggersi dal virus, per non morire bisogna mantenere le distanze e non avvicinarsi a nessuno. Quasi un mantra che viene ripetuto innumerevoli volte per convincerci dell’efficacia di questo comportamento. Ho così ripensato alle tante altre distanze che, di fatto, sono molto presenti nella vita dell’uomo e che non sono causate da un virus biologico. 

Penso che la distanza più terribile, infatti, sia quella della mancanza di amore, di chi rifiuta il vero bene, l’affetto, la distanza di coloro che si abituano alla spietatezza, alla disumanità. Quante persone pur vivendo accanto, magari comunicando ogni giorno, di fatto sono lontane e indifferenti!

Quante coppie di sposi, apparentemente vicine, in realtà si sopportano soltanto, evitandosi il più possibile; molte si tradiscono con una normalità sconcertante e con un’indifferenza devastante. Quanta distanza nei modi violenti di porsi o nei silenzi più aggressivi, capaci di generare abissi nelle relazioni sociali, in famiglia, nel lavoro e addirittura negli ambienti ricreativi. Perché, l’abbiamo compreso, è la distanza del cuore l’epidemia più grave della storia che ha provocato lacerazioni, guerre e divisioni ad ogni livello anche nei contesti religiosi.

Guai a sottovalutare la crescente distanza tra le piazze e i Palazzi, tra il Paese reale e quello istituzionale, tra la base e il vertice. La pericolosa utopia di una comunicazione che avvenga solo attraverso messaggi televisivi o social si coniuga purtroppo con la minacciosa illusione dei tanti “odiatori da tastiera” che individuano sempre in un nemico immaginario la causa del proprio malessere. Sia che il “colpevole” divenga un bersaglio da colpire o una situazione da demonizzare, l’avversario è sempre considerato altro da noi, distante dal nostro mondo e alieno alla nostra “superiore civiltà”.

Così la cristianità, originata dal Maestro della condivisione e dell’unità, lungo i secoli si è spesso trasformata in strumento di divisione. “Vade retro satana, perché tu non ragioni secondo Dio ma secondo gli uomini”, disse Gesù proprio al suo amico e discepolo Pietro per la sua incapacità di essere collegato alla Volontà di Dio.

E quanti ecclesiastici e laici mega-praticanti della fede hanno favolose capacità “predicatorie” ma poi sono incapaci di abbattere i muri dell’invidia e della diffidenza. La distanza del cuore non esclude nessuno e nella dimensione religiosa, dove la testimonianza è tutto, la “distanza di fatto” – e cioè la mancanza di un vero amore nelle relazioni – provoca grandi delusioni e scandali. Quando nella Chiesa i cattolici, le realtà associative si disprezzano tra loro e al proprio interno possono diventare poi la causa di distanze incolmabili difficilmente riparabili.

Ci sono responsabilità importanti che forse si preferiscono non comprendere restando separati, divisi e quindi senza confrontarsi ne chiarirsi, perché di fatto non c’è la volontà di fare comunione. E così le coscienze si atrofizzano tramutandosi nella cruda e illusoria parvenza di una finta vita reale, evangelica ma ridotta ad un benessere artificiale.

In questo periodo, caratterizzato dalla mancanza di abbracci, dalle strette di mano negate e dai sorrisi non visibili, si sono ridotti anche i tanti gesti di facciata o quelli compiuti solo per salvare le apparenze. E le persone finte, amiche di convenienza, sparite con la scusa del virus forse hanno permesso di abbattere qualche ipocrisia di troppo… 

IL PIANTO E LO STRAZIO SENZA FINE DEI FAMILIARI CHE NON POSSONO DARE L’ULTIMO SALUTO

MORIRE SENZA IL CONFORTO DEI FAMILIARI E DEI RELIGIOSI

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un servizio giornalistico pubblicato su “Interris.it”  che , attraverso la testimonianza del sacerdote mette in chiara luce il dramma più grande per gli ammalati di coronavirus:  morire senza avere la possibilità di una parola, un saluto ai propri cari. Ricorderemo che a Bergamo il Vescovo Breschi ha riferito che, in assenza dei religiosi, sacerdoti, i battezzati possono benedire i morenti e le salme   ” Un battezzato può benedire,afferma il Vescovo. Un tempo era il padre a benedire i figli al momento dell’addio. Ora possono farlo i figli e, nelle terapie intensive,anche i medici e gli infermieri. Dico loro: ovviamente non vi imponiamo nulla; ma se intuite che una persona ha questa sensibilità, voi stessi fatevi portatori di un segno, di una benedizione, di una piccola preghiera».

Risultato immagini per IMMAGINE DEI REPARTI OSPEDALIERI

Il martirio della solitudine

Foto  “Interris.it”,Quootidiano diretto da Padre A.Buonaiuto

“Padre, mi dia una benedizione la prego e la supplico, se può salutarmi i miei due figli dicendo quanto li ho amati e che avrei tanto desiderato abbracciarli per un’ultima volta…padre, perché il Signore ha permesso tutto ciò…io sono sempre stato un suo servitore, anche se indegno, non l’ho mai abbandonato, e ora Lui, abbandona me! Pensavo di poter campare qualche altro anno, d’altronde 68 anni non sono poi così tanti. Qui ci chiamano tutti “il vecchio”, e con un numeretto…io sarei il “vecchio 87”. Ma sa padre, io non mi sono mai sentito un vecchio…non ce la faccio più a parlare”. E così in lacrime il caro Giorgio ha speso le sue ultime giornate attaccato ad un respiratore e senza poter rivedere i propri cari.

Il pianto e lo strazio dei familiari in queste giornate apocalittiche è incontenibile e solo una piccola percentuale arriva nelle case dove, se da una parte si parla del covid-19 (spesso anche a sproposito) dall’altra si limitano le immagini e le dichiarazioni più drammatiche e scioccanti. Alcuni dicono, per non fomentare il panico. Mah! Eppure la realtà e quindi la verità non le si può nascondere. Non è possibile assistere alla tragedia di un’Italia schizofrenica che piange i propri figli e di un’altra Italia che ancheggia dai balconi o, peggio, finge che il pericolo non la riguardi azzardando trasferimenti e comportamenti che seminano il contagio su tutto il territorio nazionale.

Il bisogno, anche legittimo, di leggerezza non può giustificare alcuna forma di negazionismo o di ostinazione nel voler sdrammatizzare a tutti i costi, offendendo così la memoria di migliaia di defunti e la sofferenza di decine di migliaia di ammalati. E’ stata superata la quota sbalorditiva di 50.418 positivi, a detta di tutti i virologi punta di un icesberg almeno cinque volte superiore per dimensione. La gente è stanca anche dei tanti, troppi giochi di parole e paroline (morti per covid, morti con covid ) messi in campo per dissimulare ciò che non si può nascondere: l’ecatombe in corso.

Penso che tanta gente, quella che fortunatamente sta bene, non si rende ancora conto dell’indescrivibile dolore che i familiari delle vittime, ammalate o già uccise dal Covid, stanno subendo. E’ contro natura morire senza i propri cari intorno. Questa emergenza nega persino “l’onore delle armi” che le altre patologie permette ai moribondi: passare a miglior vita senza l’onta ulteriore della solitudine finale.

Tante sono le pressioni e le difficoltà che tutti gli operatori sanitari in prima linea stanno subendo: “Padre, noi non sappiamo che farcene dell’ammirazione – mi ha detto un medico infettivologo – noi abbiamo bisogno delle attrezzature per poter lavorare, invece, al momento, le abbiamo razionate e siamo sempre sull’orlo del collasso di un sistema impreparato ad una pandemia!” E così una farmacista: “Don, la mascherina me la sono fatta con il tessuto rimediato da casa perché qui non arrivano e tanta gente si dispera e va nel panico, non faccio altro che rispondere negativamente alle richieste di mascherine e amuchina”.

Che mortificazione, un Paese del G7 che non ha da dare ai propri figli il necessario per tutelarsi. E allora ho chiesto ad un medico: “Perché non fanno i tamponi?”. La risposta è stata sconcertante: “L’ho chiesto anche per me e il collega mi ha mandato sul telefonino una faccina con le lacrime”. E ancora, “Ad una cara famiglia che seguo da tanti anni ho detto di non portare la mamma anziana in ospedale… lasciatela morire a casa, almeno non dovrà subire il martirio della solitudine”.

Ecco, questo “martirio della solitudine” mi ferisce e amareggia profondamente. La gente si sente più sola che isolata. Le persone cercano affetto e, nei momenti più difficili, l’amore è veramente tutto. Se viene a mancare si sta già condannando a morte qualcuno.

I cappellani mi dicono: “don, qui è un fronte di guerra…gli infermieri sono esasperati e anche impauriti, la gente piange ovunque e fa male sentire il grido al telefonino dei figli, dei nipoti che danno l’ultimo saluto ai propri nonni, padri e madri, magari ascoltando solo la fatica del respiro”. Mai come in queste settimane i medici mi hanno chiesto benedizioni e preghiere e mai ho visto il personale sanitario così provato e disperato.

Tanti comuni del nord non vengono neanche citati ma il dolore dilaga ovunque e il terrore affiora negli occhi di tanti. La restante parte della popolazione risparmiata finora dal coronavirus non può fingere di ignorare questo stato di lutto generalizzato e di non ascoltare il grido di aiuto dei più fragili.

Dice il Qoelet: “c’è un tempo per ogni cosa”. Vorremmo che anche i media dimostrassero toni e modalità di espressione più rispettosi e contenuti: questo non è il momento del chiacchiericcio ma del pianto per i nostri morti e dell’impegno condiviso per fermare questo mostro invisibile. Non serve il baccano anzi è un insulto alla tragedia collettiva che non sappiamo ancora quali dimensioni assumerà e quanto durerà. C’è bisogno, invece, di silenzio, rispetto, preghiera, consolazione. Abbassiamo tutti i toni, se non per buona creanza almeno per un sussulto di decenza.

Un ragazzo di quattordici anni mi ha detto in lacrime: “Don, io non posso più vedere uno schermo, non ci riesco più!” Perché Andrea, che ti succede? “La gente canta e danza, ho visto anche delle suore ballare, ma a me da quando due settimane fa è morto papà è finita la voglia di vedere e sentire chiunque. Invece quella gente mi fa inorridire: come possono scherzare in mezzo a un simile orrore? Questa non è solidarietà, questa è disumanità…ti prego don, almeno dillo te”.

Nel mio piccolo provo a dare voce alle sofferenze odierne pur sapendo che la zizzania continua incessantemente a crescere accanto al grano buono. Lo sappiamo, mentre muoiono migliaia di innocenti c’è chi litiga per questioni economiche e di potere. L’arrivo degli sciacalli è purtroppo inevitabile come quello dei corvi che già puntano la preda. Le polemiche sterili, le cattiverie sconcertanti, i formalismi criminali ( ci si preoccupa ora della privacy, mentre da un decennio i social saccheggiano i nostri dati personali e si allungano i tempi per colpa della burocrazia in assenza di dispositivi medici salva-vita ) possono avvilirci, di certo non aiutano. Però chi ancora ha un po’ di valori e magari anche un briciolo di fede può contribuire a rendere anche questo momento un tempo di crescita. Me l’ha insegnato quel sacerdote che l’altro giorno ha detto: “il mio respiratore lasciatelo a chi è più giovane di me, e ha salutato questo mondo”. E’ lo stesso martirio della misericordia che settanta anni fa, in un lager, spinse San Massimiliano Kolbe a farsi giustiziare al posto di un giovane padre di famiglia. Si ricordino dei sacerdoti morti a decine in queste settimane tra le corsie lombarde coloro che ignobilmente riescono solo ad accusare la Chiesa di restare chiusa nei suoi palazzi.     don A.Buonaiuto,sacerdote, direttore di “Interris.it”