Napoli, Traffico di Stupefacenti: 26 persone arrestate con l’aggravante del metodo mafioso

Adolescenti e droghe: famiglia, cure precoci e psicoterapia di gruppo le armi per uscirne
 Napoli – Sant’Antimo (NA), Sant’Arpino (NA),1

Nell’ambito di attività di indagine diretta dalla Procura della Repubblica, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 26 persone (di cui 18 sottoposte alla misura della custodia in carcere, 8 a quella degli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico) gravemente indiziate, a vario titolo, dei reati di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e cessione di droga, aggravati dal metodo mafioso o dalle finalità mafiose.

In particolare, dalle indagini sarebbe emersa l’operatività di due gruppi criminali egemoni nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti (cocaina, marijuana e hashish) nei territori di S. Antimo, S. Arpino e comuni limitrofi.

Tali gruppi avrebbero agevolato le principali consorterie criminali di tipo mafioso operanti nelle suddette zone (clan Verde e clan Ranucci), rifornendo numerose piazze di spaccio, con ingenti proventi ricavati dalle illecite attività.

Il provvedimento eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e, quindi, presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

IL GIP DEL TRIBUNALE DI PALERMO ORDINA LA CUSTODIA IN CARCERE DI TRE MAFIOSI DI CORLEONE

 

 

Corleone,

 I Carabinieri della Compagnia di Corleone hanno notificato  un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 3 persone ritenute responsabili, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della locale Procura Distrettuale Antimafia.

L’indagine, condotta dal 2017 al 2023, ha consentito di definire gli assetti della famiglia mafiosa di Corleone, individuandone i vertici, ed ha permesso di ricostruire significativi episodi nei quali sono state attuate condotte a carattere intimidatorio, manifestazione di una “mafia rurale” ancora operativa.

In particolare, i reati contestati sono riferibili a danneggiamenti, incendi e furti di mezzi appartenenti ad aziende agricole di Corleone – tra cui uno utilizzato da una cooperativa che opera in immobili confiscati alla mafia – nonché estorsioni nei confronti di esercenti locali, finalizzate a dilazionare il pagamento di debiti contratti verso questi ultimi.

Gli indagati, sfruttando la rilevante forza intimidatoria derivante dal vincolo associativo, avrebbero esercitato un considerevole potere di controllo del territorio, tale da permettere loro di intervenire nella risoluzione di controversie private, nella gestione dei confini dei terreni agricoli e nella compravendita degli stessi, tanto che anche semplici cittadini si sarebbero rivolti al sodalizio per ottenere l’autorizzazione preventiva all’acquisto di fondi agricoli e per dirimere dispute sorte tra privati.

Lotta alla contraffazione Messina – Eseguita un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un’associazione per delinquere dedita al commercio di marchi contraffatti

 

Messina,

In data odierna, su delega delle Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, i militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Messina hanno eseguito un’ordinanza, emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari, con la quale sono state disposte misure cautelari personali nei confronti di 7 persone (4 in carcere, 2 agli arresti domiciliari ed un obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria), indiziate di associazione per delinquere volta alla introduzione nello Stato, detenzione per la vendita e commercializzazione di prodotti industriali con marchi o segni distintivi contraffatti o alterati, nonché per il delitto di ricettazione.

Il provvedimento scaturisce da un’articolata indagine in materia di e-commerce abusivo ed illegale, coordinata da questa Procura e delegata ai finanzieri del Gruppo di Messina, anche mediante l’ausilio di intercettazioni telefoniche e telematiche, videoriprese, accertamenti bancari, servizi di osservazione e pedinamento, sequestri di beni, che ha portato a disvelare un’associazione criminale dedita alla commercializzazione di capi di abbigliamento, accessori e profumi, con marchi contraffatti di noti brand nazionali ed esteri, composta da pregiudicati, alcuni dei quali ristretti agli arresti domiciliari per altri reati, che -nonostante la detenzione- avevano avviato tale illecita attività, essendo privi di una occupazione remunerativa.

Le investigazioni hanno ricostruito l’operatività, dal 2022 ad oggi, del sodalizio, radicato nel popolare quartiere “Giostra” di questo capoluogo, il quale – mediante una pagina Facebook collegata ad un gruppo chiuso, con oltre 2.200 iscritti – pubblicizzava la vendita di prodotti di varia natura, a prezzi notevolmente inferiori rispetto a quelli di mercato. L’osservazione della pagina ha permesso di cristallizzare il modus operandi dell’associazione criminale: attraverso dirette social, condotte dagli indagati, venivano commercializzati centinaia di prodotti, poi ritirati presso le loro abitazioni, anche in costanza di televendita, ovvero consegnati a domicilio, per quelli più vicini, o spediti per i clienti fuori sede.

Gli approfondimenti economico-patrimoniali hanno arricchito il quadro indiziario a sostegno delle ipotesi investigative, evidenziando, sui conti intestati agli indagati, movimentazioni di denaro sproporzionate rispetto ai redditi leciti, praticamente nulli ed ostentate manifestazioni di ricchezza sui social dagli indagati e dai loro familiari.

A seguito degli interrogatori preventivi dell’8 aprile u.s., il Giudice per le Indagini Preliminari ha emesso il provvedimento nei confronti di 7 indagati, riconoscendo – per gli altri 5 per cui era stata richiesta la misura cautelare – un apporto gregariale e limitato all’associazione per delinquere.

Quanto sopra, ai fini del corretto esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito, nonché tenuto conto dell’interesse pubblico ad una chiara esposizione dei fatti, sia pure nel doveroso riserbo di ulteriori elementi in ragione della attuale fase delle indagini preliminari. Con la precisazione che il procedimento è, allo stato, nella fase delle indagini preliminari, nella quale i soggetti indagati sono da presumersi innocenti fino alla sentenza irrevocabile che ne accerti le responsabilità e con la puntualizzazione che l’eventuale giudizio, che si svolgerà in contraddittorio con le parti e le difese davanti al giudice terzo ed imparziale, potrà concludersi anche con la prova dell’assenza di ogni forma di responsabilità in capo agli stessi indagati.

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Niscemi, 35 arresti per mafia, illecita concorrenza con violenza e traffico di stupefacenti. Sequestrate due aziende di Favara e Catania coinvolte nel business degli oli esausti

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L’indagine, condotta dai Carabinieri del Reparto Territoriale di Gela sotto la direzione della Procura della Repubblica di Caltanissetta – D.D.A., rappresenta ulteriore sviluppo investigativo dell’operazione denominata “Mondo Opposto”, che nel dicembre 2023 aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Alberto MUSTO, boss della famiglia mafiosa di Niscemi

 

 Caltanissetta – Niscemi 

I Carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta, con il supporto dei Comandi territorialmente competenti, di unità cinofile, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Sicilia e del 9° Nucleo Elicotteri di Palermo, hanno dato esecuzione a ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 35 soggetti, di cui 32 destinatari di custodia cautelare in carcere e 3 agli arresti domiciliari, ritenuti a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata, illecita concorrenza con violenza e minaccia, favoreggiamento personale aggravato, traffico illecito di rifiuti, attività di gestione di rifiuti non autorizzata, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

L’indagine, condotta dai Carabinieri del Reparto Territoriale di Gela sotto la direzione della Procura della Repubblica di Caltanissetta – D.D.A., rappresenta ulteriore sviluppo investigativo dell’operazione denominata “Mondo Opposto”, che nel dicembre 2023 aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Alberto MUSTO, boss della famiglia mafiosa di Niscemi e vertice del mandamento mandamento mafioso, per svariati reati, ed in primis per avere assunto funzioni direttive all’interno dell’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, controllando l’intero territorio di propria competenza mediante l’esercizio del potere intimidatorio tipicamente mafioso.

Nel corso della predetta indagine erano emersi fatti delittuosi ulteriori a quelli contestati, che sono confluiti nell’odierno provvedimento, all’interno del quale sono affiorati sia espressioni di reità mafioso-imprenditoriale sia fatti di reità in materia di stupefacenti, posti in essere (anche) secondo schemi associativi sotto l’egida dei fratelli Alberto e Sergio MUSTO.

Con riferimento alla infiltrazione del tessuto economico di Niscemi da parte della famiglia mafiosa capeggiata da Alberto MUSTO, l’ambito elettivo di interesse della consorteria criminale era quello dello smaltimento degli oli vegetali esausti (rifiuti speciali liquidi non pericolosi), nel quale gli esponenti mafiosi si inserivano attraverso forme di interposizione negoziale e di collaborazione esecutiva “in nero”, controllando l’intero settore nel territorio di riferimento.

Le investigazioni, costituite prevalentemente da attività di intercettazione e dalla escussione a sommarie informazioni di numerosi esercenti commerciali niscemesi, hanno consentito raccogliere gravi elementi indiziari sulle modalità attuative ed operative messe in campo dai fratelli MUSTO per monopolizzare, attraverso accordi criminosi con ditte specializzate nel settore, la raccolta degli oli vegetali esausti a Niscemi.

Nello specifico i MUSTO, in violazione delle disposizioni legislative in materia ambientale e senza alcuna autorizzazione, secondo l’impostazione accusatoria si sarebbero inseriti prepotentemente in tale settore economico avvalendosi dapprima di una società di Favara (AG) e successivamente di impresa di Catania, con i cui amministratori e dipendenti i MUSTO si interfacciavano per il detto business.

L’interesse di MUSTO Alberto (il quale, al pari dei suoi familiari, non risulta mai essere stato iscritto nell’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali) al racket dell’olio esausto e, più in generale, al settore dei rifiuti, era probabilmente maturato durante la sua reclusione presso il carcere di Voghera, nel corso della quale aveva appreso da un detenuto dei grossi guadagni che si sarebbero potuti realizzare in tale settore, contaminando l’economia legale mediante un’attività di partecipazione ad essa che si estrinsecasse in maniera doppiamente illegale: esercitare l’intimidazione mafiosa per indurre gli operatori economici niscemesi ad accettare di conferire l’olio vegetale esausto all’impresa indicata dagli stessi MUSTO, con la quale i predetti avrebbero collaborato in “nero” occupandosi illecitamente della raccolta materiale di tale rifiuto.

In tal modo, l’organizzazione mafiosa avrebbe riscosso importanti guadagni e alimentato il proprio prestigio criminale, affermando il proprio potere di controllo del territorio, mentre l’impresa formalmente dedita alla raccolta del rifiuto avrebbe ottenuto rilevanti vantaggi competitivi sul mercato, eliminando o, per meglio dire, prevenendo la concorrenza.

Ai commercianti locali era imposta, con violenza e minaccia la sottoscrizione di contratti di smaltimento con le ditte colluse, garantendo a queste ultime una posizione dominante sul mercato in cambio di provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto e 600 euro ogni 1000 litri di olio prelevato.

La condotta dei rappresentanti delle imprese è stata considerata, secondo l’impostazione accusatoria, rientrante nel paradigma applicativo del concorso esterno in associazione mafiosa, potendosi ipotizzare un sinallagma criminoso con cosa nostra niscemese che di fatto dava vita a un rapporto di reciproci vantaggi, tradotti per le aziende nell’imporsi sul territorio niscemese in posizione dominante, e, per l’organizzazione mafiosa, nell’ottenere risorse o utilità, anche in forma di corresponsione di una percentuale, sui profitti percepiti dal concorrente esterno.

L’indagine ha documentato come la sola “notorietà” della levatura mafiosa dei MUSTO esercitasse una pressione intimidatoria tale da annullare la libertà di autodeterminazione degli imprenditori; sul tema, è emerso anche come due dipendenti di un’impresa, nei cui confronti sono state contestate ipotesi di favoreggiamento personale, durante i controlli eseguiti dai Carabinieri avrebbero fornito dichiarazioni mendaci alla polizia giudiziaria per impedire l’identificazione dei componenti del sodalizio, sostenendo falsamente di non averli mai visti in azienda o di non poterli riconoscere a causa di presunti travisamenti con mascherine e cappelli.

Accanto ai gravi indizi sulle infiltrazioni del tessuto economico, il settore degli stupefacenti rappresentava altrettanto indiscutibile fonte d’introiti per la famiglia mafiosa dei MUSTO; l’attività in questione veniva gestita:

  • da un lato, mediante concessione di vere e proprie “autorizzazioni” allo spaccio sul territorio di Niscemi (in cambio, in taluni casi, di un periodico contributo di natura economica e, in altri casi, di una “messa a disposizione” della famiglia, in ossequio alla quale i soggetti in questione si sarebbero dovuti attivare, all’occorrenza, per sopperire ad eventuali esigenze del sodalizio mafioso); coloro i quali non accettavano le condizioni, tra le quali la corresponsione di un contributo economico al sodalizio mafioso, venivano obbligati a “fermarsi”, ovvero a non spacciare;
  • dall’altro, attraverso l’organizzazione di un gruppo criminale dedito principalmente al traffico di cocaina, diretto e promosso, secondo l’impostazione accusatoria, da MUSTO Alberto unitamente al fratello Sergio.

Il profilo criminale dei vertici emerge nelle indagini da alcune conversazioni captate: in un’intercettazione, il fratello del boss riferiva a quest’ultimo come un loro conoscente ne avesse tessuto le lodi, definendolo il prototipo del mafioso per l’integrale adesione ai “principi” dell’organizzazione: minchia tuo fratello, … tuo fratello è malato di malavita, affermazione che il boss accoglieva con palese compiacimento. A riprova del controllo totale, in un’altra intercettazione, il capomafia ribadiva a uno spacciatore, con modalità tipicamente mafiose, che ogni attività illecita sul territorio doveva passare sotto la sua egida: perché questo non è lavoro, se è lavoro, io non mi permetto di fare, di domandarvi nulla, ma siccome non è lavoro, questa è malavita e la malavita a Niscemi la gestisco… solo io….

Questo controllo capillare poggiava su un solido asse logistico-operativo tra Niscemi e il catanese, da dove provenivano ingenti forniture di cocaina e marijuana poi stoccate in basi logistiche niscemesi, confezionate e occultate in aree pubbliche limitrofe sotto la costante vigilanza degli affiliati. La forza coercitiva del gruppo veniva ribadita anche attraverso plateali interventi punitivi finalizzati al recupero dei crediti di droga, come documentato in un episodio in cui un debitore è stato costretto, con un’azione di forza condotta pubblicamente all’interno di un bar, a cedere il proprio telefono cellulare per sanare una fornitura di droga non pagata. Le attività investigative hanno consentito di:

  • documentare oltre 200 episodi di cessione di stupefacenti;
  • accertare il passaggio di circa 1,5 kg di cocaina e 3 kg di marijuana in pochi mesi;
  • ricostruire flussi finanziari verso i fornitori catanesi per circa 35.000 euro.

Il Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Caltanissetta, condividendo il quadro indiziario posto a fondamento della richiesta di misura cautelare formulata dalla locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia che coordina le indagini (fatta salva la valutazione nelle fasi successive con il contributo della difesa), ha quindi emesso ordinanza di applicazione della custodia cautelare degli indagati. Nel provvedimento cautelare è stato disposto altresì il sequestro preventivo delle aziende coinvolte nel traffico illecito dei rifiuti, il cui valore economico stimato si attesta sugli oltre 6 milioni di €.

Si precisa – informa il  Comando – che  il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e, come previsto dalla Costituzione, per gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva.

 

Nella Casa circondariale: Domenico Abbaco, 37 anni, di Niscemi; Alessio Alma, 24 anni, di Niscemi; Davide Alma, 30 anni, di Niscemi; Gaetano Azzolina, 36 anni, di Niscemi; Gianluca Azzolina, 25 anni, di Niscemi; Antonio Balsamo, 46 anni, di Catania; Giuseppe Barone, 31 anni, di Niscemi; Simone Bartoluccio, 37 anni, di Caltagirone; Michele Brancato, 38 anni, di Niscemi; Angelo Cacciaguerra, 59 anni, di Niscemi; Luciano Calabrese, 47 anni, di Catania; Giuseppe Cona, 40 anni, di Niscemi; Santo Cunsolo, 56 anni, di Caltagirone; Santo Oreste D’Arrigo, 42 anni, di Catania; Carmelo Di Benedetto, 64 anni, di Niscemi; Salvatore Di Pasquale, 60 anni, di Niscemi; Giovanni Donato, 40 anni, di Catania; Gianni Ferranti, 24 anni, di Niscemi; Rosario Fidone, 22 anni, di Vittoria; Rosario Greco, 43 anni, di Vittoria; Giuseppe Infuso, 34 anni, di Caltagirone; Salvatore Lauria, 46 anni, di Catania; Dario Licciardello, 36 anni, di Catania; Antonio Musto, 70 anni, di Niscemi; Danilo Musto, 34 anni, di Niscemi; Liliana Parisi, 64 anni, di Giardini Naxos; Maurizio Parisi, 55 anni, di Vittoria; Paolo Parisi, 28 anni, di Niscemi; Giuseppe Sammartino, 37 anni, di Gela; Salvatore Sciacca, 26 anni, di Niscemi; Francesco Tizza, 30 anni, di Niscemi;  Filippo Tramontana, 41 anni, di Niscemi.  Ai domiciliari: Francesco Pullara, 51 anni, di Favara; Giacomo Galvano, 48 anni, di Caltagirone, e Luigi Tinnirello, 54 anni, di Niscemi

Truffa del “Finto Carabiniere”: un arresto in Calabria

 

Mafia: tra cultura, tratti di personalità e caratteristiche del pensiero  mafioso

 

 Reggio Calabria – Cardeto (RC),
I Carabinieri della Stazione di Cardeto, hanno dato esecuzione con il supporto dei militari della Stazione Carabinieri di Aversa (CE) a un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emessa dal Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di un uomo ritenuto gravemente indiziato del reato di truffa, rintracciato e arrestato nella citata località campana.
L’indagine ha preso avvio da un episodio consumatosi nel luglio 2024 a Cardeto, dove un’anziana donna era stata vittima di uno dei raggiri più diffusi: quello del cosiddetto “finto carabiniere”. Secondo quanto ricostruito dai militari dell’Arma sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, la vittima era stata contattata sulla propria utenza telefonica da un individuo che, qualificandosi falsamente come appartenente all’Arma dei Carabinieri, le aveva comunicato che la figlia si trovava in stato di fermo per aver causato un grave incidente stradale.
Una telefonata, durante la quale veniva richiesto con urgenza il pagamento di una somma di denaro o la consegna di oggetti preziosi quale presunto corrispettivo necessario per “risolvere” la situazione. La donna, sopraffatta dal timore per le sorti della figlia, aveva raccolto i monili in oro custoditi in casa e si era recata al luogo dell’appuntamento, dove due uomini, giunti a bordo di un’autovettura somigliante a quelle in uso alle forze dell’ordine, avevano ritirato quanto consegnato, per poi dileguarsi rapidamente.
La successiva denuncia ha consentito ai Carabinieri di Cardeto di avviare un’attività investigativa che ha permesso di individuare l’autovettura noleggiata per commettere il reato e, quindi, alla completa identificazione del presunto responsabile, successivamente rintracciato nel casertano. Il risultato conseguito conferma la costante attenzione delle Forze di Polizia rispetto alla tutela dei soggetti maggiormente vulnerabili. Si precisa che il procedimento penale è attualmente nella fase delle indagini preliminari e che, per l’indagato, vige il principio di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.

Camorra Napoli: droga del Clan Contini consegnata col Delivery, 13 persone arrestate  – , 

 

 

Psicodinamica della mafia: attori, psicologia, psicopatologia | Igor Vitale

 

 – Napoli,

Nel corso della mattina del 15 aprile 2026, i Carabinieri della Compagnia di Napoli Poggioreale- delegati dal Procuratore- hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, di cui 6 in carcere e 7 agli arresti domiciliari – emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti di 13 indagati, tutti italiani riconducibili al clan “Contini” attivo nell’area est della città di Napoli sotto l’influenza e il controllo del cartello camorristico noto come “Alleanza di Secondigliano”, ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, del reato di associazione di tipo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (artt. 73 e 74 del D.P.R. 309/1990 e 416-bis c.p.).

Il provvedimento trae origine dall’indagine, condotta tra il 2022 ed il 2023 dai Carabinieri della Compagnia Napoli Poggioreale sotto la direzione della D.D.A. di Napoli, nata a seguito di una perquisizione eseguita nei confronti di uno storico affiliato al clan “Contini”, che consentiva di acquisire numerosi manoscritti contenenti indicazioni attinenti ad attività criminali riferibili al predetto clan, con particolare riferimento al traffico di sostanze stupefacenti.

La conseguente attività investigativa, eseguita mediante attività tecniche e dinamiche, consentiva di:

–       risalire la “piramide dello spaccio”, individuando un più ampio e strutturato contesto di soggetti, dediti al traffico illecito di sostanze stupefacenti del tipo “cocaina” e “marijuana” sul territorio dell’area est della città di Napoli;

–       documentare il progredire del fenomeno, ove sono emersi ai livelli apicali personaggi attigui al clan “Contini”, i quali si sono palesati sul palcoscenico criminale con incarichi ben delineati, chi nelle vesti di “promotore” dell’associazione, chi di “procacciatore” e “corriere” di stupefacenti e chi nel ruolo di destinatario della sostanza per il successivo smercio al dettaglio, mentre le figure femminili erano devolute all’occultamento e detenzione delle sostanze;

–       individuare due piazze di spaccio autonome ma riconducibili al medesimo gruppo criminale, dedite l’una al traffico di “cocaina” e l’altra di “marijuana” nei quartieri di Napoli “San Carlo all’Arena”, “Vasto”, “Arenaccia”, “Poggioreale”, “Mercato” e “Rione Amicizia”, mediante una gestione c.d. “dinamica”, ovvero con consegna “porta a porta” della sostanza stupefacente su richiesta dell’acquirente di turno, avvalendosi di utenze dedicate e di diversi pusher per il servizio “delivery”che effettuavano le consegne rapidamente in motorino durante tutto l’arco della giornata, alternandosi in veri e propri turni di lavoro e percependo uno stipendio giornaliero.

 

Tali elementi hanno portato la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli a ritenere gli indagati gravemente indiziati, a vario titolo, del reato di associazione di tipo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (artt. 73 e 74 del D.P.R. 309/1990 e 416-bis c.p.).

Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

 

Napoli, tentativo di affermare una nuova egemonia criminale, tre arresti per detenzione ed uso abusivo di armi, con metodi mafiosi

 

 

personaggio del film noir - gangster foto e immagini stock

 

 Napoli – Caivano 

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna, delegati dal Procuratore distrettuale di  Napoli, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, a carico di 3 soggetti napoletani raggiunti da gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati di pubblica intimidazione con l’uso di armi e porto illegale di armi, aggravati dalle modalità mafiose.

L’attività in argomento ha consentito di ricostruire la dinamica relativa ad una “stesa” avvenuta il 27.9.2025 all’interno del “Parco Verde” di Caivano, allorquando 9 soggetti a bordo di 5 ciclomotori avevano sparato in aria almeno 8 colpi d’arma da fuoco, permettendo – al momento – di identificare 3 dei presunti responsabili.

In tale contesto è possibile ipotizzare che il movente dell’azione sia da ricercare nel tentativo di affermare una nuova egemonia criminale in quel territorio, da parte di soggetti legati alla C.O. napoletana, dopo i recenti fermi effettuati a carico di esponenti apicali del clan “Ciccarelli”.

In questo senso di delineerebbero dei nuovi assetti criminali che vedono l’interesse di consorterie camorristiche di Napoli – Scampia sul fiorente settore del traffico di stupefacenti nel “Parco Verde” di Caivano.

Il provvedimento eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e, quindi, presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Incendio negli uffici del Giudice di pace di Marano di Napoli – Arrestato un responsabile- video

 

Napoli,

 

Nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord, i militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Napoli hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP presso il Tribunale di Napoli Nord, nei confronti di un uomo di anni 32, residente in Giugliano in Campania (Na) ritenuto gravemente indiziato di aver appiccato, nella nottata dello scorso 24 febbraio, l’incendio ai locali della struttura che ospita gli uffici del Giudice di Pace di Marano di Napoli.

In quell’occasione, soltanto il tempestivo intervento dei Vigili del Fuoco evitava conseguenze che sarebbero potute essere devastanti.

Accorsi sul luogo i finanzieri del Gruppo di Giugliano in Campania – che nel dicembre dello scorso anno avevano sottoposto a sequestro, su disposizione di questo Ufficio, l’intero edificio per gravi inadempienze in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro venivano immediatamente rilevati elementi in ordine alla dolosità dell’evento.

Gli immediati accertamenti disposti consentivano di rilevare, attraverso la visione dei sistemi di videosorveglianza posti in prossimità degli uffici del Giudice di Pace che, tra le 01.50 e le 02.40 di quel giorno, due soggetti a volto coperto riuscivano ad arrampicarsi su un lato dell’edificio fino a raggiungere una delle finestre del primo piano e, dopo averne infranto il vetro, versavano un liquido contenuto in una tanica all’interno del locale e appiccavano il fuoco che si propagava immediatamente nell’intera stanza.

Le attività investigative – svolte dal personale della Guardia di finanza con l’ausilio delle immagini estrapolate dai sistemi di videosorveglianza poste lungo le arterie cittadine – consentivano di ricostruire il tragitto percorso dai due soggetti a bordo dell’autovettura con cui si erano immediatamente allontanati dopo aver commesso l’azione criminosa.

La successiva e immediata perquisizione disposta da questo Ufficio, consentiva di raccogliere numerosi elementi indiziari a carico dell’odierno indagato in quanto, presso l’abitazione di quest’ultimo, venivano rinvenuti e sequestrati capi di abbigliamento compatibili con quelli indossati la notte dell’incendio e, nel portabagagli dell’autovettura, si rinveniva la tanica, identica per forma, colore e dimensioni a quella utilizzata e che, pur destinata a contenere il tipico e inodore additivo per motori diesel, emanava ancora un inequivocabile afrore di benzina.

 

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Catania, Ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP nei confronti di due indagati accusati di “metodi mafiosi”

 

 

sagoma di un uomo misterioso con un cappello - gangster foto e immagini stock

 – Catania e Zaccanopoli (VV),
Questa mattina, in Catania e Zaccanopoli (VV), su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, che ha coordinato le indagini, i Militari dell’Arma dei Carabinieri dei Comandi Provinciali di Catania e Siracusa, con il supporto nella fase esecutiva del personale del. Comando Provinciale di Vibo Valentia, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Catania, nei confronti di due indagati ritenuti, allo stato delle indagini e ferma restando la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna, gravemente indiziati in ordine ai delitti di omicidio, soppressione di cadavere, porto illegale di armi e danneggiamento seguito da incendio, aggravati dal c.d. metodo mafioso, ai danni di P.S.A. commessi a Catania e a Carlentini nel corso della sera del 5 gennaio 2026.
Gli arrestati sono C.P., nato a Lodi il 25 aprile 1990 residente a Catania, con precedenti per reati contro la persona, contro il patrimonio e in materia di armi e di stupefacenti, figlio di C.G., classe 1965 detto “U milanisi’, esponente apicale dell’organizzazione mafiosa C.B. e S.D. nato a Lentini (SR) il 3 dicembre 2003, con precedenti per reati contro il patrimonio e in materia di sostanze stupefacenti.
Le indagini coordinate nella immediatezza dalla Procura della Repubblica di Siracusa e, successivamente, dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, sono state avviate a seguito del ritrovamento nelle campagne di Carlentini (SR), nel corso della mattina del 6 gennaio 2026, del corpo carbonizzato di P.S.A. all’interno dell’autovettura a lui in uso.
L’attività investigativa si è presentata fin da subito particolarmente complessa, a causa delle attività poste in essere dagli autori del delitto di eliminare ogni traccia del delitto. incendiando il cadavere e il veicolo a bordo del quale lo stesso era stato occultato.
Nonostante ciò, i Carabinieri dei due Nuclei Investigativi, in perfetta sinergia, hanno avviato una intensa e minuziosa attività di indagine, condotta senza soluzione di continuità e costantemente coordinata dall’Autorità Giudiziaria, sviluppata con metodi tradizionali e moderne tecniche investigative, che ha permesso di risalire ai presunti responsabili dell’efferato omicidio.
In particolare determinante si è rilevata, nelle fasi iniziali, l’analisi dei sistemi di tracciamento e dei dati GPS dell’autovettura in uso alla vittima, che hanno consentito di individuare con precisione l’area in cui si sarebbe consumato l’omicidio, nei pressi della spiaggia adiacente al complesso residenziale denominato “Villaggio Ippocampo di Mare” di Catania.
Nel luogo così individuato, è stato quindi eseguito un accurato sopralluogo tecnico da parre del personale delle Sezioni Investigazioni Scientifiche (SIS) rispettivamente del Nucleo Investigativo di Catania e di Siracusa di seguito coadiuvate dal RlS di Messina per le analisi dci caso. Nel corso delle attività venivano rinvenute e repertate numerose tracce ematiche, segni riconducibili a una colluttazione (tra cui una ciocca di capelli e una collana in oro strappata) e un bossolo, parzialmente combusto, di un fucile calibro 12.
Gli elementi raccolti hanno quindi consentito di delineare la dinamica dell’evento delittuoso.
Secondo l’ipotesi investigativa, supportata da plurimi riscontri tecnici, nella serata del 5 gennaio 2026, all’interno del Villaggio Ippocampo di Mare di Catania, la vittima a seguito di una violenta aggressione veniva attinta da un colpo di arma da fuoco alla nuca, che ovviamente, ne provocava il decesso.
Sul luogo dell’aggressione, i due odierni indagati avrebbero dapprima tentato, senza successo, di eliminare le tracce del delitto innescando un primo incendio; successivamente, avrebbero caricato il cadavere all’interno dell’autovettura in uso alla vittima e lo avrebbero quindi trasportato in località San Demetrio, nell’agro del comune di Carlentini (SR). Giunti sul posto, avrebbero incendiato l’autovettura con all’interno il cadavere della persona offesa posizionato nella parte posteriore dell’abitacolo.
Subito dopo l’evento delittuoso, il SORTINO avrebbe cambiato scheda SIM e dispositivo telefonico, facendo perdete da subito le proprie tracce: questi è stato, infatti, localizzato e tratto in arresto in Calabria, nella provincia di Vibo Valentia.
li quadro investigativo è stato ulteriormente consolidato attraverso un’articolata attività investigativa avente ad oggetto l’acquisizione di numerose informazioni testimoniali di persone informate dei fatti, la visione e l’analisi di numerosi filmati di sistemi di videosorveglianza presenti sia nell’area in cui si sarebbero verificati i delitti sia lungo il tragitto percorso, sino al luogo cii ritrovamento dell’autovettura. L’incrocio di tali elementi investigativi ha consentito di ricostruire con precisione la sequenza temporale degli accadimenti, risultata coerente con i tracciati GPS registrati dal sistema di antifurto satellitare installato sull’autovettura della vittima.
Sulla base degli indizi raccolti durante le investigazioni il movente dell’omicidio sarebbe da ricondurre a precedenti dissidi esistenti tra il C. e il P. sia per questioni attinenti al traffico di sostanze stupefacenti da entrambi svolto, che a causa di rapporti di credito e di debito per il gioco d’azzardo gestito dal C. e sovente praticato dal P.. In tale contesto sembrerebbe sia pure avvenuta una sottrazione di una busta contenente stupefacente con cui il P. si sarebbe recato al fatale appuntamento con il C., II Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Catania, esaminato il compendio investigativo, ha accolto la richiesta dei Pubblici Ministeri e ha emesso l’ordinanza eseguita nella giornata odierna dai Carabinieri.
Contestualmente alle operazioni di arresto, è stata data esecuzione a decreti di perquisizione locale e di sequestro di dispositivi informatici (smartphone) e di beni ritenuti pertinenti al reato sui quali saranno effettuati rilievi e condotti accertamenti tecnici finalizzati al rinvenimento di tracce biologiche, dattiloscopiche o di qualunque altro tipo utili a comprovare la partecipazione degli indagati alle azioni delittuose e a ricostruire ancor più compiutamente la dinamica delle azioni delittuose.
Nella fase esecutiva degli arresti gli organi di polizia giudiziaria sopra indicati si sono avvalsi del supporto degli Squadroni Carabinieri Eliportati Cacciatori di “Calabria” e “Sicilia”, del 12° Nucleo Elicotteri di Catania e del Nucleo Carabinieri Cinofili di Nicolosi.

ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE DEL GIP DEL TRIBUNALE DI NAPOLI, IN MANETTE 14 PERSONE INDIZIATE DEI REATI DI TIPO MAFIOSO ED ALTRI…

 

sagoma di un uomo misterioso con un cappello - gangster foto e immagini stock

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 Napoli – Sant’Antimo (NA),
Nelll’ambito di attività di indagine diretta dalla Procura della Repubblica, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 14 persone (di cui 13 sottoposte alla misura della custodia in carcere, 1 a quella degli arresti domiciliari) gravemente indiziate, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso nonché estorsioni, tentate estorsioni, detenzione e porto illegali di armi, delitti aggravati dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare i clan camorristici di rispettiva appartenenza.
In particolare, le indagini avrebbero evidenziato la perdurante operatività di tre diversi clan (Puca, Verde e Ranucci), attivi sui territori di S. Antimo, S. Arpino, Casandrino e Grumo Nevano, delineando le strutture gerarchiche e i rispettivi capi e/o reggenti. In tale contesto i suddetti gruppi criminali avrebbero stipulato un patto di alleanza, che avrebbe previsto la suddivisione dei territori di competenza e una cassa comune per gli introiti economici provento dei delitti.
Il controllo del territorio sarebbe stato assicurato anche grazie alla forza di intimidazione derivante dalla disponibilità di numerose armi.
Inoltre, sarebbero stati individuati diversi episodi estorsivi commessi in danno di imprenditori e commercianti.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e, quindi, presunte innocenti fino a sentenza definitiva.