“Il giornalismo libero- ha affermato Mattarella – è antidoto contro gli abusi, contro manipolazioni ad opera di poteri pubblici e privati, contro opacità e menzogne, e consente di formarsi un’opinione indipendente”
Il Presidente Sergio Mattarella con Inigo Lambertini, Ambasciatore d’Italia a Londra e Robert Fox, Decano dei giornalisti britannici, in occasione dell’incontro con i partecipanti al 30° anniversario del Seminario di Venezia per la stampa britannica
l Presidente Sergio Mattarella con Inigo Lambertini, Ambasciatore d’Italia a Londra, Robert Fox, Decano dei giornalisti britannici
e Deborah Bonetti, Direttrice dell’Associazione Stampa Estera, in occasione dell’incontro con i partecipanti al 30° anniversario del Seminario di Venezia per la stampa britannica
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale i partecipanti al 30° anniversario del Seminario di Venezia per la stampa britannica.
“Il giornalismo libero- ha affermato Mattarella – è antidoto contro gli abusi, contro manipolazioni ad opera di poteri pubblici e privati, contro opacità e menzogne, consentendo la possibilità di formarsi un’opinione indipendente, basata su rigorosa rappresentazione dei fatti. Ogni oppressione, ogni manipolazione dei principi di libertà passa, anzitutto, dalla repressione contro i giornalisti. Non è un caso che i regimi più efferati provvedano subito a comprimere gli spazi della libertà di informazione, non appena viene posto in discussione il loro operato”.
Nel corso dell’incontro sono intervenuti l’Ambasciatore d’Italia a Londra, Inigo Lambertini, il Decano dei giornalisti britannici, Robert Fox e la Direttrice dell’Associazione Stampa Estera, Deborah Bonetti.
Al termine, il Presidente Mattarella ha rivolto un indirizzo di saluto ai presenti.
Nella foto sopra il “Generalissimo” dei Carabinieri -ed eroe indimenticato- Carlo Alberto Dalla Chiesa
Comando Generale – Ufficio Stampa – Roma,
Da oltre due secoli è al servizio della Nazione. Per continuare a esserlo, la Benemerita si concentra sugli esempi da offrire ai giovani che intraprendono il proprio cammino professionale nei suoi ranghi, e non solo a loro.
L‘imponente archivio storico istituzionale sarà completamente digitalizzato, offrendo l’accesso a informazioni tanto sulle vicende attraversate dal Paese dall’Ottocento ai giorni nostri quanto sui carabinieri di ogni tempo e luogo che hanno vissuto sulla pelle il suo difficile cammino verso l’unità e la democrazia. Ma c’è di più: musei e prodotti editoriali nutriranno la formazione morale delle reclute e costituiranno un nuovo segmento di comunicazione con la collettività. Saranno percorsi tematici, su episodi come la lotta alla mafia e al terrorismo, eroi e personaggi come il generale Dalla Chiesa, il Vicebrigadiere Salvo D’Acquisto di recente assurto al rango di venerabile nel suo processo di canonizzazione, i Caduti di Nassiryah e delle guerre.
Saranno sedi regionali, che illustreranno le vicende dei militari dell’Arma nei rispettivi territori con aneddoti e curiosità. Accenderanno l’attenzione del pubblico vere e proprie chicche, come un Museo Criminologico che esporrà i reperti dei casi investigativi più affascinanti e il Museo dell’Arte Salvata già realizzato a Roma nell’ex planetario attiguo a piazza della Repubblica, che mostra i reperti recuperati dal Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale ai loro proprietari, i cittadini italiani. A raccontare le varie sedi provvederanno altrettanti libri, a metà fra il catalogo e il saggio storico.
Il progetto appena varato richiama un’epopea che muove dal 1814, quando l’allora Corpo de’ carabinieri reali veniva fondato e cresceva con l’Italia: la partecipazione alle guerre d’indipendenza e ai conflitti mondiali, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza di fronte a sfide come il brigantaggio, l’anarchia, la criminalità organizzata e l’eversione. Prende vita a cent’anni esatti dall’avvento del Museo Storico sito in piazza del Risorgimento a pochi passi dal Vaticano, istituito con un Regio Decreto del 3 dicembre 1925 e di recente entrato nel Sistema museale nazionale. Fortemente voluta dal Comandante Generale Salvatore Luongo, l’iniziativa ha il favore del ministro della Difesa Guido Crosetto e richiederà il contributo del ministero della Cultura. Sarà seguita dalla Direzione dei Beni Storici e Documentali dell’Arma con il supporto del Dipartimento Audit e Innovazione. L’idea infatti è di creare plessi che adottino i più moderni ritrovati della tecnologia, dalle piattaforme multimediali alla realtà immersiva. Un ponte fra passato e futuro che oggi vede nascere la sua prima pietra.
Al Palacultura “Antonello da Messina”, ieri, venerdì 9 gennaio 2026,-informa il Comune peloritano- si è svolta la diciassettesima edizione dell’evento di solidarietà “Danza e Musica oltre le Barriere”. La manifestazione, organizzata dal Comune di Messina in collaborazione con l’Associazione Bambini Speciali, presieduta da Marco Bonanno, e con Andrea La Fauci, autore non vedente di testi musicali e letterari, ideatore dello spettacolo e direttore artistico, è ormai un appuntamento consolidato nel panorama culturale cittadino, dedicato alla promozione dell’inclusione sociale e alla sensibilizzazione sui temi della disabilità.
Ad aprire la serata con i saluti istituzionali è stata l’Assessora alle Politiche Sociali, Alessandra Calafiore, che ha sottolineato l’alto valore sociale e culturale dell’iniziativa, evidenziandone l’importanza non solo per la città di Messina ma per l’intero territorio provinciale. L’Assessora ha posto l’accento sul ruolo determinante delle scuole in percorsi di educazione all’inclusione, ribadendo come una reale integrazione sia lo strumento più efficace per superare stereotipi e barriere culturali, affermando che la disabilità “esiste solo negli occhi di chi la vuole vedere”.
Lo spettacolo ha richiamato esplicitamente i principi sanciti dall’articolo 3 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ribadendo una visione della disabilità non come condizione patologica, ma come risultato del rapporto tra le caratteristiche individuali e l’ambiente sociale. In una sala gremita, la numerosa presenza delle scuole – con studenti e docenti – ha rappresentato un segnale forte di attenzione e partecipazione attiva, confermando la centralità della sensibilizzazione delle giovani generazioni.
L’ideatore del format, Andrea La Fauci, ha ricordato come l’iniziativa tragga ispirazione dalle sofferenze vissute dalla compianta nonna Rosa Angela Cutugno, sottolineando che l’obiettivo primario dell’evento resta quello di offrire sostegno e vicinanza alle persone affette da malattie gravi e invalidanti. Nel suo intervento, La Fauci ha rivolto un appello a genitori, insegnanti, psicologi e assistenti sociali affinché venga contrastato ogni fenomeno di bullismo e discriminazione, ricordando come chiunque, nel corso della vita, possa trovarsi in una condizione di disabilità. Ha inoltre ribadito l’importanza di vivere la propria condizione senza isolamento, favorendo l’interazione con il contesto sociale, e ha invitato le famiglie a sostenere i progressi dei propri figli con orgoglio e consapevolezza.
Significativo anche l’intervento di Marco Bonanno, presidente dell’Associazione Bambini Speciali e padre di un figlio autistico, che ha condiviso la propria esperienza genitoriale invitando le famiglie a non vivere con vergogna eventuali difficoltà comportamentali dei propri figli, ma a favorirne l’inclusione attraverso la socialità, il gioco e la condivisione degli spazi, chiedendo al contempo ai compagni di classe di non emarginare ma sostenere.
Nel corso della manifestazione, La Fauci ha inoltre annunciato la richiesta, presentata insieme alla Prof.ssa Paola Radici Colace, con il supporto delle Amministrazioni comunali di Messina e Reggio Calabria, di alcune Pro Loco e di diversi enti territoriali, per il riconoscimento della pesca tradizionale del pesce spada nello Stretto di Messina come Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO, invitando i cittadini a sostenere l’iniziativa attraverso una petizione che sarà avviata nei prossimi giorni.
La conduzione dell’evento è stata affidata, al giornalista Eduardo Abramo, che ha accompagnato il pubblico nel racconto delle esibizioni, dialogando con gli artisti e valorizzandone le esperienze personali e artistiche.
Il programma artistico ha offerto momenti di grande intensità, a partire dalla dimostrazione di Pet Therapy curata dall’educatrice cinofila Mariana Tataru, insieme alla cagnolina Joy, che ha mostrato come l’interazione con gli animali possa migliorare la qualità della vita, sia per persone con disabilità sia per persone normodotate. Apprezzate le coreografie dei ballerini disabili dell’Associazione Sostegno, guidati da Mimmo Italiano, e le esibizioni della scuola di danza Accademia Dance Center, diretta artisticamente da Elisabetta Isaja. Numerosi anche gli artisti, disabili e non, che si sono alternati sul palco: Samuel Patti alla batteria, Josè Ortega alla chitarra sulle note di Santana, le voci di Roberto Maimone, Paola Fazio e Pippo Portera, che ha coinvolto attivamente il pubblico, e infine Maria Concetta Bebba, accompagnata dal batterista Luigi Santoro. Nel momento conclusivo, particolarmente intenso e partecipato, Andrea La Fauci e Cetty Barbera hanno ricordato figure care e compiante che hanno segnato il percorso umano e artistico del progetto: Ciccio Soraci, Salvatore Barbera, Mimmo Cappello e Orazio Visalli, omaggiati attraverso l’ascolto di due brani, tra cui “Torre Faro”, interpretato da Helga Corrao, composto da La Fauci e Barbera.
La diciassettesima edizione di “Danza e Musica oltre le Barriere” si è così confermata non solo come evento artistico di alto profilo, ma come autentico spazio di incontro, riflessione e condivisione, capace di trasformare la cultura in strumento concreto di inclusione e solidarietà. Un messaggio forte, rivolto all’intera comunità, che ribadisce come il superamento delle barriere passi dalla relazione, dal rispetto e dal riconoscimento della dignità di ogni persona.
Nel quarantaduesimo anniversario dell’uccisione per mano mafiosa del giornalista catanese Giuseppe Fava, il sindaco Enrico Trantino, anche a nome dell’intera giunta comunale, ha diffuso una nota di commemorazione.
«La forza morale e la limpida testimonianza civile e professionale di Giuseppe Fava, espresse nella sua azione di contrasto alla mafia e agli interessi illeciti, restano un patrimonio vivo per Catania e per la Sicilia, un richiamo costante contro ogni forma di illegalità e contro l’uso distorto delle risorse pubbliche da parte della criminalità organizzata.
La ferma condanna della violenza mafiosa, di cui Fava è stato autorevole e coraggioso interprete attraverso il giornalismo, il teatro, l’arte e l’impegno civile, lo ha accompagnato fino all’estremo sacrificio, consegnando alle giovani generazioni un messaggio di responsabilità e di speranza.
La sua straordinaria ricchezza culturale è stata ricordata a Catania, in sintonia con le numerose iniziative che si svolgono in tutta Italia, attraverso una lunga esposizione nella Galleria comunale d’arte moderna delle opere pittoriche e dei disegni di Giuseppe Fava, promossa dalla Fondazione Giuseppe Fava in sinergia con il Comune e che sta per concludersi, visitata da migliaia di cittadini e in particolare da molti studenti che hanno riconosciuto nella sua produzione artistica una forma alta e incisiva di denuncia civile».
Nel pomeriggio, nel luogo dell’agguato del 5 gennaio, si è svolto un presidio commemorativo al quale l’Amministrazione comunale ha preso parte con l’assessore ai beni confiscati alla mafia Viviana Lombardo, che ha deposto un omaggio floreale a nome del Comune di Catania, in segno di memoria condivisa e di vicinanza alla Fondazione Fava e ai familiari del giornalista.
si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore.
La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace.
Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte.
La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio.
Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.
Leone XIV – cui rivolgo gli auguri più affettuosi del popolo italiano – nei giorni di Natale, in prossimità della conclusione del Giubileo della Speranza, ha esortato a “respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole.
Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.
Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno.
L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini.
Nell’anno che si presenta ricorderemo gli ottant’anni della Repubblica.
Ottant’anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia ma sono stati decenni di alto significato.
Sfogliamo velocemente un album immaginario della storia della Repubblica, come talvolta si fa quando ci si ritrova in famiglia.
Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne.
Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.
L’Assemblea costituente, eletta contestualmente al referendum che sancì la scelta repubblicana, fu capace di trovare una sintesi di alto valore mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche molto forti.
Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni.
La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia.
Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità.
La democrazia italiana che muove i suoi primi passi nel dopoguerra è giovane, dinamica, mette radici, dialoga nel mondo.
Le immagini della firma dei Trattati di Roma, nel 1957, consegnano un successo e un altro momento decisivo, con l’Italia in prima linea nella costruzione della nuova Europa.
Proprio l’Europa e le relazioni transatlantiche, con il piano Marshall, sono i due pilastri della ricostruzione. L’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato – e costituiscono – le coordinate della nostra azione internazionale.
Una grande stagione di riforme cambia il profilo dell’Italia. La riforma agraria, il Piano casa, il cui ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città.
Gli anni del miracolo economico ci presentano in primo piano i volti degli operai delle fabbriche e di quelli impegnati a realizzare le grandi infrastrutture che modernizzano il Paese.
Il lavoro come leva fondamentale dello sviluppo. Lo statuto dei lavoratori è stato lo strumento che riconosce e sancisce diritti, dignità e libertà sindacale. Valori che richiamano al pieno rispetto della irrinunziabile sicurezza sul lavoro e all’equità delle retribuzioni.
Così come l’istituzione del servizio sanitario nazionale, che garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un’altra decisiva conquista dello stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza. Accanto ad esso il sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo.
Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato – e rimane -il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica.
Altre immagini, questa volta drammatiche. Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica.
Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica.
Anche lo sport ha un posto di grande rilievo nel nostro album. Storie e atleti indimenticabili. I protagonisti delle Olimpiadi di Roma del ‘60, nelle quali l’Italia, per prima, introduce la partecipazione paralimpica. Lo sport, dunque, ha contribuito alla crescita del Paese, a regalarci momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza. Così come accade sempre ascoltando risuonare l’inno italiano in una premiazione. Tutto questo si rinnoverà ancora una volta con i giochi di Milano – Cortina.
La diffusione dello sport, oltre al messaggio di pace, amicizia, inclusione che esprime, è un potente antidoto alla violenza giovanile e alle droghe.
Il film della memoria scorre. Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare – non soltanto in Italia – le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità.
Anni di tensioni, di grandi mutamenti che ci hanno accompagnato nel passaggio al nuovo secolo. Al nuovo millennio. I cambiamenti sono profondi: dal linguaggio, agli stili di vita, alla moneta.
Questi ottanta anni sono come un grande mosaico, il cui significato compiuto riusciamo a cogliere soltanto allontanandoci dalle singole tessere che lo compongono.
Non vanno ignorate, ovviamente, lacune e contraddizioni ma eravamo una società con un basso livello di istruzione, con alti tassi di emigrazione. Siamo diventati uno dei Paesi più forti nella manifattura e nell’esportazione, capace di esaltare il genio della creatività in tantissimi settori. Siamo apprezzati in tutto il mondo per i nostri stili di vita, per la bellezza dei nostri territori, per i tesori artistici che custodiamo. Per la cultura del cibo e del vino, che diventa patrimonio internazionale.
L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961.
L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi.
Possiamo perché questa storia è frutto del sacrificio, dell’impegno, della partecipazione di tante generazioni di italiane e italiani. Ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico. In ogni casa, in ogni famiglia c’è una storia da raccontare.
Spesso diciamo che i principi e i valori che le madri e i padri costituenti ottanta anni fa incisero nella Costituzione vanno vissuti, testimoniati ogni giorno: è questo che li ha fatti diventare realtà nelle scelte quotidiane di ognuno di noi.
La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni.
Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo.
Vecchie e nuove povertà – che ci sono e vanno contrastate con urgenza – diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo.
Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi.
Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista.
Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia.
Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani.
Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi.
Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro.
Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna.
Ogni fine anno è il consuntivo della riedizione quasi integrale dell’anno scorso: il momento in cui si guarda indietro per vedere il cammino fatto con le proprie forze, , si prova a guardare il futuro con lucidità e speranza.
Il 2025 è stato un anno intenso, sfidante, in un contesto difficile e corrotto come in Sicilia.. Un anno in cui tuttavia Sud Libertà ha rafforzato la propria libera identità: le nostre Inchieste , gli articoli degli avvocati, magistrati, giornalisti professionisti che hanno preso il viaggio accanto a noi , le soluzioni possibili, le riflessioni, la nostra costante lotta al malaffare e alla corruzione degli uffici pubblici del SUD in particolare., ne sono un esempio.
Oggi è più difficile per il giornalista far emergere il proprio valore, le proprie idee perchè la maggior parte dei giornalisti strutturati è allineata con la proprietà del giornale. Risultato: disinformazione e disco rosso alle inchieste antimafia. Anche se spesso minacciati da “false querele” anche per semplici comunicati ufficiali delle Autorità ,Forze pubbliche, noi abbiamo scelto – ancora una volta – la strada della critica vivace ,incisiva, dell’investigazione , della comunicazione delle Procure e dell’approfondimento e della responsabilità dell’informazione.
La speranza è di creare una nuova Cultura giornalistica che sia occasione di lavoro -nel nostro Quotidiano on line – per almeno tre Giornalisti professionisti di talento da posizionare a Roma, Palermo ,Catania (Paternò) e . Naturalmente continueremo a mettere in luce quei pezzi di Paese che funzionano e denunciano la pubblica corruzione..
I giovani e l’occupazione: i concorsi che si fanno nel Sud e, in Sicilia si rivelano solo una guerra di accaparramento dei politici e della classe dirigenziale regionale siciliana corrotta e in un prolungato scadimento per piazzare i loro clienti ed amici: una vergogna siciliana. (Vedi ad es. lo scandalo del concorso-burla in Sicilia della forestale in cui il direttore generale dipartimentale -padre- fece conoscere i quesiti al figlio che si piazzò,guarda caso, primo in graduatoria)
Non c’è dubbio che l’informazione sia un grande strumento di crescita, usata con libertà, professionalità e passione.
Finora siamo stati sempre fedeli ad un principio, sacro e resistente come l’acciaio: la libertà delle idee,delle opinioni, la giustizia autentica, no alle censure se le critiche si rivelano costruttive e fondate…
Guardiamo al futuro con nuove collaborazioni e con identica energia del primo anno di vita..
A voi, va il mio augurio più sincero: che il nuovo anno porti oltre che la Salute , la pace tra i popoli , una vita migliore in quei territori martoriati dai leader criminali, impuniti finoggi,, un contesto in cui – nel Sud Italia – non si deve perdere l’animo di combattere la Mafia, la politica corrotta che mantiene le cariche nonostante le documentate indagini giudiziarie, e il desiderio di arricchirsi a danno dei più deboli . Soprattutto auguro a tutti di conservare la forza di credere nei propri sogni.
Noi faremo la nostra parte con grande entusiasmo, passione e verità
L’evento ha dato nuova vita al rinnovato prospetto di Palazzo degli Elefanti attraverso immagini suggestive, colori intensi e una narrazione capace di emozionare grandi e piccoli
Catania,
Nel giorno di Natale Piazza Duomo di Catania si è trasformata in uno spettacolo di luce, suono e storia. Il videomapping Pietra Canta.
La leggenda di Eliodoro e il Liotru ha dato nuova vita al rinnovato prospetto di Palazzo degli Elefanti attraverso immagini suggestive, colori intensi e una narrazione capace di emozionare grandi e piccoli, coinvolgendo fin dalle prime proiezioni un pubblico numeroso che ha gremito il cuore del barocco catanese. Le musiche evocative e la voce narrante hanno accompagnato ogni proiezione, contribuendo a creare un’atmosfera natalizia ancora più intensa in una delle piazze simbolo della città.
Lo spettacolo fino a ieri, 28 dicembre, con proiezioni ogni trenta minuti dalle ore 17.30, offrendo a cittadini e visitatori un’occasione speciale per vivere Catania sotto una luce nuova, dove arte, mito e tecnologia si incontrano sullo sfondo del patrimonio storico.
L’iniziativa – comunica il Comune -rappresenta una delle proposte di punta del cartellone natalizio promosso dal Comune di Catania e finanziato con i fondi della tassa di soggiorno, inserita nel più ampio programma di cinquanta manifestazioni che stanno animando il periodo delle festività e trasformando il centro storico in un luogo di incontro e condivisione culturale.
La voce narrante del videomapping è quella del presentatore Ruggero Sardo. Alla prima inaugurale è stato presente tra la folla il sindaco Enrico Trantino. L’evento è stato realizzato su commissione dell’Amministrazione comunale dall’azienda specializzata in videomapping Sullaluna in collaborazione con Onestep.
Catania ha vissuto ieri una serata di grande partecipazione e profondo significato identitario accogliendo il ritorno della Fiamma Olimpica, che ha fatto nuovamente tappa nel territorio etneo nel suo cammino verso i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Un ritorno atteso e carico di memoria, che in città non avveniva dalle Olimpiadi del 1960 e che ha riacceso l’entusiasmo di migliaia di cittadini scesi in strada per condividere un momento destinato a restare nella memoria collettiva.
Nel tardo pomeriggio ha preso il via il percorso urbano catanese, lungo circa dieci chilometri, che ha attraversato luoghi simbolo della città e del suo tessuto produttivo, includendo anche il passaggio dallo storico stabilimento Sibeg della Coca Cola. La staffetta è partita da via Acquicella Porto con la tedofora Roberta Zitarosa, giovane ingegnere informatico, per poi snodarsi attraverso il Fortino, via Plebiscito, viale Regina Margherita, Corso Italia, piazza Europa, via Umberto, la barocca via dei Crociferi e via Etnea, fino al suggestivo arrivo in piazza Duomo, dove l’ultimo tedoforo, il presidente degli Elephants Catania Lucio Maugeri, è stato accolto dall’abbraccio caloroso di una folla numerosa ed emozionata. In piazza Duomo il saluto delle istituzioni, con il sindaco Enrico Trantino che ha sottolineato il valore profondo di una serata capace di unire simboli, persone e identità, richiamando il significato universale dello sport come strumento di coesione, crescita e consapevolezza comunitaria.
A rappresentare il territorio etneo nella staffetta sono stati protagonisti dello sport nazionale e internazionale, tra cui Simone Myriam Fatime Sylla, simbolo della pallavolo mondiale, insieme ai tedofori designati dal Coni come Carmelo Musumeci, capitano della Meta Catania e pluricampione d’Italia di futsal, il pugile Salvatore Cavallaro e Tania Di Mauro, campionessa olimpica e presidente dell’Ekipe Orizzonte, autentica eccellenza della pallanuoto femminile. Presenti anche numerosi sportivi siciliani di rilievo come Orazio Arancio, Mino Ferro, Anita Pistone, il velocista Mattia Melluzzo e l’ex campione di atletica Francesco Scuderi, testimoni di una tradizione sportiva che continua a dare prestigio e valore all’intero territorio.
desidero anzitutto esprimere l’apprezzamento della Repubblica al nostro Servizio diplomatico, alle donne e agli uomini che, giorno per giorno, assicurano la presenza del nostro Paese in ogni parte del mondo.
Alcuni commentatori sostengono che quelli attuali non siano tempi facili e siano perfino inadatti per la diplomazia e, dunque, per quanti la esercitano per vocazione e professione.
Sono in errore.
È esattamente in tempi difficili che la diplomazia si trova a dispiegare una delle sue caratteristiche più preziose: la ricerca di percorsi per uscirne e di spazi di dialogo.
A chi ci si affida, infatti, per tracciare in concreto percorsi di negoziato e alternative possibili, anche nelle condizioni più complesse se non alla funzione diplomatica?
Per altro – e forse appunto per questo – nessuno immagina i diplomatici come una sorta di meri portaordini nel contesto internazionale, bensì ci si rivolge a loro come sperimentati professionisti, capaci di elaborare soluzioni e alternative sulla base delle scelte assunte dalle nostre libere istituzioni.
Importanti traguardi, conseguiti dalla comunità internazionale a partire dalla seconda metà del secolo scorso, sono il risultato di un impegno di grande efficacia della cooperazione tra gli Stati, agevolato dalle istituzioni multilaterali, a cominciare dall’ONU, e dalla prassi diplomatica.
Grazie a tutto questo – non va dimenticato – nel mondo di oggi si vive più a lungo, si impara di più, si crea più innovazione e ricchezza; abbiamo visto sottrarre interi continenti a condizioni di grande arretratezza.
La situazione internazionale imprevedibile – e, per qualche aspetto, sorprendente – provoca disorientamento.
L’inquietudine del pessimismo che ne deriva non deve indurre a ritenere ineluttabile il processo che vede l’ordine geopolitico che avevamo contribuito a costruire mostrare crepe sempre più estese e profonde, con conflitti che credevamo consegnati per sempre alla storia riacutizzati, lambendo regioni a noi vicine.
Così come l’affacciarsi di nuovi focolai di instabilità in aree dove la fragilità politica e sociale è divenuta ormai strutturale, con l’emergere di paradigmi che vedono prevalere interessi particolari che, sovente, sfidano la legalità internazionale.
Nel contesto attuale è possibile essere protagonisti puntando su due ambiti, quello multilaterale e quello degli organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, che possono consentire di raggiungere la massa critica necessaria per evitare di ricadere in ambizioni velleitarie.
Il mondo contemporaneo è attraversato da molteplici crisi che si sovrappongono l’un l’altra e si alimentano a vicenda. Per cogliere questa complessità sono state introdotte locuzioni nuove, come “policrisi”, mettendo a sistema fattori politici, frutto di scelte consapevoli dell’uomo, e di circostanze in apparenza esogene, come le emergenze climatiche o sanitarie, talvolta anch’esse – a ben vedere – effetti collaterali delle stesse attività umane.
Gli esempi sono di grande evidenza.
Permane l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, con vittime e immani distruzioni, e con l’aberrante intendimento, malgrado gli sforzi negoziali in atto, di infrangere il principio del rifiuto di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa. Azione ritenuta irresponsabile e inammissibile già oltre cinquanta anni addietro alla Conferenza di Helsinki sulla Cooperazione e la Sicurezza nel continente.
La tragedia di Gaza, con il suo carico di sofferenza civile e il persistente alto rischio di escalation, continua a esporre il Medio Oriente a nuove lacerazioni: il raggiungimento del cessate-il-fuoco, per quanto fragile, richiede il fermo sostegno di tutta la Comunità internazionale.
Nel Sahel e nel Corno d’Africa le instabilità politiche e i conflitti settari si sommano alle crisi ambientali, alla povertà estrema, alle migrazioni forzate.
Nelle zone più sensibili dell’Asia orientale la competizione tra potenze si traduce in un incremento delle frizioni e, talvolta, in un incremento di una pericolosa retorica bellicista.
Tensioni si vanno accentuando anche in America Latina e nei Caraibi, da ultimo con il riaffacciarsi di una sorta di riedizione della cosiddetta “dottrina” di James Monroe, la cui presidenza si è conclusa esattamente due secoli fa.
Ovunque, le conseguenze di fenomeni globali, dal cambiamento climatico alle disuguaglianze economiche, alle crisi energetiche, si sommano al riaffiorare di radicalismi ed estremismi che rendono, talvolta, difficili le pacifiche convivenze negli stessi Stati e fra gli Stati.
Una condizione che viene alimentata da flussi informativi manipolativi che, nell’ambito di conflitti ibridi condotti con vari strumenti ostili, congiungono fronte interno e fronte esterno.
Pericolose attività di disinformazione tendono ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici.
Cercano di affermarsi inediti ma opachi centri di potere – di fatto sottratti alla capacità normativa e giurisdizionale degli Stati sovrani e degli organismi sovranazionali. Centri di potere dotati di vaste capacità di influenza sui cittadini e, con esse, sulle scelte politiche, tanto sul piano interno ai singoli Stati quanto su quello internazionale.
Ne viene interpellata anche la diplomazia, chiamata, assieme alle altre articolazioni dello Stato, a concorrere, nel nostro Paese, alla salvaguardia del sistema di libertà e democrazia della Repubblica.
Su questo fronte un ruolo di particolare rilievo compete alle istituzioni del multilateralismo e all’Unione Europea, sede di condivisione di valori e scudo di difesa dei diritti dei propri cittadini.
Si tratta di un tema centrale.
La tentazione della frammentazione si insinua nelle relazioni internazionali – e persino nel mondo occidentale – con la ripresa di un metodo di ostilità che misura i rapporti internazionali su uno schema a somma zero: se qualcuno ci guadagna significa che qualcun altro ci perde.
Esattamente il contrario dello schema adoperato con successo nei decenni di sviluppo della cooperazione in sede internazionale, in cui è stato possibile puntare a progredire e a ottenere, tutti insieme, risultati positivi.
Appare, a dir poco, singolare che, mentre si affacciano, in ambito internazionale, esperienze dirette a unire Stati e a coordinarne le aspirazioni e le attività, si assista a una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione Europea, alterando la verità e presentandola anziché come una delle esperienze storiche di successo per la democrazia e per i diritti, sviluppatasi anche con la condivisione e con l’apprezzamento dell’intero Occidente, come una organizzazione oppressiva, se non addirittura nemica della libertà.
L’Europa ha conosciuto nel Novecento l’abisso di un sistema internazionale che smarriva la via della ragione.
Le guerre del Novecento non sono soltanto un capitolo della storia, dei suoi libri: ci ammoniscono circa le conseguenze del predominio della forza sulla ragione, dell’arbitrio sulla norma, della paura sulla lungimiranza.
Assistiamo oggi alla pretesa di imporre punizioni contro giudici delle Corti internazionali per le loro funzioni di istruire denunce contro crimini di guerra, a difesa dei diritti umani, in definitiva a difesa dei popoli del mondo: sono pretese di un mondo volto pericolosamente indietro, al peggiore passato. Un mondo che si presenta rovesciato e contraddittorio con condanne alla carcerazione di componenti le Corti internazionali ad opera di un Paese promotore, e con suoi giudici protagonisti, del processo di Norimberga.
Ottanta anni fa, la fine della Seconda guerra mondiale e la nascita delle Nazioni Unite segnarono un passaggio fondamentale: la consapevolezza che la pace non è soltanto l’assenza di conflitti, ma un’architettura politica complessa, giuridica, morale che va realizzata giorno per giorno. E che richiede impegno – impegno quotidiano – da parte degli Stati e, al loro interno, da comunità che alimentino questa prospettiva.
La «ricerca della pace nella sicurezza» – come ammoniva un illustre inquilino di questo palazzo, Aldo Moro – ponendone a fondamento non solo i calcoli strategici e gli equilibri di potenza, ma anche l’aspirazione al superamento dei divari economici ed educativi, la cooperazione, l’interdipendenza tra i popoli.
Una pace nella sicurezza, una pace nella giustizia.
Il dopoguerra suggeriva l’idea che non potesse essere l’alternanza dei cicli egemonici fra potenze – o aspiranti tali – a definire il futuro, per sfuggire alla “trappola di Tucidide” messa in luce nella teoria delle relazioni internazionali.
La nostra Repubblica, fin dalle sue origini, ha manifestato acuta consapevolezza del valore del dialogo internazionale come via privilegiata per affermare il suo ruolo nel mondo.
Questa scelta non discese soltanto da un’ispirazione riflessa nella nostra Costituzione, ma risponde, oggi come allora, a un ragionamento puntuale circa il modo migliore di tutelare i nostri interessi nazionali.
Prese forma nel corso del tempo, progressivamente, a partire dall’azione di un ministro degli Esteri come Alcide De Gasperi e, poi, di Carlo Sforza – che con lui collaborò, a sua volta da Ministro – quella Costituzione materiale che ha guidato, senza discontinuità, il nostro Paese nello scenario internazionale, basandosi su pace, dialogo, multilateralismo, europeismo, legame atlantico.
Quegli orientamenti continuano a rappresentare, ancora oggi, un patrimonio prezioso che ci può guidare nelle nuove forme con cui si presentano i conflitti.
Di fronte alla nuova complessità, avviene anche che la diplomazia appaia in ripiego o che si ritenga che si trovi a gestire la mera certificazione notarile di situazioni regolate con la forza.
Non è così!
Alcuni dei risultati raggiunti nel dopoguerra dalla diplomazia, tanto quella multilaterale quanto quella bilaterale, sono stati straordinari.
Oggi, forse ancor più che nel recente passato, è indispensabile disporre di una diplomazia, competente e ben formata, capace di comprendere e gestire questa complessità, muovendosi con equilibrio.
Una diplomazia che sia in grado di sviluppare iniziative che colmino il preoccupante deficit di fiducia reciproca tra gli Stati che si va accumulando in seno alla Comunità internazionale; che sappia rivolgersi a tutti gli attori di una crisi, affermando i principi irrinunciabili della legalità internazionale.
Paradossalmente, l’evoluzione tecnologica degli armamenti e l’uso dell’intelligenza artificiale espongono a rischi accresciuti.
Nei domini più pericolosi, affidare ad algoritmi la decisione sulla vita e la morte segnerebbe un arretramento drammatico della sicurezza collettiva.
Penso che sia molto sottile il crinale tra l’illusione del dominio infallibile delle intelligenze artificiali e la prevalenza definitiva della stupidità naturale, che purtroppo, come noto nell’aforisma, attribuito ad Albert Einstein, può tendere all’infinito.
Il piano economico e commerciale è tutt’altro che esente da tensioni, con la diffusione di politiche e strumenti che puntano a rafforzare artificiosamente il proprio Paese a scapito degli altri. Sovraccapacità produttiva, dumping, dazi, dominio delle catene di approvvigionamento e coercizione economica, solo per citare alcune tra le distorsioni più significative, nuocciono a un mondo pacifico e interdipendente.
Se ci si propone di perseguire obiettivi di progresso la strada è soltanto quella del rafforzamento della collaborazione.
L’alternativa porta ad avvolgersi nella spirale dell’instabilità.
La posizione geografica ci pone al crocevia di aree sensibili, dal Mediterraneo all’Europa centrale, dall’Africa al Vicino Oriente.
La nostra economia è legata ai flussi globali; la nostra società è aperta al mondo; la nostra evoluzione politica ha tratto beneficio dalla costruzione europea, dalle istituzioni multilaterali, dalla cooperazione.
È evidente che è in atto un’operazione, diretta contro il campo occidentale, che vorrebbe allontanare le democrazie dai propri valori, separando i destini delle diverse nazioni.
Non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori.
La diplomazia è decisiva per la proiezione esterna dell’Italia, per la sua posizione nell’Europa integrata e nel mondo, e non soltanto per questi obiettivi.
Lo è perché il nostro Paese ha sempre saputo gestire in modo efficace il soft power di cui è portatore.
Vale ancora, in tempi in cui si afferma una visione dei rapporti internazionali, che da qualche parte si tende a ispirare alla brutalità?
L’epoca di transizione in cui ci troviamo presenta pericoli che dobbiamo saper tempestivamente riconoscere: a stagliarsi all’orizzonte c’è il rischio di un generale arretramento della civiltà.
La legalità internazionale è un bene comune efficace nel contrastare questo pericolo.
Lo sa bene chi, come voi, opera quotidianamente in contesti spesso difficili. E consentitemi, a questo riguardo, di esprimere solidarietà e vicinanza a quanti di voi lavorano in zone di conflitto, con disagi e rischi che meritano massima riconoscenza da parte dello Stato.
Nell’epoca delle “policrisi” è indispensabile una “poli-diplomazia”.
Immagino che a questa pressante esigenza di adattamento voglia corrispondere la recente riforma della Farnesina, che – come il Ministro Tajani ha ricordato – punta a rivolgersi all’intera gamma degli interessi nazionali da promuovere con una visione integrata.
L’opera silenziosa di tessitura della diplomazia, che sempre più, in questa epoca, connette Stati e comunità, può e credo debba – nelle sue espressioni più alte – contribuire a promuovere concordia nella convivenza tra i popoli, giustizia internazionale nei confronti di chi aggredisce e opprime, collaborazione per il bene comune.
Sono, questi, fondamenti della nostra Repubblica.
Con questi auspici, auguro a tutti un proficuo proseguimento dei lavori, insieme agli auguri a voi e alle vostre famiglie per le festività che si avvicinano.
Questa giornata è dedicata a voi ragazzi che siete i veri protagonisti. Dovete credere, e dobbiamo credere insieme, che una realtà periferica come quella delle borgate può crescere e migliorare sempre». Così il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani , durante la cerimonia di riconsegna alla comunità di Borgo Nuovo, a Palermo, del Crocifisso della Chiesa di San Paolo Apostolo – restaurato dagli studenti dell’Accademia delle Arti del capoluogo siciliano- alla presenza dell’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice, del parroco Antonio Garau e di don Antonio Coluccia, del ministro dell’Università Anna Maria Bernini, del sottosegretario Alfredo Mantovano, del commissario straordinario Fabio Ciciliano, del sindaco Roberto Lagalla e del prefetto Massimo Mariani.
«Anch’io sono cresciuto in una borgata. Erano altri tempi, c’era solidarietà, si stava insieme. Oggi ci confrontiamo con la criminalità e con la mafia che recluta i nostri giovani. Per questo abbiamo concentrato la nostra azione sul togliere i bambini dalla strada con iniziative come il bonus palestre, finanziando le famiglie per permettere ai ragazzi di crescere sotto il profilo educativo e fisico. Lo Stato non è una metafora, oggi c’è – ha sottolineato Schifani – Comune, Regione, Stato centrale e Protezione civile hanno fatto sistema. Siamo riusciti a ridare dignità a un Crocifisso e alla vostra comunità, alla possibilità di credere in un futuro migliore. La collaborazione tra istituzioni è prevista nella Costituzione ed è un valore fondante. Oggi vi regaliamo speranza e l’impegno di lavorare intensamente per le periferie, perché è dovere delle istituzioni fare in modo che la qualità della vita dei nostri ragazzi sia sempre più aperta alla speranza».
Il governo Schifani ha stanziato 4,5 milioni di euro che, insieme ai 25 milioni del decreto Caivano, trasformeranno il quartiere: 1,3 milioni per chiesa e area parrocchiale di San Paolo Apostolo, 300mila euro per l’impianto sportivo di largo Gibilmanna, 1,4 milioni per il complesso scolastico “Maritain” e 1,5 milioni per strade e marciapiedi.
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