Indagini patrimoniali in materia antimafia – Valore complessivo 20 milioni di euro circa

Catania,

 Un provvedimento di sequestro in materia di prevenzione antimafia, emesso dal locale Tribunale, relativo al patrimonio di soggetto, pregiudicato per gravissimi reati, originario di Misterbianco e residente a Rimini,è stato notificato dai Finanzieri del Comando Provinciale di Catania, con il supporto del Servizio Centrale Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di finanza (SCICO) e del Comando Provinciale di Bologna

Le investigazioni patrimoniali relative al proposto sono state inizialmente delegate dalla Procura della Repubblica di Bologna al locale Nucleo PEF, in ragione della residenza del soggetto. A seguito dell’analitica ricostruzione del profilo soggettivo del proposto e delle disponibilità patrimoniali allo stesso riconducibili, anche per interposta persona, il Tribunale di Bologna, accogliendo la richiesta della Procura della Repubblica, ha disposto, nel mese di agosto del 2021, il sequestro dell’intero patrimonio del proposto, eseguito dai Finanzieri del Nucleo PEF di Bologna. Successivamente, nel corso della relativa udienza dibattimentale, il Tribunale ha dichiarato la propria incompetenza territoriale e disposto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Catania, che ha delegato ulteriori indagini al Nucleo PEF di Catania, anche al fine di attualizzare gli elementi relativi al profilo soggettivo e patrimoniale del proposto.

In particolare, le investigazioni – nell’attuale fase del procedimento di prevenzione, in cui non si è realizzato pienamente il contradittorio con la parte – hanno consentito di evidenziare:

• da un lato, la ritenuta pericolosità sociale del proposto, il quale, nel periodo di tempo dal 1991 al 2016, è risultato essere sottoposto a indagini per gravissimi reati contro la persona (tentato omicidio), per usura ed estorsione, in un caso anche aggravato dal metodo mafioso, oltre che per reati tributari;

• dall’altro, la presunta sproporzione tra il profilo reddituale del nucleo familiare del proposto e il complesso societario a loro riconducibile.

Al riguardo, le indagini, svolte dalle unità specializzate del GICO del Nucleo PEF di Bologna e di Catania, hanno consentito di porre in luce come la condizione economico-finanziaria del soggetto e dei suoi congiunti – titolari di un ingente patrimonio immobiliare e societario – risulterebbe essere legata alle condotte illecite del proposto.

Sul punto, si osserva  come il Tribunale di Catania, nel provvedimento di sequestro, ha avuto modo di osservare che il proposto costituisca l’esempio di un imprenditore – attivo principalmente nel settore delle costruzioni e nella lavorazione dei metalli – che ha fondato un percorso di accumulo patrimoniale interamente illecito, basato, in particolare, sulle attività usurarie ed estorsive, oltre che sull’evasione fiscale.

Per quanto sopra, all’esito delle sopra indicate investigazioni, il Tribunale di Catania, accogliendo, sul punto, la prospettazione della Procura di Catania, ha disposto il sequestro dei seguenti beni intestati al proposto e ai suoi familiari:

• 70 immobili siti nelle provincie di Catania e Bologna, tra i quali sono stati sottoposti a sequestro 4 ville a Misterbianco, di cui una con piscina;

• quote societarie di 10 società operanti in provincia di Catania e Bologna e attive nei settori della costruzione di edifici, mediazione immobiliare, facchinaggio e movimentazione delle merci;

• 12 automezzi; • disponibilità finanziarie (rapporti di conto corrente e polizze pegni) del proposto, dei suoi famigliari e delle società, per il valore stimato, al momento, di 20 milioni di euro.

L’attività dei Finanzieri di Catania si inquadra nel più ampio quadro delle azioni svolte dalla Procura, dalla Guardia di Finanza di Catania e dallo SCICO, volte al contrasto, sotto il profilo economico-finanziario, delle associazioni a delinquere di tipo mafioso, al fine di evitare i tentativi, sempre più pericolosi, di inquinamento del tessuto imprenditoriale, e di partecipazione al capitale di imprese sane, anche profittando delle difficoltà legate al periodo di contrazione economica.

 

Palermo: vasta operazione antifrode con sequestro di attività di sofisticazione vini

 

Palermo

Su delega della locale Procura della Repubblica di Palermo, i Finanzieri del Comando Provinciale di Palermo, con la collaborazione di funzionari dell’Ispettorato Repressione Frodi (ICQRF) del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, hanno dato esecuzione a decreti di sequestro di un intero compendio aziendale, del valore di circa 3.000.000,00€, all’interno del quale operava uno stabilimento enologico, dedito ad attività di sofisticazione di vini, con sede a Monreale, nonché di oltre 3.307.169,50 litri di prodotto vinoso, imbottigliato e sfuso, per cui non è stato possibile tracciare l’origine e la provenienza, per un valore stimato di oltre € 5.160.000,00.

Sono state altresì effettuate perquisizioni e sequestri su tutto il territorio nazionale – con la collaborazione dei Reparti della Guardia di Finanza competenti per territorio e di funzionari dell’ICQRF – al fine di bloccare le partite di prodotto contraffatto e adulterato distribuite dal titolare della cantina, con il concorso, a vario titolo di altri 8 soggetti, che risponderebbero, tra gli altri, dei reati di contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari, di frode nell’esercizio del commercio e vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine.

In particolare, le investigazioni svolte dai Finanzieri della Compagnia di Partinico – scaturite da un’indagine d’iniziativa nel settore della tutela del consumatore e del made in Italy – hanno permesso di accertare che una nota cantina con sede a Monreale, riconducibile ad un soggetto noto nell’ambito della commercializzazione di vini, aveva, verosimilmente, posto in essere complessi artifizi contabili grazie all’ausilio di altre società consorelle, esistenti all’interno dell’anzidetto compendio aziendale, costituite ad hoc, annotando fittizie introduzioni di mosti, uve e vini, con il mero fine di creare un presupposto di apparente legalità ai prodotti vitivinicoli, commercializzati con false denominazioni di origine e indicazioni geografiche siciliane, stante alle evidenze investigative, ottenuti anche mediante l’utilizzo fraudolento di zucchero (miscelato con l’acqua).

Infatti, le partite di zucchero di barbabietola e zucchero di canna – acquistate in nero da azienda con sede in Palermo – giungevano presso la cantina sita a Monreale, gestita dal soggetto indagato principale, dove veniva effettuata la miscelazione con acqua, ottenendo così un composto liquido strumentale alla preparazione di falsi vini e mosti. Dopo la miscelazione, il prodotto liquido ottenuto era destinato alla commercializzazione presso attività di ristorazione e privati. Grazie alle videoriprese presso la cantina e alle indagini tecniche e telematiche sui cellulari degli indagati effettuate dalle Fiamme Gialle di Partinico ed alla parallela attività di analisi documentale, svolta unitamente ai funzionari dell’Ispettorato Repressione Frodi del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali per gli aspetti di specifica competenza, è stato possibile accertare che, tra il 2020 e il 2021, sono stati venduti oltre 4.000.000,00 di litri di prodotto vinoso a cantine vitivinicole e acetifici dislocati su tutto il territorio nazionale, risultati estranei alla frode agro-alimentare.

I finanzieri precisano: “La vasta operazione antifrode odierna testimonia il costante impegno della Guardia di Finanza nell’attività di contrasto agli illeciti economico finanziari che costituiscono un danno per l’Erario e per le imprese che operano nel rispetto delle leggi, assicurando nel contempo la tutela del made in Italy e del consumatore, grazie anche alla preziosa collaborazione assicurata dai funzionari dell’Unità Investigativa Centrale dell’ICQRF nella cornice del protocollo d’intesa stipulato il 22 luglio 2020 tra il Comando Generale della Guardia di Finanza e il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali”.

5 arresti per associazione per delinquere e riciclaggio – sequestri per 1,6 mln di euro

 

5 arresti per associazione per delinquere e riciclaggio - sequestri per 1,6 mln di euro

Roma,

Il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, su richiesta della Procura della Repubblica di Roma, sta dando esecuzione ad una ordinanza emessa dal G.I.P. del Tribunale capitolino impositiva della misura cautelare personale nei confronti di cinque soggetti, indagati per i reati di cui agli artt. 416, 648-bis, 648-ter, 110 e 512-bis c.p.

L’indagine – coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma – riguarda un’ipotesi di riciclaggio internazionale delle somme che sarebbero provento dei reati ipotizzati di corruzione e di appropriazione indebita di fondi pubblici venezuelani, destinati all’attuazione di un programma di sussidi alimentari, per i quali un imprenditore colombiano risulta imputato di fronte all’Autorità giudiziaria statunitense.

Quest’ultimo, recentemente tratto in arresto all’aeroporto dell’isola di Capo Verde ed estradato in esecuzione del mandato emesso dagli Stati Uniti d’America, avrebbe inoltre costituito numerose società attraverso le quali riciclare i proventi illeciti.

In tale contesto investigativo, su delega della Procura capitolina, nell’ottobre 2019 il medesimo Nucleo Speciale aveva già sottoposto a sequestro un appartamento di pregio sito nel centro storico di Roma (Via Condotti), del valore di circa euro 4,8 milioni, nonché 1,8 milioni di euro giacenti su un conto corrente acceso presso una banca italiana.

In base agli elementi finora raccolti dalle Fiamme Gialle, sono emersi indizi secondo i quali l’imprenditore colombiano avrebbe fittiziamente intestato le società di diritto estero a quattro cittadini italiani che avrebbero quindi agito quali prestanomi.

Sulla base del quadro accusatorio delineatosi nel corso delle investigazioni, il GIP del Tribunale di Roma ha ora disposto: – la custodia in carcere nei confronti di n. 2 indagati; – gli arresti domiciliari nei confronti di ulteriori n. 3 soggetti; – il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per un importo di 1,6 mln di euro.

Il procedimento -precisano nel Comunicato stampa- i finanzieri – pende nella fase delle indagini preliminari e che fino a sentenze definitive vale la presunzione di non colpevolezza.

Palermo: giro di fatture false per oltre 300 milioni di euro

 

 

Palermo,

I finanzieri del Comando Provinciale di Palermo hanno dato esecuzione – informa un comunicato del Comando -ad un decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. del Tribunale di Palermo, su richiesta della locale Procura della Repubblica, per un valore complessivo di oltre 78 milioni di euro, corrispondente al profitto dei reati tributari contestati.

Le indagini del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Palermo scaturiscono da un controllo fiscale avviato nei confronti di una società palermitana, operante nel settore del commercio all’ingrosso metalli ferrosi, la cui sede è risultata un mero recapito per la corrispondenza.

Dagli accertamenti svolti, infatti, sarebbe emerso che l’impresa, sebbene priva di mezzi, locali, attrezzature e utenze, pur non avendo mai presentato dichiarazioni, versato imposte, né avuto personale alle dipendenze, avrebbe però formalmente intrattenuto transazioni commerciali per rilevanti importi, negli anni 2016 e 2017, con una società di capitali con sede a Roma.

Emergendo possibili violazioni alla normativa penaltributaria, su delega della Procura della Repubblica di Palermo, sono stati eseguiti perquisizioni e accertamenti bancari finalizzati a ricostruire l’effettività dei rapporti economico-commerciali intercorsi tra le due società operanti nel settore del commercio all’ingrosso metalli ferrosi.

Gli elementi indiziari acquisiti allo stato delle indagini avrebbero confermato la natura di mera “cartiera” della società palermitana, la quale avrebbe emesso fatture per operazioni oggettivamente inesistenti nei confronti della società romana che, a sua volta, avrebbe rivenduto solo “sulla carta” la medesima merce (Triossido di Molibdeno, Bramme e Coils) oggetto di precedente fatturazione ad altre due società con sede a Napoli e Milano, operanti nel medesimo settore.

La finalità dell’ipotizzato meccanismo fraudolento, in grado di generare un volume di fatture false per oltre 312 milioni di euro, sarebbe stata quella di abbattere illecitamente il reddito imponibile delle società destinatarie delle fatture false, attraverso la contabilizzazione di costi fittizi nonché l’indebita detrazione dell’I.V.A.

In considerazione dell’ingente evasione ricostruita dagli specialisti del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria – I Gruppo Tutela Entrate, sono stati segnalati all’Autorità Giudiziaria 6 soggetti – rappresentanti legali delle società coinvolte nel sistema illecito – i quali risulterebbero a vario titolo coinvolti nelle indagini per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione,  emissione di fatture per operazioni inesistenti e occultamento o distruzione di documenti contabili.

Il G.I.P. del locale Tribunale, al fine di salvaguardare gli interessi erariali a beneficio della futura azione di riscossione, ha emesso un provvedimento cautelare per un importo di 78.865.026 euro, pari all’ammontare delle imposte evase (Imposta sul Reddito delle Società e I.V.A.).

L’operazione eseguita dalla Guardia di Finanza, in stretto coordinamento con la Procura di Palermo, si inserisce nel quadro delle linee strategiche dell’azione del Corpo, volte a rafforzare l’azione di contrasto ai contesti di illegalità economico-finanziaria connotati da maggiore gravità e a garantire il perseguimento degli obiettivi di aggressione dei patrimoni dei soggetti dediti ad attività criminose, al fine di tutelare le imprese che operano nel rispetto della legge, soprattutto nell’attuale fase di congiuntura economica causata dalla pandemia nonché dalle ripercussioni derivanti dalla situazione di instabilità geopolitica connessa alla crisi russo-ucraina.

 

Operazione Feudo – La Finanza segnala alla Corte dei conti danni erariali per milioni di euro

VIDEO G.DI FINANZA

 

Le Fiamme Gialle della “Granda”, in prosecuzione delle indagini di polizia giudiziaria che lo scorso gennaio hanno portato al rinvio a giudizio dell’ex sindaco, del segretario comunale e del responsabile del servizio finanziario del Comune di Santo Stefano Roero (CN) nonché di due architetti ed un geometra, comunicano di aver ultimato gli accertamenti di polizia erariale sulla gestione amministrativo contabile dello stesso Comune, segnalando alla Procura della Corte dei Conti di Torino danni erariali di svariata natura per diversi milioni di euro.

L’operazione FEUDO, iniziata nei primi mesi del 2021 e condotta dal Reparto della Provincia più specializzato in complesse ed impegnative indagini anche nel settore della Spesa Pubblica, cioè il Nucleo di Polizia Economico-finanziaria di Cuneo, aveva portato all’arresto di quattro dei citati imputati (l’ex sindaco, il segretario comunale, un architetto ed un geometra), ed al sequestro per equivalente di beni e valori per un ammontare complessivo di 180 mila euro.

L’articolata indagine, su delega della Procura della Repubblica di Asti, originata proprio da un’attività di polizia erariale intrapresa dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria cuneese su incarico della dott.ssa Letizia Dainelli e del dott. Massimo Valero, Vice Procuratori della Procura Regionale della Corte dei Conti, era volta ad accertare presunti sprechi di denaro pubblico da parte dell’Amministrazione comunale di Santo Stefano Roero (destinataria, negli ultimi 15 anni, di circa 15 milioni di euro di finanziamenti statali), che avevano determinato, nel 2019, un rilevante deficit finanziario nelle casse dell’Ente locale roerino.

L’attività investigativa aveva permesso di accertare molteplici condotte delittuose in capo ai soggetti coinvolti, accusati a vario titolo di truffa ai danni dello Stato, turbata libertà degli incanti e falsità materiale ed ideologica in atti pubblici; al sindaco pro tempore erano stati contestati anche i reati di peculato, minacce e detenzione abusiva di armi.

Dopo il rinvio a giudizio dei 6 responsabili, è stata quindi intrapresa la conseguente attività di Polizia Erariale, con l’esame di un’ingente mole di documentazione contabile-amministrativa, a tratti frammentaria o mancante, relativa agli ultimi 10 anni di amministrazione del citato Comune.

Gli accertamenti eseguiti, contraddistinti da complessi approfondimenti giuridico-normativi, hanno portato alla segnalazione di molteplici tipologie di danno erariale quantificabili in diversi milioni di euro, a conferma delle condotte illecite perpetrate dai protagonisti della vicenda, censurabili sia sotto il profilo penale che amministrativo-contabile, in spregio di tutte le norme in vigore e a scapito della Comunità amministrata, dell’intera collettività e di tutti i cittadini onesti e rispettosi della legge.

L’operazione di polizia economico-finanziaria di cui si parla si inquadra nella costante attività di servizio svolta a contrasto della criminalità economica, finalizzata al soddisfacimento delle legittime pretese creditorie dell’Erario ed al ripristino della legalità, monito per coloro che sono deputati alla gestione della “Cosa Pubblica” nella piena legittimità e trasparenza.

Operazione Petrolmafie s.p.a. -Reggio Calabria, Sequestro di n. 3 società dai profitti illeciti, n. 21 immobili, n. 8 tra automobili e moto

 

Grande attività investigativa dei finanzieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria e dello S.C.I.C.O., che con  il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Dott. Giovanni Bombardieri, hanno dato corso, con il supporto dei Reparti del Corpo competenti per territorio, nelle province di Asti, Milano, Piacenza, Parma, Roma, Latina, Caserta, Napoli, Bari, Brindisi e Lecce ad un decreto emesso dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della medesima Procura della Repubblica con il quale è stato disposto il sequestro preventivo dell’intero patrimonio aziendale di n. 3 società di capitali operanti nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi, disponibilità finanziarie, beni mobili ed immobili, per un valore complessivo stimato in circa 15 milioni di euro.

L’operazione costituisce l’epilogo delle indagini condotte dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria e dallo S.C.I.C.O., con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, a contrasto dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nel commercio, su ampia scala, degli idrocarburi.

L’attività investigativa svolta ha permesso di scoprire, allo stato degli atti e sotto il profilo della gravità indiziaria, l’esistenza di una struttura organizzata, attiva nel commercio di prodotti petroliferi, avente la finalità di evadere le imposte, in modo fraudolento e sistematico, sotto la direzione strategica di un commercialista campano e con la compiacenza di soggetti esercenti depositi fiscali e commerciali, avvalendosi del controllo capillare di tutta la filiera della distribuzione del prodotto, dal deposito fiscale ai distributori stradali.

Le investigazioni hanno altresì consentito, in questa fase del procedimento penale e fatte salve le necessarie conferme nel merito, di lumeggiare gli interessi della ‘ndrangheta, e di altre organizzazioni criminali siciliane e campane nella gestione del business del commercio di prodotti petroliferi – settore economico altamente remunerativo – sull’intero territorio nazionale, per il tramite di una vera e propria joint venture criminale volta alla massimizzazione dei profitti illeciti ai danni dello Stato e della libera concorrenza.

In particolare, le società investigate (cartiere), affermando fraudolentemente di possedere tutti i requisiti richiesti al fine di poter beneficiare delle agevolazioni previste dalla normativa di settore, presentavano ad un deposito fiscale ubicato nella provincia di Reggio Calabria – volano della frode – la relativa dichiarazione di intento per l’acquisto del prodotto petrolifero senza l’applicazione dell’I.V.A.. Il prodotto così acquistato, a seguito di diversi (e cartolari) passaggi societari, veniva poi ceduto, a prezzi concorrenziali, ad individuati clienti. Nel corso delle indagini è stato ricostruito un giro di false fatturazioni per un ammontare complessivo di oltre 600 milioni di euro ed IVA dovuta per oltre 130 milioni di euro, appurando l’omesso versamento di accise per 31 milioni di euro.

I proventi derivanti dalla frode venivano trasferiti verso una fitta rete di conti correnti controllati dall’organizzazione criminale, intestati a società di comodo o persone fisiche, da cui il denaro veniva in seguito trasferito verso società di comodo estere o prelevato in contanti e restituito (sempre in contanti) tanto ai membri dell’organizzazione quanto agli acquirenti del prodotto petrolifero.

I profitti illeciti, così ripartiti dai membri dell’organizzazione, venivano reinvestiti nel medesimo circuito criminale e/o impiegati in altre attività finanziarie/imprenditoriali così determinando un vorticoso giro di riciclaggio – autoriciclaggio, per un importo complessivo di oltre 173 milioni di euro. Parte di detto importo (per oltre 41 milioni di euro) veniva riciclato su conti correnti esteri riconducibili a società di comodo bulgare, rumene, croate ed ungheresi, per poi rientrare nella disponibilità dell’organizzazione medesima.

In tale contesto, nel mese di aprile 2021 veniva data esecuzione a provvedimenti cautelari personali, nei confronti di 23 persone (n. 19 in carcere e n. 4 agli arresti domiciliari) e reali. su un patrimonio complessivamente stimato in centinaia di milioni di euro.

I successivi approfondimenti esperiti hanno permesso di accertare, allo stato ed in via indiziaria, come il sodalizio investigato, parallelamente alle descritte attività, si fosse prodigato per l’acquisto di un ulteriore deposito fiscale con cui proseguire ed ampliare il disegno criminoso. Allo scopo, l’organizzazione, reimpiegando parte dei proventi illecitamente accumulati, ha rilevato, per il tramite di una società di comodo ubicata a Milano, un deposito fiscale con sede in Bari.

Analogamente, al fine di massimizzare i profitti connessi alla frode perpetrata, il sodalizio ha acquistato, facendo ricorso anche in tal caso a provviste illecite, un deposito commerciale insistente nella provincia di Parma.

Con l’operazione odierna si è proceduto, quindi, al sequestro dei citati compendi industriali, frutto del reimpiego dei proventi illeciti generati dalla consorteria criminale.

Reggio Calabria, La Sicilia Operazione Laguna – Individuate imprese percettrici di ingenti finanziamenti dell’Unione Europea

REGGIO CALABRIA

Reati anti Unione euopea.Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, sotto il coordinamento dell’EPPO (European Public Prosecutor’s Office), hanno individuato diverse imprese calabresi percettrici di ingenti finanziamenti dell’Unione Europea, finalizzati all’acquisto di grandi imbarcazioni da diporto, come barche a vela o catamarani, che avrebbero dovuto incentivare il turismo calabrese, con i relativi benefici occupazionali, e che invece solcavano i mari siculi.

L’indagine, coordinata dalla Procura Europea (EPPO) – Organo giudiziario dell’UE, operativo dallo scorso 1° giugno, istituito con il compito di indagare e perseguire i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione – ha condotto alla denuncia di sei imprenditori reggini per il reato di malversazione a danno dello Stato, nonché per il conseguente illecito amministrativo dipendente da reato.

Il Tribunale di Reggio Calabria – direttamente interessato dai Procuratori Europei Delegati per la Sicilia e Calabria – nel condividere l’impianto investigativo del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Reggio Calabria, ha emesso appositi decreti di sequestro preventivo, in via diretta o per equivalente, della somma complessiva di 900.000 euro.

Disponibilità finanziarie, beni mobili e immobili sono stati così appresi dalle Fiamme Gialle reggine, nell’ambito dell’Operazione denominata “Laguna”, nei confronti dei rappresentanti legali delle sei imprese calabresi destinatarie dei finanziamenti UE.

Complessivamente, le attività eseguite hanno consentito di individuare fondi comunitari illecitamente utilizzati per 1.200.000 euro, 300.000 dei quali, avviati i controlli, sono stati revocati, ovvero restituiti dai beneficiari e assicurati alle casse dello Stato.

Quello eseguito rappresenta il primo provvedimento giudiziario della specie richiesto dai Procuratori Europei Delegati per la Sicilia e Calabria, peraltro in un settore di rilevanza strategica per il rilancio economico-imprenditoriale quale è quello dei “Fondi strutturali” europei.

Più in particolare, le attività investigative si sono concentrate, per più di un anno, sulla verifica della regolarità nella gestione e nell’utilizzo di agevolazioni finanziarie per l’acquisto di grandi imbarcazioni da diporto, fino ai 24 metri, erogate dalla Comunità Europea, finalizzate appunto all’incentivazione del turismo calabrese, efficacemente sponsorizzata dallo slogan “Una Calabria più competitiva”.

Mirate verifiche alle imprese, controlli incrociati, acquisizione e disamina della documentazione amministrativo-contabile hanno permesso agli investigatori di scoprire che i beni oggetto della pubblica sovvenzione erano stati in realtà impiegati per finalità diverse da quelle per le quali erano stati acquistati. Più nel dettaglio, i finanzieri hanno ricostruito le modalità di commissione dell’illecito, consistenti nella concessione in locazione delle imbarcazioni, attraverso particolari contratti stipulati per il tramite di brokers specializzati, con rotte ricadenti prevalentemente a largo della Sicilia nord-orientale. Ed è proprio presso i porti turistici di tale area costiera, come verificato dagli stessi finanzieri, che le barche risultavano stabilmente attraccate ed utilizzate, in violazione delle finalità previste dal Bando regionale che ne prevedevano, come esposto, l’utilizzo esclusivo sul litorale calabrese.

Il servizio dà prova della costante attenzione che la Guardia di Finanza, oggi operando in sinergia con la neoistituita Procura Europea, rivolge al delicato settore della Spesa pubblica comunitaria e nazionale, nella consapevolezza che il corretto impiego dei fondi pubblici aiuti la crescita produttiva e occupazionale e contribuisca, nell’attuale congiuntura, ad arginare l’impatto negativo della crisi economica e sociale conseguente all’emergenza pandemica e sostenere il rilancio del Paese.

Caltanissetta: sequestrato un fondo agricolo con mille piante di marijuana e 40 kg di droga. Un arresto

 

Prosegue senza soste l’attività dei finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta che  hanno scoperto e sequestrato, in un fondo agricolo di circa 4000mq sito nella periferia di Gela, 1000 piante di marijuana in avanzato stato di maturazione e 40 kg di sostanza stupefacente dello stesso tipo già essiccata e pronta all’uso.

L’intera piantagione di cannabis è stata individuata dalle fiamme gialle del Gruppo di Gela nel corso delle operazioni quotidiane di controllo del territorio. Il sospetto dei finanzieri è prontamente ricaduto sul proprietario terriero, visto adoperarsi con fare circospetto all’interno delle serre insistenti sul fondo agricolo.

Le immediate perquisizioni hanno permesso di individuare 1000 piante di marijuana alte circa due metri, per un peso complessivo di circa 1.500 kg, ed ulteriori 40 kg della stessa sostanza già essiccata e pronta per essere venduta.

Il responsabile, originario di Gela, è stato tratto in arresto e posto a disposizione della locale Procura della Repubblica.

Lo stupefacente sequestrato dalle Fiamme Gialle, qualora immesso in vendita, avrebbe fruttato oltre 3,5 milioni di euro.

L’attività di servizio svolta quotidianamente dalla Guardia di Finanza è rivolta tanto alla lotta al traffico internazionale e allo spaccio di sostanze stupefacenti, pericoloso soprattutto per i cittadini più giovani, quanto al contrasto dell’illecito arricchimento da parte delle organizzazioni criminali.

Professore residente in Sicilia nei guai giudiziari per aver accumulato in tre anni 769 assenze durante le quali lavorava pure nel settore privato in incognito come “consulente aziendale”

Controlli Antiassenteismo.La Guardia di Finanza di Pordenone ha condotto indagini delegate dalla Procura della Repubblica di Pordenone (sostituto procuratore Federico Facchin) nei confronti di un professore, cui era stata assegnata una cattedra presso un istituto scolastico di Pordenone, al termine delle quali lo stesso è stato indagato dalla Procura per truffa ai danni dello Stato e per aver utilizzato certificazioni false.

Gli accertamenti condotti,-informano le Fiamme gialle -anche attraverso acquisizioni documentali ed escussioni testimoniali, hanno evidenziato come il docente, anagraficamente residente in Sicilia, avesse accumulato nel corso dei tre anni scolastici (nei quali avrebbe dovuto occupare la cattedra assegnatagli presso un Istituto tecnico di Pordenone), ben 769 giorni di assenza, giustificandoli attraverso la presentazione di certificazioni mediche e/o richieste di congedo parentale.

Dette assenze, normativamente previste, sono risultate, poi, illegittime, in quanto dalle indagini condotte è emerso come in tali periodi, nei quali il docente risultava assente per malattia o per necessità di fruire di congedi parentali, lo stesso svolgeva attività lavorative retribuite (principalmente consulenze aziendali) a favore di società private e di Enti pubblici.

In tali periodi di assenza “certificata” il professore percepiva, contestualmente, le previste indennità, complessivamente ammontanti a 13.000 euro, a carico dell’I.N.P.S..

Ulteriori approfondimenti investigativi hanno permesso di appurare che per svolgere tali attività di consulenze non solo il professore non aveva ottenuto la preventiva, obbligatoria, autorizzazione dall’Amministrazione di appartenenza, ma aveva altresì omesso di dichiarare, agli Enti e società presso i quali avrebbe svolto la sua attività professionale, di essere dipendente pubblico.

Un ulteriore obbligo disatteso, previsto dalla normativa che disciplina il pubblico impiego (Decreto Legislativo 3 febbraio 1993 n. 29), è stato, inoltre, la comunicazione all’Istituto tecnico pordenonese delle attività svolte presso altri Enti e/o società e, soprattutto, dell’ammontare degli emolumenti percepiti, che, complessivamente ammontavano a circa 97.000 euro.

Il Giudice per le Indagini Preliminari di Pordenone, su richiesta della Procura della Repubblica, emetteva un provvedimento di sequestro preventivo di 13.000 euro corrispondenti alle indennità (di malattia o per congedo parentale) anticipate dall’Amministrazione di appartenenza, per conto dell’INPS, e illecitamente percepite dal professore. Provvedimento che veniva successivamente confermato anche da parte del Tribunale del Riesame.

Gli esiti delle indagini sono stati trasmessi alla Procura Regionale presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti del Friuli Venezia Giulia per le valutazioni di propria competenza per il danno erariale di complessivi 110.000 euro arrecato all’Amministrazione pubblica, in relazione ad attività extraprofessionali condotte in assenza delle autorizzazioni dell’Amministrazione di appartenenza.

Anche questo risultato di servizio è frutto di una perfetta sinergia tra la Guardia di Finanza e l’Autorità Giudiziaria, sia penale che contabile. Quest’ultima, in particolare, si avvale delle Fiamme Gialle quale “interlocutore preminente” per la conduzione di indagini tese al recupero e alla restituzione alla collettività delle risorse illecitamente sottratte ai bilanci pubblici (e, di conseguenza, a tutti i cittadini).

Scoperta frode internazionale a Messina dalle Fiamme gialle ai danni dell’UE e della Regione Sicilia

 

MESSINA

Articolate indagini delle Fiamme gialle di Messina,dirette dalla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), nella persona del Procuratore Capo dr. Emanuele Crescenti, hanno scoperto una strutturata frode ai danni del bilancio dell’Unione Europea e della Regione Siciliana, dando esecuzione ad una misura cautelare personale, nonché al sequestro del profitto illecito pari a 180 mila euro, nonché di un impianto fotovoltaico, del valore oltre 230 mila euro.

L’operazione conferma l’attenzione della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto e della Guardia di Finanza di Messina, quale forza di polizia a competenza generale in materia economico-finanziaria, alla sempre più necessaria tutela degli interessi finanziari dell’Unione Europea e nazionali, così recuperando ingenti risorse indebitamente sottratte alle finalità di interesse pubblico, per le quali erano state originariamente destinate.

Le Fiamme Gialle della Tenenza di Patti, coordinate dal Sost. Proc. Emanuela Scali, sviluppavano complesse investigazioni rispetto ad una articolata frode internazionale, finalizzata ad indebitamente intercettare contributi pubblici, comunitari e regionali, nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale Regione Sicilia 2007/2013, in relazione alla realizzazione di un impianto fotovoltaico nel territorio di Montalbano Elicona (ME).

In tale ambito, secondo ipotesi investigativa, emergevano responsabilità penali nei confronti di tre soggetti, un imprenditore ed un ingegnere, messinesi, ed una imprenditrice catanese, quest’ultima dimorante a Enna, indagati a vario titolo per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti ed autoriciclaggio. Più in particolare, anche all’esito di perquisizioni locali e complesse analisi documentali e bancarie, emergeva come un ingegnere messinese, L.F.S. cl. 77, gestisse, di fatto – attraverso un trust amministrato da una società fiduciaria – una società maltese, secondo ipotesi investigativa esistente solo cartolarmente, del tutto priva di personale dipendente e di una reale struttura operativa, e come tale schermo giuridico estero fosse stato utilizzato per consentire ad un imprenditore messinese, A.A. cl. 81, operante nella coltivazione di frutti oleosi, non solo l’evasione delle imposte, ma soprattutto di beneficiare di un contributo AGEA per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

A tal fine, si accertava l’emissione di fatture fittizie per oltre 130 mila euro, asseritamente per l’acquisto di materiali e prestazioni d’opera.

Analogamente, le indagini documentali, integrate da ulteriore attività istruttoria, consentivano di attribuire analogo comportamento anche all’imprenditrice catanese, C.M. cl. 40, la quale, con le medesime finalità, emetteva nei confronti dell’A.A. cl. 81 fatture in tutto o in parte false per oltre 70 mila euro, per la compravendita di due mezzi agricoli.

In altri termini, la fittizia documentazione così prodotta veniva annotata nel computo metrico allegato alla domanda per l’ottenimento del pagamento del contributo, presentata dall’A.A. cl. 81 all’Assessorato Regionale all’Agricoltura della Regione Sicilia, inducendo pertanto in errore i relativi funzionari e così ottenendo l’ingiusto profitto, peraltro corrisposto, di circa 180 mila euro sui 237 mila euro di spesa ammessa.

Seppur in una fase cautelare – che solo attraverso il contraddittorio tra le parti e le decisione di Giudici ulteriori e diversi rispetto al GIP si potrà trasformare in una decisione definitiva in ordine alle responsabilità sino ad ora ipotizzate – i convergenti elementi indiziari raccolti dalle Fiamme Gialle pattesi e condivisi dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, sono stati adeguatamente vagliati dal competente Giudice del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto che, all’esito, ha ritenuto le “articolate consecuzioni di una serie di false fatturazioni inerenti un rapporto tra soggetti fittizi”, “riconducibili ad un unico centro decisionale, anche per mezzo di società di Malta”, un chiaro indice di pericolo di reiterazione delittuosa da parte dell’ingegnere messinese, cui veniva conseguentemente applicata la misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare l’attività professionale di ingegnere e l’attività imprenditoriale, per un periodo di 12 mesi.

Con il medesimo provvedimento, inoltre, il medesimo Giudice, su conforme richiesta della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, disponeva anche il sequestro finalizzato alla confisca dei circa 180 mila euro indebitamente ottenuti.

Ancora, nel medesimo ambito, sempre i Finanzieri della Tenenza di Patti hanno altresì sottoposto a sequestro, con separato provvedimento del Giudice del Tribunale e su richiesta della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, anche l’impianto fotovoltaico con annesso biotrituratore, del valore di stima pari ad oltre 230 mila euro.