Napoli, ordinanza di misura cautelare per 38 persone accusate di 65 capi d’imputazione

 

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38 persone in carcere per furti in abitazione, ricettazione e truffe aggravate
Napoli,
I  Carabinieri dei Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione – informa un comunicato– -ad un’ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal G.l.P. del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli Nord, nei confronti di 38 soggetti gravemente indiziati dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti in abitazione, ricettazione e truffe aggravate in danno di vittime in condizioni di minorata difesa; per un numero complessivo di 65 capi d’imputazione.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli Nord, hanno avuto origine in seguito ad un furto in abitazione commesso a Casoria (NA), e sono state svolte dal mese di giugno del 2023 al mese di ottobre 2024, mettendo a sistema oltre 100 notizie di reato relative a furti in abitazione commessi con modalità simili, scaturite dalle denunce presentate dalle vittime presso le diverse forze dell’ordine presenti sul territorio.
La complessa ed articolata attività d’indagine, anche mediante attività tecniche, ha permesso di identificare 38 soggetti, appartenenti a 7 diversi gruppi criminali, permeabili tra loro, stabilmente e storicamente dediti alla commissione di furti in abitazione nelle province di Napoli, Caserta, Benevento, Salerno, Avellino, ma anche nelle province di Frosinone e Roma, e di ricostruire circa 150 eventi delittuosi,· nello specifico 40 furti in abitazione consumati, 3 furti tentati, 92 tentativi incompiuti, 8 ricettazioni, 3 truffe commesse con la c.d. tecnica dello specchietto, per un profitto di complessivo 105.000,00 euro costituiti da monili d’oro e argento, preziosi e denaro contante.
Gli autori dei furti, che operavano con l’ausilio di due o tre vedette posizionate all’esterno, si introducevano nelle abitazioni con chiavi alterate o chiavi universali, capaci di aprire serrature di ogni tipo, e quando necessario asportavano le casseforti dai rispetti alloggi con unflex. Compiuto il furto, si allontanavano a bordo di autovetture munite di scompartimenti creati ad hoc per occultare gli attrezzi, i gioielli e il denaro profitto dell’attività delittuosa. In alcuni casi operavano travestiti da rider di note società che effettuano consegna di cibo a domicilio.
Nel corso delle indagini si è accertato che ogni gruppo criminale di matrice familiare era in grado di pianificare ed eseguire decine di furti in abitazione al giorno, operando con sopralluoghi preliminari finalizzati alla scelta della vittima e all’osservazione delle sue abitudini, ed era in grado, in poche ore, di monetizzare i gioielli e gli orologi di pregio, rivendendoli ad un ricettatore di fiducia che, presso la propria abitazione, gestiva un mercato nero dell’ oro e dell’ argento con quotazioni quotidiane.
I sodali, inoltre, organizzavano truffe con la c.d. tecnica dello specchietto ai danni di persone anziane che viaggiavano da sole nelle loro autovetture, costrette a pagare somme di denaro a titolo di indennizzo per sinistri mai cagionati.
Durante l’attività investigativa, 13 soggetti venivano arrestati in flagranza di reato, 9 venivano deferiti in stato di libertà, ed era possibile recuperare circa 30.000 euro di refurtiva.
Il provvedimento oggi eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso la quale sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa -informa il Comando -sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Palermo, spari d’arma da fuoco contro la chiesa dello Zen

 

 

Palermo,

Un petardo e colpi di arma da fuoco sono stati esplosi a Palermo contro l’ingresso secondario della chiesa del quartiere Zen, in via Fausto Coppi, dove la polizia scientifica ha effettuato rilievi, trovando diversi bossoli per terra. Indagini sono in corso.

I proiettili hanno raggiunto l’interno della chiesa…

I promotori e le promotrici degli Stati Generali per l’infanzia e l’adolescenza e per le politiche giovanili condannano i gravissimi fatti avvenuti proprio contro la parrocchia con colpi di arma da fuoco esplosi contro l’ingresso della chiesa, con danni ingenti e quello che appare come uno sfregio inaccettabile alla comunità.

«Che si tratti di una “incosciente bravata”, come ipotizzato da padre Giannalia, o meno, è comunque un fatto gravissimo. Conferma la pericolosa deriva culturale della nostra città, che sempre più spesso sfocia in violenza e intimidazione – si legge in una nota  dei promotori degli Stati Generali per l’infanzia e l’adolescenza e per le politiche giovanili -. Questa volta, la violenza colpisce un simbolo di pace e impegno sociale, un simbolo della comunità e della sua voglia e capacità di riscatto».

 

 

Operazione della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza: oltre la metà dei fondi raccolti per popolazione palestinese finanziava Hamas ,associazione terroristica

 

La Polizia di Stato, attraverso la Digos, insieme alla Guardia di Finanza, ha notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone e di tre associazioni. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Genova su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo.

Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad - (Ipa)
Nella foto : Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad 

L’operazione è il risultato di una complessa indagine coordinata dalla Dda di Genova, avviata su impulso della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. L’inchiesta ha preso le mosse dall’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette e si è sviluppata grazie a un intenso scambio informativo con altre  Procure italiane e con le autorità investigative dei Paesi Bassi e di altri Stati dell’Unione Europea.

Gli indagati sono accusati, nella attuale fase delle indagini preliminari, di fare parte e di avere finanziato Hamas e attività terroristiche per mezzo di varie associazioni, tra cui: associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese – a.b.s.p.p., con sede a Genova; a.b.s.p.p. o.d.v. (associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese – organizzazione di volontariato) con sede a Genova, di cui è legale rappresentante Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad; associazione benefica la cupola d’oro, con sede a Milano, di cui è legale rappresentante Abu Deiah Khalil.

Secondo le risultanze investigative, componente di vertice della organizzazione terroristica Hamas, avrebbe destinato, nella raccolta di fondi indicata come avente fini umanitari per la popolazione palestinese, una parte rilevante (più del 71%) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni ad essa collegate o da essa controllate e di altre articolazioni dell’organizzazione terroristica, concorrendo a versare, direttamente o indirettamente, all’organizzazione terroristica, a partire dal 18 ottobre 2001 e fino a oggi, ma soprattutto a seguito degli eventi del 7 ottobre 2023, ingenti somme di denaro, pari a 7.288.248,15 euro, sottraendo tali fondi alle finalità dichiarate e alle reali necessità della popolazione civile di Gaza.

 L’indagine coinvolge Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas, referente con Hannoun della cellula italiana. Al Salahat Raed, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica e, dal maggio 2023, componente del board of directors della European Palestinians Conference, al cui interno opera in stretto contatto con Majed Al Zeer. Al Salahat Raed è componente della cellula italiana di Hamas.

Reggio Calabria: Sequestrati 435 chilogrammi di cocaina nascosti in un carico di noccioline

 

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Reggio Calabria, 

Il Comando Provinciale di Reggio Calabria ha intercettato al porto di Gioia Tauro una delle partite di cocaina più ingenti degli ultimi anni, occultata in un carico di circa mille sacchi di noccioline partiti dall’America Latina e destinati, in base ai documenti commerciali che scortavano il prodotto, all’Europa dell’Est.

In particolare, all’interno dell’accennata merce di copertura sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro 400 panetti della suddetta droga, di qualità purissima, per un peso complessivo di oltre 435 chilogrammi.

L’operazione, prolungatasi fino a tarda notte per il considerevole numero di bisacce che i militari hanno dovuto scaricare, rientra in un più ampio piano di intensificazione dei controlli pianificato in quest’ultimo scorcio dell’anno, che prevede il rafforzamento dell’attività di monitoraggio e ispezione fisica delle migliaia di container quotidianamente movimentati all’interno dell’area portuale gioiese.

In tale circostanza, sono risultati davvero decisivi e determinanti, oltre che il ricorso alla strumentazione tecnologica di tipo radiogeno in dotazione al Gruppo della Guardia di finanza di Gioia Tauro, l’eccezionale fiuto delle diverse unità cinofile impiegate sul campo, che hanno fatto emergere elementi di anomalia e indizi di sospetto con riguardo alla consistente spedizione di noccioline.

Il sequestro in argomento ha duramente inciso sulle casse delle organizzazioni criminali che hanno organizzato l’illecito traffico: basti pensare che, se immesso sul mercato al dettaglio, il rilevante carico di cocaina sequestrato avrebbe garantito e fruttato, in fase di commercializzazione, introiti per oltre 70 milioni di euro.

Si tratta di un colpo deleterio inferto ai citati sodalizi delinquenziali se si tiene conto, peraltro, del fatto che, nell’anno in corso, lo stupefacente complessivamente sottoposto a sequestro presso il porto di Gioia Tauro ora ammonta a ben oltre le 5 tonnellate, per un valore totale di circa 650 milioni di euro.

Gli atti compilati nel corso dell’operazione sono stati trasmessi, dal Gruppo della Guardia di finanza di Gioia Tauro alla Procura della Repubblica di Palmi, all’attenzione del Procuratore Emanuele Crescenti e del magistrato di turno, per la convalida e il successivo prosieguo delle indagini.

 

Sicilia, Scavi clandestini e ricettazione di beni archeologici, per un valore di 17 milioni di euro, 79 indagati, 45 raggiunti da misure cautelari e nella rete -che vergogna- finiscono pure due poliziotti (i nomi non sono stati comunicati)

Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti sei arresti in flagranza di reato. In un episodio, un uomo è stato fermato in aeroporto mentre tentava di imbarcarsi con 15 monete antiche infilate nello stesso borsellino utilizzato per gli spiccioli.

 

Catania,

–Operazione  “Ghenos”:   viene disarticolata una associazione criminale dedita agli scavi clandestini, alla falsificazione e al traffico illecito di beni archeologici, con ramificazioni anche all’estero..     L’intera operazione è stata coordinata dalla Procura distrettuale di Catania e condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo. Arrestati anche due poliziotti.

Il Procuratore distrettuale dr. Francesco Curcio, spiega che  l’indagine partita nel 2021,  ha coinvolto 79 indagati, 45 dei quali raggiunti da misure cautelari. Nel corso delle attività investigative sono stati sequestrati circa 10 mila reperti archeologici, molti dei quali di particolare e rilevante importanza storico-culturale.

Le indagini hanno portato alla scoperta di un vero e proprio laboratorio clandestino, definito dagli inquirenti una “zecca clandestina”, utilizzato per la falsificazione di reperti archeologici e la contraffazione di monete, oltre che per reati di falsificazione e scrittura privata finalizzati all’immissione dei reperti nel mercato legale. Alcuni ritrovati anche all’interno di un garage a Paternò, azione che ha fatto scattare poi le indagini. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati circa 60 metal detector ad alta tecnologia, strumenti utilizzati in modo sistematico per individuare e depredare siti archeologici. “Un vero e proprio esercito di strumenti per cercare in modo scientifico i luoghi dove rinvenire monete preziose”, ha sottolineato Curcio.

Secondo la stima effettuata dal consulente della Procura, il valore complessivo dei beni sequestrati ammonta a circa 17 milioni di euro, a conferma – come evidenziato dagli inquirenti – dell’esistenza di un’industria criminale strutturata e altamente redditizia. In conferenza il procuratore di Catania ha fatto capire che questo importo è solo parte del business: “Abbiamo intercettato una piccola parte del giro d’affari, il bilancio è superiore all’incasso di qualsiasi museo archeologico”.

Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti sei arresti in flagranza di reato. In un episodio, un uomo è stato fermato in aeroporto mentre tentava di imbarcarsi con 15 monete antiche infilate nello stesso borsellino utilizzato per gli spiccioli. In altri casi, i carabinieri hanno sorpreso i tombaroli a fare scavi clandestini all’interno di siti archeologici. L’inchiesta ha consentito di ricostruire l’intera filiera del traffico illecito, a partire dai malviventi operativi in Sicilia – in particolare nelle aree catanese e siracusana – fino ai mediatori e ai canali di commercializzazione internazionale. Le monete e i reperti, secondo quanto accertato, venivano acquistati da rivenditori internazionali e successivamente battuti in case d’asta estere, anche a Londra e Monaco di Baviera. Un passaggio centrale del sistema era la “ripulitura” dei beni, con la produzione di certificazioni e documentazione falsa.

“Chi acquista in un’asta lo fa in apparenza in buona fede – ha spiegato il Procuratore – ma il problema è chi riesce a far transitare pezzi trafugati attraverso case d’asta o negozi di antiquariato di prestigio”. Nel corso dell’inchiesta sono stati sottoposti a misura cautelare anche due appartenenti alle forze dell’ordine. Il Procuratore ha precisato che non risulta abbiano utilizzato il proprio ruolo istituzionale per favorire l’attività illecita. In base a quanto emerso dalle indagini non c’è la mano della mafia siciliana nell’organizzazione dei tombaroli arrestati dalla Procura catanese.

Napoli, Lavoratori ammassati a bordo di furgoni per il trasporto merci, minacciati ed intimiditi in caso di pause o rallentamenti lavoro

 

Lavoratori sfruttati nei campi, il biologico marcia in direzione opposta -

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 Napoli e Caserta
Nella mattinata odierna, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando CC per la Tutela del Lavoro, con l’ausilio del Gruppo CC di Aversa, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza cautelare personale emessa dal GIP del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura, che ha applicato le misure cautelari:
− degli arresti domiciliari nei confronti di un imprenditore agricolo, svolgente l’attività di coltivazione, raccolta e rivendita di ortaggi nell’area aversana, nonché nei confronti della moglie e di un cittadino indiano;
− dell’obbligo di presentazione alla P.G. nei confronti di un secondo cittadino indiano.
Gli indagati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di concorso nei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato (artt. 110, 603 bis, co. 1 n. 1 e 2, co. 2 e co. 4 n. 1 e 2 c.p.) e di violenza e minaccia per costringere a commettere un reato (artt. 110 e 611 c.p.).
Le attività di indagine, condotte dal citato Reparto Operativo e coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord, hanno permesso di ricostruire un grave quadro indiziario nei confronti del predetto imprenditore che, con la stretta collaborazione della moglie e di due cittadini indiani, nel periodo febbraio-luglio 2024, ha reclutato un numero considerevole di lavoratori – variabile tra i quaranta e gli ottanta – prevalentemente di origine indiana e irregolari sul territorio nazionale, impiegandoli come braccianti agricoli in terreni siti tra le province di Napoli e Caserta, in condizioni di grave sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno.
In particolare, i lavoratori venivano:
− portati sui luoghi di lavoro a bordo di furgoni per il trasporto merci, ammassati nei vani di carico, l’uno addosso all’altro e senza le necessarie condizioni di sicurezza;
− costantemente sorvegliati, minacciati (di non ricevere la paga per la giornata di lavoro o di non essere più ingaggiati per il futuro) e intimiditi per evitare rallentamenti nella catena produttiva o a causa del danneggiamento dei prodotti agricoli raccolti;
− sottoposti a ritmi estenuanti per 10/14 ore al giorno, percependo compensi di circa 2,70 euro l’ora, senza riposo settimanale e possibilità di assentarsi in caso di malattia, con una pausa di pochi minuti per consumare il pranzo solo al raggiungimento della quota di raccolta (“senza la quota non si mangia”);
− costretti a lavorare anche in condizioni atmosferiche avverse (sotto la pioggia, riparandosi con buste di plastica), senza alcun rispetto della normativa di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro;
− obbligati a permanere nei campi anche durante lo spargimento di pesticidi, nocivi per la salute, minacciando chi si allontanava per malore di non farli più lavorare;
− ridotti a vivere in alloggi fatiscenti;
− minacciati di gravi violenze fisiche per impedire la collaborazione con le Forze di Polizia, nel caso in cui avessero riferito informazioni sul datore di lavoro e sulle condizioni di sfruttamento alla Autorità Giudiziaria o alle Forze dell’Ordine.
È stata data, altresì, esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura, che ha disposto il sequestro:
− di n. 4 furgoni, utilizzati per il trasporto della manodopera;
− della somma complessiva, di euro 542.934,56, quale profitto del reato, rinvenuti nel magazzino-sede dell’imprenditore agricolo indagato.
L’odierna operazione si inserisce nel più ampio quadro di contrasto del dilagante fenomeno dello sfruttamento lavorativo nell’agro aversano.
Al momento, sono stati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari l’imprenditore agricolo e la moglie, mentre risultano irreperibili i due indagati di nazionalità indiana.
Durante le indagini sono stati eseguiti controlli e ispezioni con il contributo dei militari del Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Napoli, del personale dell’Ispettorato Area Metropolitana di Napoli e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), grazie al progetto A.L.T Caporalato D.U.E. che ha come obiettivo quello di tutelare i lavoratori migranti vulnerabili.
Il provvedimento oggi eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso la quale sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Cosche mafiose , Clan “Della Noce” e Brancaccio”, in ginocchio a Palermo: cinquanta persone colpite dai provvedimenti giudiziari

 

 

Palermo,

Cosche mafiose in ginocchio. Disarticolati i mandamenti di Brancaccio e della Noce. Cinquanta persone colpite da provvedimenti giudiziari cautelari.

La Polizia di Stato, su delega della Procura – Direzione Distrettuale Antimafia, ha eseguito  una imponente operazione antimafia e antidroga, con applicazione di  misure restrittive a carico di un totale di cinquanta persone, ritenute a vario titolo responsabili dei reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e spaccio delle medesime.

il  Gip del Tribunale di Palermo ha disposto la custodia cautelare in carcere per diciannove indagati, mentre per altri sei gli arresti domiciliari.

Disposto il fermo di indiziato di delitto per altri 26 soggetti.

I provvedimenti restrittivi, scaturiscono da quattro distinte attività investigative. Due sono state condotte dalla VII Sezione “Antidroga” della Squadra Mobile della Questura di Palermo, una dalla I Sezione “Criminalità Organizzata” insieme alla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.) di Palermo ed una dal Commissariato di Pubblica Sicurezza “Brancaccio”.

Le due indagini espletate dalla Sezione specializzata Antidroga hanno consentito di disarticolare diverse organizzazioni criminali che hanno iniettato nel territorio siciliano rilevanti quantitativi di droga, portando all’esecuzione, nel complesso, venticinque misure cautelari. Nel corso delle investigazioni, inoltre, sono stati messi a segno sequestri per un totale di circa due quintali e mezzo di hashish e quattro chilogrammi di cocaina, con conseguente arresto in flagranza di dodici persone. Delle due azioni investigative, la prima – durata dall’ottobre 2022 all’agosto 2023 – ha permesso di raccogliere elementi suscettibili di delineare l’esistenza di due consorterie dedite al narcotraffico, collegate da una fitta rete di relazioni.

Dei due gruppi, uno era radicato a Palermo ed era connotato da legami molto forti tra gli affiliati, cementati da vincoli parentali; l’altro, invece, operava in Campania e costituiva il principale fornitore del primo. In questa seconda compagine delinquenziale erano inseriti soggetti che fungevano da intermediari con la gang palermitana e si adoperavano anche per conto di un esponente di un noto clan camorrista, che ha riversato importati quantitativi di droga non soltanto nella provincia di Palermo, ma anche in quella di Catania. La seconda attività d’indagine dell’Antidroga ha consentito di individuare una cellula criminale palermitana che ha strutturato un vasto traffico di cocaina, hashish e marijuana sia nel circondario del Capoluogo siciliano che nella limitrofa provincia di Trapani.

Gli approfondimenti investigativi, infatti, hanno permesso di acclarare l’esistenza di un consolidato canale di fornitura di droga attivato nel mazarese. Gli indagati, peraltro, sono risultati appartenere ad ambienti criminali di rilevantissima caratura, taluni anche palesemente collegati a consorterie mafiose. Tra i soggetti coinvolti nei traffici illeciti, difatti, ce ne sono alcuni che, anche di recente, sono stati raggiunti da altri provvedimenti giudiziari in quanto ritenuti responsabili del reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Circostanza che conferma il ruolo di supervisione-cointeressenza svolto dalle famiglie mafiose sull’approvvigionamento e sullo smercio della sostanza stupefacente nel territorio della Provincia ed oltre.

Nell’odierna operazione repressiva confluisce poi l‘attività d’indagine antimafia che ha interessato il mandamento mafioso della “Noce” e, più nello specifico, tutte le famiglie che lo compongono ovvero “Noce”, “Cruillas-Malaspina” e “Altarello”. Le indagini, che hanno avuto inizio nel maggio 2023 e si sono protratte fino ad oggi, hanno consentito agli investigatori della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile e della Sisco di Palermo di delineare posizioni e ruoli in seno ai rispettivi contesti di appartenenza degli associati, nonché la gestione delle attività illecite nel territorio di riferimento.

Le acquisizioni investigative, maturate nel corso delle precedenti attività intraprese sul medesimo contesto criminale, culminate con l’esecuzione dell’operazione convenzionalmente denominata “Nuovo Corso” dello scorso mese di aprile, hanno messo in luce come il vuoto di potere, generato dagli ultimi arresti, abbia dato spazio a nuovi soggetti, pronti ad approfittare per scalare le posizioni di vertice all’interno del sodalizio. In tale contesto, oltre all’emersione di volti nuovi, in ascesa tra le fila dell’organizzazione criminale, sono ricomparse figure di riferimento alla guida delle famiglie, che vantano un curriculum di tutto rispetto all’interno di Cosa nostra, tra i quali spicca un anziano boss, in grado di orientare alcune scelte importanti per il mandamento, ciò in ragione della sua lunga militanza nell’associazione.

Le indagini hanno permesso di identificare l’uomo che è stato attualmente posto al vertice del mandamento, in linea di continuità familiare ad una trascorsa gestione, poiché risulta essere imparentato con un già “reggente” la compagine criminale, oggi in carcere. Le risultanze investigative hanno messo in evidenza l’operatività criminale delle famiglie, impegnate in un controllo serrato del territorio eseguito attraverso le estorsioni: sei, in particolare, quelle contestate, in danno di altrettanti esercizi commerciali e attività imprenditoriali della zona. Sempre attuale risulta, tra l’altro, l’interesse del mandamento verso il traffico di stupefacenti.

Sono 11 i decreti di fermo indiziato di delitto emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia a carico di altrettanti soggetti ritenuti, a vario titolo, responsabili delle condotte e dei fatti-reato riferibili alle dinamiche del mandamento mafioso della “Noce”. Da ultimo, l’attività di polizia giudiziaria condotta nel quartiere “Brancaccio” dal Commissariato di Pubblica Sicurezza con competenza su quell’area cittadina ha permesso di fare luce su una fiorente rete di smercio di cocaina, hashish e marijuana, consentendo di acquisire elementi che hanno determinato la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad emettere un decreto di fermo a carico di 14 persone. Tra gli indagati figurano anche soggetti riconducibili ad importanti famiglie mafiose che esercitano la loro influenza in quel rione popolare che, evidentemente, traevano lauti introiti dal traffico e dallo spaccio di sostanze stupefacenti. Anche le investigazioni del Commissariato, durate dal giugno 2024 al gennaio del 2025, hanno consentito di sequestrare 9,2 chilogrammi di hashish, 2,5 chilogrammi di marijuana e quantitativi minori di cocaina nonché di arrestare, in flagranza di reato, 11 persone. Con le indagini, gli investigatori hanno potuto verificare come i promotori del sodalizio abbiano scrupolosamente annotato in un “libro mastro”, e messo da parte in un fondo cassa appositamente approntato, tutta la contabilità del narcotraffico, suddividendo i conteggi per le varie forniture di stupefacenti di volta in volta trattate, avendo cura di procedere scrupolosamente ai pagamenti delle partite di droga e ai compensi settimanali di tutti gli associati.

PROCURATORE CAPO DR. DE LUCIA “LE STRATEGIE DELLA MAFIA SONO SEMPRE LE STESSE MA ABBIAMO DISARTICOLATO MANDAMENTI BRANCACCIO E DELLA NOCE”

 

 

“Il procuratore capo di Palermo  dr. Maurizio De Lucia in una conferenza stampa alla Questura, relativamente all’operazione antimafia e antidroga svoltasi nella notte afferma : “.Le cose si fanno insieme: Squadra Mobile e Polizia di Palermo sono sempre stati un’eccellenza per il Paese e gli interventi di stanotte fanno parte di una strategia che la Procura porta avanti da parecchio tempo”.

“Dal punto di vista investigativo e della capacità di ottenere risultati l’efficienza della Squadra Mobile si vede ogni volta – spiega De Lucia, – La scelta di compiere operazioni quantitativamente significative come questa dipende da un’esigenza strategica, che ha ricadute sul territorio disarticolando l’organizzazione mafiosa: questa è ancora la Cosa nostra con cui siamo abituati a misurarci da decenni e che, in questo momento, ha come obiettivo il riaccumulare ricchezza attraverso il mercato di stupefacenti. 

Le misure cautelari delle ultime ore hanno disarticolato in particolare i mandamenti di Brancaccio e della Noce, con particolare riferimento alla distribuzione di stupefacenti per Brancaccio e all’attività estorsiva per la Noce: il senso dell’intervento è strategico e simile ad altri già operati nel recente passato, vogliamo dare continuità a quest’azione anche in futuro e il nostro sforzo andrà sempre incontro al monitoraggio delle attività criminali. Le strategie della mafia continuano a essere le stesse e guardano ad accumulare capitali: il quadro indiziario conferma come Cosa nostra sia tutt’altro che sconfitta, il nostro scopo è continuare a tenerla in una situazione di difficoltà”.

“Noi ci occupiamo di repressione dei reati più che di sicurezza: questo concetto non va inteso solo come sforzo delle forze dell’ordine sul territorio, che è sotto gli occhi di tutti con presidii abbastanza importanti, ma dai percorsi di formazione che coinvolgono i giovani soprattutto nelle borgate. 

Situazioni di questo tipo non riguardano solo Palermo, ma tutte le grandi città – continua De Lucia. – Il controllo del territorio c’è, ma la sicurezza dei cittadini si costruisce sul medio-lungo periodo non solo con interventi repressivi, ma anche costruendo modelli di vita diversi da quelli che vediamo oggi. Le politiche criminali non sono cambiate molto rispetto a 25 anni fa: Cosa nostra non può rinunciare al meccanismo estorsivo. Una delle modalità con cui l’organizzazione si appresta a rivolgersi ai commercianti è la valutazione se questi stessi commercianti possono rivolgersi alle forze dell’ordine o no: c‘è ancora un importante pezzo del settore terziario che fa resistenza alla denuncia perché, a nostro giudizio, sono ancora legati a Cosa nostra da rapporti generazionali in cui magari il padre o il nonno pagavano”.

Truffa a Catania, prospettava a giovane donna “un impiego” e chiedeva soldi: ma era una burla, arrestato..

 

Catania,

Una ventenne catanese ha denunciato ai carabinieri di aver consegnato 392 euro a un uomo che le aveva promesso  un impiego, rivelatosi poi una burla. La truffa sarebbe iniziata con una telefonata da un numero sconosciuto: l’interlocutore, dopo averle promesso un lavoro «su misura», ha fissato un  appuntamento  con la vittima in piazza Michelangelo Buonarroti, con la richiesta di altro denaro – 100 euro – «per pagare un commercialista». La giovane, fiduciosa, accosente.

Come prevedibile successivamente , la vittima sarebbe stata contattata nuovamente e indotta a versare ulteriori somme.

. Le indagini dei carabinieri hanno permesso di risalire al truffatore, un catanese di 33 anni denunciato all’autorità giudiziaria.

Messina, contrasto della Finanza e della Procura della Repubblica a tanti illeciti scoperti in materia di spesa pubblica

Messina – Decreto di sequestro di oltre 2,4 milioni di euro nei confronti dell’ex rettore dell’Università di Messina.

 

Per il 71% dei dipendenti italiani la corruzione è un fenomeno diffuso - Il  Sole 24 ORE

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Messina, 

 

Su delega della Procura della Repubblica di Messina, i Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Messina hanno eseguito il decreto con il quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale in sede ha disposto il sequestro di somme di denaro per l’importo di oltre un milione e seicentomila Euro, nei confronti dell’ex Rettore dell’Università di Messina.

L’indagine ha consentito di svelare un sofisticato meccanismo, attraverso il quale l’ex Rettore si sarebbe appropriato, indebitamente, di fondi destinati alla ricerca scientifica dell’Università. Sicchè, allo stato, sono state contestate plurime ipotesi di peculato, essendosi, l’ex Rettore, nella qualità di pubblico ufficiale e responsabile scientifico di numerosi progetti di ricerca affidati, da enti privati o finanziati da Enti Pubblici, al Dipartimento “ChiBioFaram” del locale Ateneo, appropriato di ingenti somme di denaro, utilizzando, a fini di rimborso spese, documentazione contabile artefatta, gonfiata o non inerente ai medesimi progetti di ricerca scientifica, formalmente condotti nel quadriennio 2019-2023.

Contestualmente, la Procura della Repubblica di Messina ha proceduto, con separato provvedimento, al sequestro preventivo, adottato in via di urgenza, di oltre 860.000,00 Euro, con riferimento a ulteriori somme di denaro, di cui lo stesso ex Rettore si sarebbe appropriato, in ragione del proprio ufficio, avendo distratto a vantaggio di un’azienda agricola a lui riferibile, beni e servizi, in realtà destinati all’Università ed acquisiti con procedure di affidamento diretto gestite dall’Università. Anche in relazione a tale sequestro, sono state contestate svariate ipotesi di peculato.

Le indagini, coordinate dai magistrati del Dipartimento specializzato in reati contro la pubblica amministrazione e delegate al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Messina, avevano preso l’avvio a seguito di diversi esposti presentati da un membro del Senato accademico della locale Università degli Studi, riferiti a presunte irregolarità ascrivibili al Rettore pro tempore dell’Ateneo peloritano, in sede di rimborsi spese nell’ambito dell’attività di ricerca dallo stesso ex Rettore svolta.

Le complesse attività di indagine si sono articolate, anzitutto, nell’acquisizione di copiosa documentazione, comprensiva delle istanze di rimborso, dei giustificativi di spesa, dei mandati di pagamento effettuati dal Dipartimento di “ChiBioFarAm” a favore dell’ex Rettore, per gli anni dal 2019 al 2023, distribuiti su circa venti progetti di ricerca scientifica, dei quali lo stesso era il Responsabile Scientifico.

Fra le varie irregolarità riscontrate: la presentazione di scontrini fiscali relativi ad acquisti effettuati, prevalentemente, per spese personali; la richiesta di rimborso di missioni effettuate, asseritamente, per attività di ricerca, ma risultate coincidenti con la presenza dell’ex Rettore ad eventi ippici. È emerso, quanto ai rimborsi giustificati tramite la presentazione di scontrini fiscali, che gli acquisti riguardavano materiali non afferenti alle attività di ricerca (ad es. materiale elettrico, idraulico ed edile); gli approfondimenti condotti presso i fornitori hanno consentito di disvelare la reale destinazione dei medesimi materiali, non a beneficio dell’Ateneo, bensì dell’azienda agricola riconducibile all’ex Rettore.

La complessità dell’investigazione si è registrata altresì sul versante dell’attivazione degli strumenti della cooperazione giudiziaria internazionale, essendosi resi necessari approfondimenti su fatture provenienti da aziende estere; e ciò atteso che alcuni documenti contabili, riconducibili ad aziende internazionali, avevano sollevato seri dubbi circa l’autenticità delle fatture poste a sostegno delle richieste di rimborso. Sono state, dunque, avanzate richieste di rogatoria internazionale, ritualmente evase, dalle autorità giudiziarie, Svizzera, Statunitense e Inglese, che hanno consentito di documentare gli artifici contabili operati sulle fatture, essendo stata rilevata, persino, l’alterazione di alcuni documenti, consentendo così di dimostrare l’avvenuto pagamento, in taluni casi, effettuato da soggetti diversi dal richiedente.

Un’altra delle voci di spesa consistente è risultata connessa all’effettuazione di autodichiarate missioni per conto dell’Ateneo: anche in tale caso, è emerso che una quota significativa dei rimborsi richiesti, a fronte di missioni, riguardava spese di viaggio, vitto e alloggio, sostenute dall’ex Rettore e, in alcuni casi, da ulteriori suoi ospiti, in località coincidenti con quelle presso cui erano stati disputati concorsi ippici, ai quali lo stesso Rettore è risultato aver preso parte. In tale contesto, sono state, inoltre, ricostruite le richieste di rimborso, puntualmente fatturate, aventi ad oggetto l’effettuazione di servizi fotografici, riguardanti, contrariamente a quanto rappresentato, documentazione fotografica di eventi ippici, dunque non inerenti all’attività di ricerca.

Infine, dalla dettagliata disamina dei movimenti di conto corrente, sono emersi insoliti accreditamenti, derivanti da bonifici bancari aventi quale beneficiario l’ex Rettore, per un totale di ben €210.000,00, ordinati da numerosi ricercatori, facenti parte del gruppo di ricerca del Dipartimento di “ChioBioFarAm” dell’Università di Messina, con varie causali, quali, fra le altre, il rimborso per acquisto di materiale di laboratorio e manutenzione impianti, ovvero di anticipo spese di laboratorio. Le attività di indagine hanno permesso, allo stato, di escludere che vi sia stata l’anticipazione di spese per l’acquisto di materiali utili alla ricerca, da parte dei ricercatori, a causa della non riferibilità, ai medesimi ricercatori, delle firme di presentazione delle istanze di rimborso, nonostante esse fossero state avanzate a loro nome.

Un secondo e complementare filone investigativo -che attiene al sequestro preventivo di urgenza disposto dal Pubblico Ministero- scaturisce dalla trasmissione all’Autorità Giudiziaria, da parte degli attuali vertici dell’Ateneo di Messina, degli esiti della verifica ordinata dalla “Commissione audit straordinaria” incaricata, dal Direttore Generale dell’Ateneo medesimo, di effettuare le verifiche relative alla legittimità di n. 61 decreti di pagamento emessi dal “Dipartimento “ChioBioFarAm” (Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche, Farmaceutiche e Ambientali dell’Università di Messina). Il disposto controllo interno era volto a verificare la conformità, alle norme vigenti, delle procedure di affidamento diretto da parte del “Dipartimento ChiBioFaram”, tra il 24 gennaio 2023 e l’11 ottobre 2023, a società private ovvero a imprenditori individuali, di contratti di fornitura di beni e servizi; anche in tale caso i beni e servizi sarebbero stati forniti, solo formalmente, all’Università per finanziare progetti di ricerca, essendo stati, in realtà distratti, ad opera dell’ex Rettore, a beneficio dell’azienda agricola a lui riferibile (Divaga Società agricola srl): le attività investigative hanno permesso di ricostruire le condotte illecite dell’ex Rettore, consistite nel proporre la stipula di contratti di affidamento per la erogazione di fondi destinati a finanziare progetti di ricerca universitari di cui era il responsabile scientifico, fondi che il medesimo ex Rettore avrebbe distratto, per fini privati, destinandoli, prevalentemente, alla costruzione di un’importante struttura per attività equestri (numerosi campi da equitazione e box ricovero di cavalli), facente capo alla società agricola a lui riferibile.

“Quanto sopra, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito e nel rispetto dei diritti dell’indagato, che -in considerazione dell’attuale fase delle indagini preliminari- è da presumersi innocente- informa il COMANDO –  fino alla sentenza irrevocabile, che ne accerti le responsabilità e con la precisazione che il giudizio, che si svolgerà in contraddittorio con le parti e le difese davanti al giudice terzo ed imparziale, potrà concludersi anche con la prova dell’assenza di ogni forma di responsabilità in capo al medesimo indagato e la eventuale restituzione di quanto oggi sottoposto a sequestro”.

Napoli, 19 enne muore in ospedale , per un proiettile in fronte La Questura indaga

 

Old fashioned detective or mafia in hat on dark background, black and white color. Generation AI

Napoli,

Il 19enne colpito alla fronte da un proiettile la scorsa notte a Napoli è deceduto in ospedale.

Sulla vicenda  sono in corso le indagini degli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli, che stanno vagliando il racconto degli amici. Il 19enne, con precedenti per spaccio di droga, sarebbe rimasto gravemente ferito mentre era in auto con gli amici in via Generale Francesco Pinto, quartiere Arenaccia. Subito accompagnato al pronto soccorso del CTO, è morto in mattinata per la grave ferita riportata.