Un nascondiglio invisibile, incastonato tra le pietre di un muretto a secco a Ciminà (RC), nel cuore aspro e impervio dell’Aspromonte. È qui che i Carabinieri della Stazione di Sant’Ilario dello Jonio, affiancati dallo Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, hanno inferto un nuovo, significativo colpo alla circolazione illegale di armi, riportando alla luce un deposito clandestino perfettamente mimetizzato e potenzialmente pronto all’impiego.
L’operazione, sviluppata nell’ambito di mirati servizi di controllo del territorio e contrasto alla criminalità diffusa e organizzata, si è svolta attraverso un’intensa attività di rastrellamento in un’area demaniale particolarmente difficile da raggiungere. Proprio in questo scenario, i militari hanno individuato un ingegnoso sistema di occultamento: un tubo in plastica nascosto con estrema cura all’interno di un muretto, trasformato in un vano segreto capace di sfuggire a occhi inesperti. All’interno, un vero e proprio arsenale: due fucili – uno dei quali realizzato artigianalmente – e circa 50 munizioni di vario calibro. Tutto il materiale si presentava in condizioni eccellenti e perfettamente funzionante, un dettaglio che lascia ipotizzare una disponibilità recente e una possibile destinazione operativa a breve termine.
Il rinvenimento assume un rilievo ancora più marcato alla luce del contesto territoriale, confermando come le aree rurali e demaniali dell’entroterra aspromontano continuino a essere utilizzate come luoghi strategici per l’occultamento di armi e strumenti illeciti. In questo scenario, l’azione capillare e incessante dell’Arma dei Carabinieri si conferma presidio fondamentale di sicurezza e legalità.
Le indagini, coordinate dalla competente Autorità Giudiziaria, sono in pieno svolgimento e mirano a individuare i responsabili, nonché a ricostruire eventuali legami con ambienti della criminalità organizzata attivi nel comprensorio della Locride.
L’operazione si inserisce in un più ampio dispositivo di prevenzione e repressione dei reati in materia di armi, che vede impegnati senza sosta Carabinieri e Magistratura in un’azione sinergica e costante.
Fermato l 56enne sospettato di aver accoltellato la moglie di 51 anni, ieri sera nel rione Picanello. L’uomo era stato scarcerato da poche settimane.
Era uscito da qualche settimana dal carcere, dove era detenuto per reati contro il patrimonio, il 56enne ricercato dai carabinieri perché sospettato di avere accoltellato ieri sera a Catania la moglie di 51 anni, ferendola gravemente. La donna aveva deciso di separarsi.
L’aggressione è avvenuta in strada, davanti a un negozio, dove l’uomo sarebbe arrivato a bordo di uno scooter. Ci sarebbe stata una lite: la vittima avrebbe cercato riparo nella bottega ma è stata raggiunta e colpita con diverse coltellate. L’uomo è fuggito a piedi
I medici: necessario anche un intervento di cardiochirurgia
La 51enne è stata soccorsa e trasportata all’ospedale Cannizzaro di Catania dove è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico per le ferite riportate al torace, al collo, all’addome, gli arti superiori e inferiori. Si apprende che è stato effettuato anche un intervento di cardiochirurgia e quindi la donna è stata trasferita alla clinica Morgagni.
Sul posto per i rilievi i carabinieri della Sezione investigazione scientifica del comando provinciale che hanno recuperato l’arma del tentato femminicidio e un giubbotto. Le indagini dei militari dell’Arma sono coordinate dalla Procuratrice aggiunta Liliana Todaro, che coordina il pool di magistrati di Catania che si occupa di reati contro le fasce deboli.
Secondo il bollettino del Centro cuore Morgagni di Pedara ,la 51enne accoltellata ieri sera a Catania, vittima di tentato femminicidio, è ricoverata nella Terapia intensiva della clinica Morgagni, «in respiro spontaneo», e viene «monitorata costantemente nei suoi parametri vitali, al fine di garantire una pronta risposta a qualsiasi variazione del suo stato clinico» e le sue condizioni, al momento, «sono stabili e sotto stretto controllo».
«La paziente- è stata trasferita dall’ospedale Cannizzaro di Catania in seguito a gravi lesioni traumatiche che hanno interessato diversi organi. L’entità e la gravità del quadro clinico hanno richiesto un intervento tempestivo e coordinato da parte di più équipe specialistiche. Sono stati coinvolti i reparti di cardiochirurgia, chirurgia toracica, chirurgia addominale, radiologia-imaging e anestesia, operando in sinergia con la direzione del dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare e la direzione sanitaria. Questo approccio multidisciplinare ha permesso di gestire con efficacia le complesse esigenze della paziente».
«Nel rispetto della privacy della paziente e della sua famiglia – conclude la clinica – non verranno diffuse ulteriori informazioni dettagliate. Tuttavia, qualora si verificassero sviluppi significativi, i media e il pubblico saranno aggiornati in merito alle condizioni generali della paziente».
L’area circoscritta per l’omicidio volontario di Abdherraim Mansouri : poliziotto nei guai giudiziari
Il falso del poliziotto Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia indagato per l’omicidio volontario di Abdherraim Mansouri,è stato accertato per aver mentito sui soccorsi: avrebbe detto ai colleghi, presenti sul posto, di averli chiamati ma in realtà avrebbe atteso ben 23 minuti prima di digitare il numero unico delle emergenze. Perchè?
E’ un particolare che emerge dagli ultimi interrogatori effettuati ieri, giovedì 19 febbraio, in questura ai quattro agenti del commissariato Mecenate indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso del 28enne, ucciso senza pietà da un colpo di pistola del quinto agente, Cinturrino, durante un controllo anti spaccio nella zona boschiva di Rogoredo, alle porte di Milano, lo scorso 26 gennaio.
Davanti al pubblico ministero di Milano Giovanni Tarzia, negli uffici della Questura, gli agenti assistiti dai propri legali si sono difesi e hanno risposto alle domande sulla dinamica di quanto accaduto, sulle ombre sulla presenza della pistola a salve ritrovata accanto alla vittima di origine marocchina e sul presunto ritardo (di circa 20 minuti) nella chiamata ai soccorsi.
La sparatoria so sta delineando come un agguato, un tentativo di intimidire chi aveva di frontei. L’orario esatto del ferimento mortale è stato registrato non solo dai racconti dei testimoni, ma anche dallo stesso telefono della vittima il quale viene avvisato da un amico di scappare per la presenza della polizia in borghese, poi non risponde più alle telefonate.
38 persone in carcere per furti in abitazione, ricettazione e truffe aggravate
Napoli,
I Carabinieri dei Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione – informa un comunicato– -ad un’ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal G.l.P. del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli Nord, nei confronti di 38 soggetti gravemente indiziati dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti in abitazione, ricettazione e truffe aggravate in danno di vittime in condizioni di minorata difesa; per un numero complessivo di 65 capi d’imputazione.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli Nord, hanno avuto origine in seguito ad un furto in abitazione commesso a Casoria (NA), e sono state svolte dal mese di giugno del 2023 al mese di ottobre 2024, mettendo a sistema oltre 100 notizie di reato relative a furti in abitazione commessi con modalità simili, scaturite dalle denunce presentate dalle vittime presso le diverse forze dell’ordine presenti sul territorio. La complessa ed articolata attività d’indagine, anche mediante attività tecniche, ha permesso di identificare 38 soggetti, appartenenti a 7 diversi gruppi criminali, permeabili tra loro, stabilmente e storicamente dediti alla commissione di furti in abitazione nelle province di Napoli, Caserta, Benevento, Salerno, Avellino, ma anche nelle province di Frosinone e Roma, e di ricostruire circa 150 eventi delittuosi,· nello specifico 40 furti in abitazione consumati, 3 furti tentati, 92 tentativi incompiuti, 8 ricettazioni, 3 truffe commesse con la c.d. tecnica dello specchietto, per un profitto di complessivo 105.000,00 euro costituiti da monili d’oro e argento, preziosi e denaro contante. Gli autori dei furti, che operavano con l’ausilio di due o tre vedette posizionate all’esterno, si introducevano nelle abitazioni con chiavi alterate o chiavi universali, capaci di aprire serrature di ogni tipo, e quando necessario asportavano le casseforti dai rispetti alloggi con unflex. Compiuto il furto, si allontanavano a bordo di autovetture munite di scompartimenti creati ad hoc per occultare gli attrezzi, i gioielli e il denaro profitto dell’attività delittuosa. In alcuni casi operavano travestiti da rider di note società che effettuano consegna di cibo a domicilio. Nel corso delle indagini si è accertato che ogni gruppo criminale di matrice familiare era in grado di pianificare ed eseguire decine di furti in abitazione al giorno, operando con sopralluoghi preliminari finalizzati alla scelta della vittima e all’osservazione delle sue abitudini, ed era in grado, in poche ore, di monetizzare i gioielli e gli orologi di pregio, rivendendoli ad un ricettatore di fiducia che, presso la propria abitazione, gestiva un mercato nero dell’ oro e dell’ argento con quotazioni quotidiane.
I sodali, inoltre, organizzavano truffe con la c.d. tecnica dello specchietto ai danni di persone anziane che viaggiavano da sole nelle loro autovetture, costrette a pagare somme di denaro a titolo di indennizzo per sinistri mai cagionati.
Durante l’attività investigativa, 13 soggetti venivano arrestati in flagranza di reato, 9 venivano deferiti in stato di libertà, ed era possibile recuperare circa 30.000 euro di refurtiva.
Il provvedimento oggi eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso la quale sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa -informa il Comando -sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.
Un petardo e colpi di arma da fuoco sono stati esplosi a Palermo contro l’ingresso secondario della chiesa del quartiere Zen, in via Fausto Coppi, dove la polizia scientifica ha effettuato rilievi, trovando diversi bossoli per terra. Indagini sono in corso.
I proiettili hanno raggiunto l’interno della chiesa…
I promotori e le promotrici degli Stati Generali per l’infanzia e l’adolescenza e per le politiche giovanili condannano i gravissimi fatti avvenuti proprio contro la parrocchia con colpi di arma da fuoco esplosi contro l’ingresso della chiesa, con danni ingenti e quello che appare come uno sfregio inaccettabile alla comunità.
«Che si tratti di una “incosciente bravata”, come ipotizzato da padre Giannalia, o meno, è comunque un fatto gravissimo. Conferma la pericolosa deriva culturale della nostra città, che sempre più spesso sfocia in violenza e intimidazione – si legge in una nota dei promotori degli Stati Generali per l’infanzia e l’adolescenza e per le politiche giovanili -. Questa volta, la violenza colpisce un simbolo di pace e impegno sociale, un simbolo della comunità e della sua voglia e capacità di riscatto».
La Polizia di Stato, attraverso la Digos, insieme alla Guardia di Finanza, ha notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone e di tre associazioni. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Genova su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo.
Nella foto : Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad
L’operazione è il risultato di una complessa indagine coordinata dalla Dda di Genova, avviata su impulso della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. L’inchiesta ha preso le mosse dall’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette e si è sviluppata grazie a un intenso scambio informativo con altre Procure italiane e con le autorità investigative dei Paesi Bassi e di altri Stati dell’Unione Europea.
Gli indagati sono accusati, nella attuale fase delle indagini preliminari, di fare parte e di avere finanziato Hamas e attività terroristiche per mezzo di varie associazioni, tra cui: associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese – a.b.s.p.p., con sede a Genova; a.b.s.p.p. o.d.v. (associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese – organizzazione di volontariato) con sede a Genova, di cui è legale rappresentante Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad; associazione benefica la cupola d’oro, con sede a Milano, di cui è legale rappresentante Abu Deiah Khalil.
Nei provvedimenti giudiziari risalta il nome di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas, componente del board of directors della European Palestinians Conference, vertice della cellula italiana dell’organizzazione, amministratore di associazioni costituite al fine di proseguire l’attività di finanziamento di attività terroristiche.
Secondo le risultanze investigative, componente di vertice della organizzazione terroristica Hamas, avrebbe destinato, nella raccolta di fondi indicata come avente fini umanitari per la popolazione palestinese, una parte rilevante (più del 71%) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni ad essa collegate o da essa controllate e di altre articolazioni dell’organizzazione terroristica, concorrendo a versare, direttamente o indirettamente, all’organizzazione terroristica, a partire dal 18 ottobre 2001 e fino a oggi, ma soprattutto a seguito degli eventi del 7 ottobre 2023, ingenti somme di denaro, pari a 7.288.248,15 euro, sottraendo tali fondi alle finalità dichiarate e alle reali necessità della popolazione civile di Gaza.
L’indagine coinvolge Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas, referente con Hannoun della cellula italiana. Al Salahat Raed, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica e, dal maggio 2023, componente del board of directors della European Palestinians Conference, al cui interno opera in stretto contatto con Majed Al Zeer. Al Salahat Raed è componente della cellula italiana di Hamas.
Il Comando Provinciale di Reggio Calabria ha intercettato al porto di Gioia Tauro una delle partite di cocaina più ingenti degli ultimi anni, occultata in un carico di circa mille sacchi di noccioline partiti dall’America Latina e destinati, in base ai documenti commerciali che scortavano il prodotto, all’Europa dell’Est.
In particolare, all’interno dell’accennata merce di copertura sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro 400 panetti della suddetta droga, di qualità purissima, per un peso complessivo di oltre 435 chilogrammi.
L’operazione, prolungatasi fino a tarda notte per il considerevole numero di bisacce che i militari hanno dovuto scaricare, rientra in un più ampio piano di intensificazione dei controlli pianificato in quest’ultimo scorcio dell’anno, che prevede il rafforzamento dell’attività di monitoraggio e ispezione fisica delle migliaia di container quotidianamente movimentati all’interno dell’area portuale gioiese.
In tale circostanza, sono risultati davvero decisivi e determinanti, oltre che il ricorso alla strumentazione tecnologica di tipo radiogeno in dotazione al Gruppo della Guardia di finanza di Gioia Tauro, l’eccezionale fiuto delle diverse unità cinofile impiegate sul campo, che hanno fatto emergere elementi di anomalia e indizi di sospetto con riguardo alla consistente spedizione di noccioline.
Il sequestro in argomento ha duramente inciso sulle casse delle organizzazioni criminali che hanno organizzato l’illecito traffico: basti pensare che, se immesso sul mercato al dettaglio, il rilevante carico di cocaina sequestrato avrebbe garantito e fruttato, in fase di commercializzazione, introiti per oltre 70 milioni di euro.
Si tratta di un colpo deleterio inferto ai citati sodalizi delinquenziali se si tiene conto, peraltro, del fatto che, nell’anno in corso, lo stupefacente complessivamente sottoposto a sequestro presso il porto di Gioia Tauro ora ammonta a ben oltre le 5 tonnellate, per un valore totale di circa 650 milioni di euro.
Gli atti compilati nel corso dell’operazione sono stati trasmessi, dal Gruppo della Guardia di finanza di Gioia Tauro alla Procura della Repubblica di Palmi, all’attenzione del Procuratore Emanuele Crescenti e del magistrato di turno, per la convalida e il successivo prosieguo delle indagini.
Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti sei arresti in flagranza di reato. In un episodio, un uomo è stato fermato in aeroporto mentre tentava di imbarcarsi con 15 monete antiche infilate nello stesso borsellino utilizzato per gli spiccioli.
Catania,
–Operazione “Ghenos”: viene disarticolata una associazione criminale dedita agli scavi clandestini, alla falsificazione e al traffico illecito di beni archeologici, con ramificazioni anche all’estero.. L’intera operazione è stata coordinata dalla Procura distrettuale di Catania e condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo. Arrestati anche due poliziotti.
Il Procuratore distrettuale dr. Francesco Curcio, spiega che l’indagine partita nel 2021, ha coinvolto 79 indagati, 45 dei quali raggiunti da misure cautelari. Nel corso delle attività investigative sono stati sequestrati circa 10 mila reperti archeologici, molti dei quali di particolare e rilevante importanza storico-culturale.
Le indagini hanno portato alla scoperta di un vero e proprio laboratorio clandestino, definito dagli inquirenti una “zecca clandestina”, utilizzato per la falsificazione di reperti archeologici e la contraffazione di monete, oltre che per reati di falsificazione e scrittura privata finalizzati all’immissione dei reperti nel mercato legale. Alcuni ritrovati anche all’interno di un garage a Paternò, azione che ha fatto scattare poi le indagini. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati circa 60 metal detector ad alta tecnologia, strumenti utilizzati in modo sistematico per individuare e depredare siti archeologici. “Un vero e proprio esercito di strumenti per cercare in modo scientifico i luoghi dove rinvenire monete preziose”, ha sottolineato Curcio.
Secondo la stima effettuata dal consulente della Procura, il valore complessivo dei beni sequestrati ammonta a circa 17 milioni di euro,a conferma – come evidenziato dagli inquirenti – dell’esistenza di un’industria criminale strutturata e altamente redditizia. In conferenza il procuratore di Catania ha fatto capire che questo importo è solo parte del business: “Abbiamo intercettato una piccola parte del giro d’affari, il bilancio è superiore all’incasso di qualsiasi museo archeologico”.
Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti sei arresti in flagranza di reato. In un episodio, un uomo è stato fermato in aeroporto mentre tentava di imbarcarsi con 15 monete antiche infilate nello stesso borsellino utilizzato per gli spiccioli. In altri casi, i carabinieri hanno sorpreso i tombaroli a fare scavi clandestini all’interno di siti archeologici. L’inchiesta ha consentito di ricostruire l’intera filiera del traffico illecito, a partire dai malviventi operativi in Sicilia – in particolare nelle aree catanese e siracusana – fino ai mediatori e ai canali di commercializzazione internazionale. Le monete e i reperti, secondo quanto accertato, venivano acquistati da rivenditori internazionali e successivamente battuti in case d’asta estere, anche a Londra e Monaco di Baviera. Un passaggio centrale del sistema era la “ripulitura” dei beni, con la produzione di certificazioni e documentazione falsa.
“Chi acquista in un’asta lo fa in apparenza in buona fede – ha spiegato il Procuratore – ma il problema è chi riesce a far transitare pezzi trafugati attraverso case d’asta o negozi di antiquariato di prestigio”. Nel corso dell’inchiesta sono stati sottoposti a misura cautelare anche due appartenenti alle forze dell’ordine. Il Procuratore ha precisato che non risulta abbiano utilizzato il proprio ruolo istituzionale per favorire l’attività illecita. In base a quanto emerso dalle indagini non c’è la mano della mafia siciliana nell’organizzazione dei tombaroli arrestati dalla Procura catanese.
Nella mattinata odierna, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando CC per la Tutela del Lavoro, con l’ausilio del Gruppo CC di Aversa, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza cautelare personale emessa dal GIP del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura, che ha applicato le misure cautelari:
− degli arresti domiciliari nei confronti di un imprenditore agricolo, svolgente l’attività di coltivazione, raccolta e rivendita di ortaggi nell’area aversana, nonché nei confronti della moglie e di un cittadino indiano; − dell’obbligo di presentazione alla P.G. nei confronti di un secondo cittadino indiano.
Gli indagati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di concorso nei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato (artt. 110, 603 bis, co. 1 n. 1 e 2, co. 2 e co. 4 n. 1 e 2 c.p.) e di violenza e minaccia per costringere a commettere un reato (artt. 110 e 611 c.p.).
Le attività di indagine, condotte dal citato Reparto Operativo e coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord, hanno permesso di ricostruire un grave quadro indiziario nei confronti del predetto imprenditore che, con la stretta collaborazione della moglie e di due cittadini indiani, nel periodo febbraio-luglio 2024, ha reclutato un numero considerevole di lavoratori – variabile tra i quaranta e gli ottanta – prevalentemente di origine indiana e irregolari sul territorio nazionale, impiegandoli come braccianti agricoli in terreni siti tra le province di Napoli e Caserta, in condizioni di grave sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno.
In particolare, i lavoratori venivano:
− portati sui luoghi di lavoro a bordo di furgoni per il trasporto merci, ammassati nei vani di carico, l’uno addosso all’altro e senza le necessarie condizioni di sicurezza; − costantemente sorvegliati, minacciati (di non ricevere la paga per la giornata di lavoro o di non essere più ingaggiati per il futuro) e intimiditi per evitare rallentamenti nella catena produttiva o a causa del danneggiamento dei prodotti agricoli raccolti; − sottoposti a ritmi estenuanti per 10/14 ore al giorno, percependo compensi di circa 2,70 euro l’ora, senza riposo settimanale e possibilità di assentarsi in caso di malattia, con una pausa di pochi minuti per consumare il pranzo solo al raggiungimento della quota di raccolta (“senza la quota non si mangia”); − costretti a lavorare anche in condizioni atmosferiche avverse (sotto la pioggia, riparandosi con buste di plastica), senza alcun rispetto della normativa di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro; − obbligati a permanere nei campi anche durante lo spargimento di pesticidi, nocivi per la salute, minacciando chi si allontanava per malore di non farli più lavorare; − ridotti a vivere in alloggi fatiscenti; − minacciati di gravi violenze fisiche per impedire la collaborazione con le Forze di Polizia, nel caso in cui avessero riferito informazioni sul datore di lavoro e sulle condizioni di sfruttamento alla Autorità Giudiziaria o alle Forze dell’Ordine.
È stata data, altresì, esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura, che ha disposto il sequestro:
− di n. 4 furgoni, utilizzati per il trasporto della manodopera;
− della somma complessiva, di euro 542.934,56, quale profitto del reato, rinvenuti nel magazzino-sede dell’imprenditore agricolo indagato. L’odierna operazione si inserisce nel più ampio quadro di contrasto del dilagante fenomeno dello sfruttamento lavorativo nell’agro aversano. Al momento, sono stati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari l’imprenditore agricolo e la moglie, mentre risultano irreperibili i due indagati di nazionalità indiana. Durante le indagini sono stati eseguiti controlli e ispezioni con il contributo dei militari del Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Napoli, del personale dell’Ispettorato Area Metropolitana di Napoli e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), grazie al progetto A.L.T Caporalato D.U.E. che ha come obiettivo quello di tutelare i lavoratori migranti vulnerabili.
Il provvedimento oggi eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso la quale sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.
Cosche mafiose in ginocchio. Disarticolati i mandamenti di Brancaccio e della Noce. Cinquanta persone colpite da provvedimenti giudiziari cautelari.
La Polizia di Stato, su delega della Procura – Direzione Distrettuale Antimafia, ha eseguito una imponente operazione antimafia e antidroga, con applicazione di misure restrittive a carico di un totale di cinquanta persone, ritenute a vario titolo responsabili dei reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e spaccio delle medesime.
il Gip del Tribunale di Palermo ha disposto la custodia cautelare in carcere per diciannove indagati, mentre per altri sei gli arresti domiciliari.
Disposto il fermo di indiziato di delitto per altri 26 soggetti.
I provvedimenti restrittivi, scaturiscono da quattro distinte attività investigative. Due sono state condotte dalla VII Sezione “Antidroga” della Squadra Mobile della Questura di Palermo, una dalla I Sezione “Criminalità Organizzata” insieme alla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.) di Palermo ed una dal Commissariato di Pubblica Sicurezza “Brancaccio”.
Le due indagini espletate dalla Sezione specializzata Antidroga hanno consentito di disarticolare diverse organizzazioni criminali che hanno iniettato nel territorio siciliano rilevanti quantitativi di droga, portando all’esecuzione, nel complesso, venticinque misure cautelari. Nel corso delle investigazioni, inoltre, sono stati messi a segno sequestri per un totale di circa due quintali e mezzo di hashish e quattro chilogrammi di cocaina, con conseguente arresto in flagranza di dodici persone. Delle due azioni investigative, la prima – durata dall’ottobre 2022 all’agosto 2023 – ha permesso di raccogliere elementi suscettibili di delineare l’esistenza di due consorterie dedite al narcotraffico, collegate da una fitta rete di relazioni.
Dei due gruppi, uno era radicato a Palermo ed era connotato da legami molto forti tra gli affiliati, cementati da vincoli parentali; l’altro, invece, operava in Campania e costituiva il principale fornitore del primo. In questa seconda compagine delinquenziale erano inseriti soggetti che fungevano da intermediari con la gang palermitana e si adoperavano anche per conto di un esponente di un noto clan camorrista, che ha riversato importati quantitativi di droga non soltanto nella provincia di Palermo, ma anche in quella di Catania. La seconda attività d’indagine dell’Antidroga ha consentito di individuare una cellula criminale palermitana che ha strutturato un vasto traffico di cocaina, hashish e marijuana sia nel circondario del Capoluogo siciliano che nella limitrofa provincia di Trapani.
Gli approfondimenti investigativi, infatti, hanno permesso di acclarare l’esistenza di un consolidato canale di fornitura di droga attivato nel mazarese. Gli indagati, peraltro, sono risultati appartenere ad ambienti criminali di rilevantissima caratura, taluni anche palesemente collegati a consorterie mafiose. Tra i soggetti coinvolti nei traffici illeciti, difatti, ce ne sono alcuni che, anche di recente, sono stati raggiunti da altri provvedimenti giudiziari in quanto ritenuti responsabili del reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Circostanza che conferma il ruolo di supervisione-cointeressenza svolto dalle famiglie mafiose sull’approvvigionamento e sullo smercio della sostanza stupefacente nel territorio della Provincia ed oltre.
Nell’odierna operazione repressiva confluisce poi l‘attività d’indagine antimafia che ha interessato il mandamento mafioso della “Noce” e, più nello specifico, tutte le famiglie che lo compongono ovvero “Noce”, “Cruillas-Malaspina” e “Altarello”. Le indagini, che hanno avuto inizio nel maggio 2023 e si sono protratte fino ad oggi, hanno consentito agli investigatori della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile e della Sisco di Palermo di delineare posizioni e ruoli in seno ai rispettivi contesti di appartenenza degli associati, nonché la gestione delle attività illecite nel territorio di riferimento.
Le acquisizioni investigative, maturate nel corso delle precedenti attività intraprese sul medesimo contesto criminale, culminate con l’esecuzione dell’operazione convenzionalmente denominata “Nuovo Corso” dello scorso mese di aprile, hanno messo in luce come il vuoto di potere, generato dagli ultimi arresti, abbia dato spazio a nuovi soggetti, pronti ad approfittare per scalare le posizioni di vertice all’interno del sodalizio. In tale contesto, oltre all’emersione di volti nuovi, in ascesa tra le fila dell’organizzazione criminale, sono ricomparse figure di riferimento alla guida delle famiglie, che vantano un curriculum di tutto rispetto all’interno di Cosa nostra, tra i quali spicca un anziano boss, in grado di orientare alcune scelte importanti per il mandamento, ciò in ragione della sua lunga militanza nell’associazione.
Le indagini hanno permesso di identificare l’uomo che è stato attualmente posto al vertice del mandamento, in linea di continuità familiare ad una trascorsa gestione, poiché risulta essere imparentato con un già “reggente” la compagine criminale, oggi in carcere. Le risultanze investigative hanno messo in evidenza l’operatività criminale delle famiglie, impegnate in un controllo serrato del territorio eseguito attraverso le estorsioni: sei, in particolare, quelle contestate, in danno di altrettanti esercizi commerciali e attività imprenditoriali della zona. Sempre attuale risulta, tra l’altro, l’interesse del mandamento verso il traffico di stupefacenti.
Sono 11 i decreti di fermo indiziato di delitto emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia a carico di altrettanti soggetti ritenuti, a vario titolo, responsabili delle condotte e dei fatti-reato riferibili alle dinamiche del mandamento mafioso della “Noce”. Da ultimo, l’attività di polizia giudiziaria condotta nel quartiere “Brancaccio” dal Commissariato di Pubblica Sicurezza con competenza su quell’area cittadina ha permesso di fare luce su una fiorente rete di smercio di cocaina, hashish e marijuana, consentendo di acquisire elementi che hanno determinato la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad emettere un decreto di fermo a carico di 14 persone. Tra gli indagati figurano anche soggetti riconducibili ad importanti famiglie mafiose che esercitano la loro influenza in quel rione popolare che, evidentemente, traevano lauti introiti dal traffico e dallo spaccio di sostanze stupefacenti. Anche le investigazioni del Commissariato, durate dal giugno 2024 al gennaio del 2025, hanno consentito di sequestrare 9,2 chilogrammi di hashish, 2,5 chilogrammi di marijuana e quantitativi minori di cocaina nonché di arrestare, in flagranza di reato, 11 persone. Con le indagini, gli investigatori hanno potuto verificare come i promotori del sodalizio abbiano scrupolosamente annotato in un “libro mastro”, e messo da parte in un fondo cassa appositamente approntato, tutta la contabilità del narcotraffico, suddividendo i conteggi per le varie forniture di stupefacenti di volta in volta trattate, avendo cura di procedere scrupolosamente ai pagamenti delle partite di droga e ai compensi settimanali di tutti gli associati.
PROCURATORE CAPO DR. DE LUCIA “LE STRATEGIE DELLA MAFIA SONO SEMPRE LE STESSE MA ABBIAMO DISARTICOLATO MANDAMENTI BRANCACCIO E DELLA NOCE”
“Il procuratore capo di Palermo dr. Maurizio De Lucia in una conferenza stampa alla Questura, relativamente all’operazione antimafia e antidroga svoltasi nella notte afferma : “.Le cose si fanno insieme: Squadra Mobile e Polizia di Palermo sono sempre stati un’eccellenza per il Paese e gli interventi di stanotte fanno parte di una strategia che la Procura porta avanti da parecchio tempo”.
“Dal punto di vista investigativo e della capacità di ottenere risultati l’efficienza della Squadra Mobile si vede ogni volta – spiega De Lucia, – La scelta di compiere operazioni quantitativamente significative come questa dipende da un’esigenza strategica, che ha ricadute sul territorio disarticolando l’organizzazione mafiosa: questa è ancora la Cosa nostra con cui siamo abituati a misurarci da decenni e che, in questo momento, ha come obiettivo il riaccumulare ricchezza attraverso il mercato di stupefacenti.
Le misure cautelari delle ultime ore hanno disarticolato in particolare i mandamenti di Brancaccio e della Noce, con particolare riferimento alla distribuzione di stupefacenti per Brancaccio e all’attività estorsiva per la Noce: il senso dell’intervento è strategico e simile ad altri già operati nel recente passato, vogliamo dare continuità a quest’azione anche in futuro e il nostro sforzo andrà sempre incontro al monitoraggio delle attività criminali. Le strategie della mafia continuano a essere le stesse e guardano ad accumulare capitali: il quadro indiziario conferma come Cosa nostra sia tutt’altro che sconfitta, il nostro scopo è continuare a tenerla in una situazione di difficoltà”.
“Noi ci occupiamo di repressione dei reati più che di sicurezza: questo concetto non va inteso solo come sforzo delle forze dell’ordine sul territorio, che è sotto gli occhi di tutti con presidii abbastanza importanti, ma dai percorsi di formazione che coinvolgono i giovani soprattutto nelle borgate.
Situazioni di questo tipo non riguardano solo Palermo, ma tutte le grandi città – continua De Lucia. – Il controllo del territorio c’è, ma la sicurezza dei cittadini si costruisce sul medio-lungo periodo non solo con interventi repressivi, ma anche costruendo modelli di vita diversi da quelli che vediamo oggi. Le politiche criminali non sono cambiate molto rispetto a 25 anni fa: Cosa nostra non può rinunciare al meccanismo estorsivo. Una delle modalità con cui l’organizzazione si appresta a rivolgersi ai commercianti è la valutazione se questi stessi commercianti possono rivolgersi alle forze dell’ordine o no: c‘è ancora un importante pezzo del settore terziario che fa resistenza alla denuncia perché, a nostro giudizio, sono ancora legati a Cosa nostra da rapporti generazionali in cui magari il padre o il nonno pagavano”.