Ex collaboratore di giustizia, Sciortino, affiliato al Clan Carbonaro, ucciso a Vittoria

 

 

Vittoria, ucciso pregiudicato in campagna

Vittoria, ucciso a colpi di pistola in campagna ex collaboratore di giustizia

VITTORIA 

Probabilmente la reazione di un clan avverso e la sua collaborazione con gli inquirenti  è costata la vita ad un pregiudicato .Un ex collaboratore di giustizia, Orazio Sciortino, 51 anni,  ucciso con colpi d’arma da fuoco nelle campagne di Vittoria, nel Ragusano.

Il cadavere dell’uomo è stato trovato per terra, in un terreno di sua proprietà, sulla strada provinciale tra Vittoria e Santa Croce Camerina.

Le indagini sono condotte dalla squadra mobile di Ragusa e dal commissariato di Vittoria.  Si sa che Sciortino, affiliato al clan mafioso Carbonaro Dominante, con le sue confessioni e dichiarazioni  aveva contribuito a fare luce sulla strage di San Basilio di Vittoria del 2 gennaio 1999 che causò cinque vittime.

Corruzione e tangenti nella Sanità siciliana: si profila una collaborazione giudiziaria dell’ex direttore Asp Trapani, Fabio Damiani

Tangenti Sanità, nella cassetta di sicurezza di Damiani trovati 70 mila euro in contanti

Guai seri per l’ex direttore generale Fabio Damiani.   Ricorderemo che l’alto dirigente dell’Asp di Trapani era stato arrestato il mese scorso nell’ambito di un’inchiesta sulle mazzetta per alcuni grandi appalti nella sanità siciliana. In manette era finito anche l’ex commissario per l’emergenza Covid in Sicilia, Antonio Candela.     

Adesso, probabilmente per alleviare la propria posizione, Damiani indica agli investigatori il deposito di circa  70 mila euro in contanti nella cassetta di sicurezza      Chiavi consegnate dallo stesso manager alla Guardia di Finanza.   Si ipotizza una collaborazione giudiziaria.

I 70 mila euro vanno ad aggiungersi ai 110 mila euro già sequestrati dal Gip Claudia Rosini.     L’accusa che pende su Damiani è anche di corruzione . L’ex manager dell’Asp di Trapani nonché responsabile della Cuc, la centrale unica di committenza della Regione in un primo momento non aveva fatto cenno della cassetta di sicurezza dal momento in cui si era avvalso della facoltà di non rispondere. 

Nell’indagine, denominata “Sorella sanità”, si ipotizzano condizionamenti degli appalti sulle forniture di beni e servizi a ospedali e Aziende sanitarie dell’Isola per 600 milioni di euro e finora sono state individuate tangenti date o promesse per 268 mila euro. L’ipotesi dell’accusa e’ che il denaro contante ritrovato nella cassetta di sicurezza non venisse versato nei conti ufficiali proprio per la sua provenienza sospetta. Le indagini sono in corso per accertarne l’origine.

GLI “ANTICORPI” DEL VATICANO

Frena il miglioramento dell'Italia nella classifica di Transparency sulla  corruzione

Il fermo del broker Gianluigi Torzi, avvenuto  in Vaticano al termine di un lungo interrogatorio segna una svolta importante nella lunga e complessa inchiesta condotta dalla magistratura vaticana e portata avanti dal Corpo della Gendarmeria, un procedimento che vede indagati cinque persone che lavoravano in Segreteria di Stato (due prelati e tre laici), più un dirigente dell’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF). L’inchiesta si fonda su un lavoro scrupoloso sulle carte e sui documenti che attestano le complesse transazioni finanziarie poste in essere dai soggetti coinvolti e corroborano le ipotesi di reato insieme agli interrogatori e alle testimonianze raccolte.  Vediamo cosa ne pensa la Chiesa di Roma che ha aperto essa stessa l’indagine sulla grande corruzione  Le notizie ed osservazioni appresso sono fornite dal Vaticano 

“L’indagine, come si ricorderà, prende avvio da due denunce presentate dallo IOR e dal Revisore Generale (rispettivamente nel luglio e nell’agosto 2019). In particolare nella seconda denuncia, quella del Revisore, venivano ipotizzati gravissimi reati. È dunque sulla base di segnalazioni interne, e dunque agli “anticorpi” attivi nello stesso sistema vaticano che l’indagine ha inizio. La vicenda si divide in due fasi fondamentali. La prima avviene nel 2014 e riguarda la sottoscrizione da parte della Segreteria di Stato del fondo “Athena Capital Global Opportunities Fund”, gestito da una Sicav facente capo a Raffaele Mincione e proprietario del palazzo londinese in Sloan Avenue. La seconda fase avviene tra la fine del 2018 e la prima metà del 2019, quando la Segreteria di Stato cerca di ottenere la disponibilità dello stesso immobile liquidando le quote del fondo di Mincione ma finisce per subire – con il concorso degli indagati – le azioni estorsive e la truffa di Torzi, chiamato in causa come intermediario.

Il 28 febbraio di sei anni fa la Segreteria di Stato finanziava, con somme di denaro da essa possedute e vincolate al sostegno delle attività del Santo Padre, il fondo “Athena Capital Global Opportunities Fund” di Raffaele Mincione, per complessivi 200 milioni e 500mila dollari, ottenuti ricorrendo a una complessa architettura finanziaria, attraverso la concessione di linee di credito da parte di Credit Suisse e Banca svizzera italiana a fronte della costituzione in pegno di valori patrimoniali di un importo non inferiore a 454 milioni di euro posseduti dalla Segreteria di Stato e derivanti da donazioni. Gli oltre 200 milioni servono in parte per l’acquisto del 45 per cento dell’immobile, e in parte per investimenti mobiliari. Sull’immobile di Sloan Avenue gravava un mutuo molto oneroso pari a 125 milioni di sterline. Mincione ha amministrato le risorse finanziarie investite in conflitto di interesse, in quanto esse sono state impiegate per iniziative speculative, in contrasto con le istruzioni della Segreteria di Stato, per finanziare una serie di operazioni facenti capo allo stesso Mincione. Queste operazioni, condotte in concorso con gli indagati, hanno visto l’acquisizione di società, la sottoscrizione di Bond emessi da società dello stesso Mincione, l’acquisizione di quote societarie di società del settore tecnologico quotate in Borsa e anche l’acquisizione di azioni di Banca Carige e Popolare di Milano. Dagli accertamenti compiuti dalla magistratura vaticana è emerso che nel settembre 2018 le quote del fondo avevano un valore di 137 milioni di euro, con la perdita di oltre 18 milioni di euro rispetto al valore iniziale relativo all’investimento mobiliare. Nel novembre 2018 la Segreteria di Stato, per cercare di contenere le ingenti perdite dell’investimento nel fondo, decideva di risolvere i rapporti con Raffaele Mincione, attraverso un’operazione che prevedeva da un lato di rilevare l’immobile di Londra, e dall’altro la cessione delle quote del fondo.

                     “ACCORDI” DI MILIONI E MILIONI DI EURO

Uno degli indagati della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo, in quel periodo ha cercato qualcuno in grado di aprire una trattativa con Mincione e tramite l’avvocato Manuele Intendente è arrivato a Gianluigi Torzi. Quest’ultimo spiega di conoscere Mincione e si dice disponibile a fare da intermediario. L’accordo viene trovato senza difficoltà in poche ore, in una riunione che si svolge a Londra, anche in considerazione dell’immediata disponibilità da parte di Tirabassi di riconoscere a Mincione ben 40 milioni di euro a titolo di conguaglio. Questa fase della vicenda è ancora oggetto di indagini, perché emerge l’enorme sproporzione tra il valore dell’immobile (peraltro gravato da un mutuo oneroso di 125 milioni di sterline) e il prezzo corrisposto. L’esborso di 40 milioni fa lievitare a 350 milioni il prezzo pagato dalla Segreteria di Stato – tra investimento iniziale nel fondo, mutuo e conguaglio a Mincione – per avere la disponibilità del palazzo di Sloan Avenue. Un immobile che era stato acquistato da una società di Mincione nel dicembre 2012 ad un valore di 129 milioni di sterline.

        IL BROKER CONTINUA AD AVERE IL CONTROLLO SULL’IMMOBILE

 Infatti, per rilevare l’immobile di Londra, anziché procedere all’acquisto della “60 Sa Limited”, la società con sede in Jersey che lo deteneva attraverso una catena di ulteriori società, la Segreteria di Stato, rappresentata da Fabrizio Tirabassi ed Enrico Crasso (quest’ultimo delegato ad operare sui conti della Segreteria di Stato con la sua società “Sogenel Capital Holdig”) decideva – per ragioni ancora da chiarire – di triangolare l’acquisto attraverso la “Gutt Sa” facente capo a Torzi. Viene dunque sottoscritto un contratto quadro (framework agreement) con il quale si provvede all’acquisto da parte di “Gutt Sa” dell’intera catena societaria proprietaria dell’immobile londinese; si pagano al fondo di Mincione 40 milioni come conguaglio e si cedono al fondo tutte le quote detenute dalla Segreteria di Stato. Il 22 novembre viene sottoscritto un secondo contratto (share purchase agreement) con il quale la Segreteria di Stato acquista da Torzi 30mila azioni della “Gutt Sa” al valore simbolico di un euro. Vengono effettuati i pagamenti previsti. Ma quello stesso 22 novembre, senza che la Segreteria di Stato ne sapesse nulla, Torzi modifica il capitale della società “Gutt Sa” introducendo accanto alle 30mila azioni senza diritto di voto, le 1000 azioni con diritto di voto, che non facevano parte dell’impegno di cessione. In questo modo il broker continuava ad avere il pieno controllo sull’immobile.

          Pagamento di 15 milioni di euro….. Perchè?

Dalle indagini compiute, dalle acquisizioni documentali e da numerose fonti testimoniali, è emerso che Gianluigi Torzi, a partire dal dicembre 2018, ha cominciato ad avanzare richieste economiche del tutto ingiustificate e sproporzionate per trasferire le quote della “Gutt Sa” o comunque della catena di società che detenevano l’immobile di Londra, così da far tornare alla Segreteria di Stato la disponibilità del palazzo. Torzi pretende infatti importi ingentissimi per la cessione delle quote, nonostante l’accordo prevedesse che la Segreteria di Stato avrebbe potuto in ogni momento rilevarle al prezzo di 1 euro. Il broker oggi agli arresti in Vaticano, sfruttando le 1000 quote alle quali aveva fraudolentemente attribuito il diritto di voto, tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 2019, alla fine di una estenuante trattativa condotta da diversi mediatori per conto della Segreteria di Stato, ha accettato di cedere le quote della società detentrice dell’immobile di Londra, a fronte del pagamento di 15 milioni di euro. Denaro effettivamente corrisposto senza alcuna giustificazione economica e giuridica. I due pagamenti avvengono l’1 e il 2 maggio 2019, a fronte di due fatture per prestazioni inesistenti emesse per 10 e per 5 milioni. Secondo la magistratura vaticana, Torzi, in concorso con altri indagati dell’inchiesta, comunicando il proprio intendimento di non cedere alla Segreteria di Stato la catena di società detentrici dell’immobile di Londra “incuteva timore di gravi danni al patrimonio della Segreteria di Stato e la costringeva a una lunga trattativa da parte di vari emissari”. Trattativa terminata con il pagamento di altri 15 milioni di euro.

Le dichiarazioni dei difensori

Sulla vicenda nel pomeriggio di sabato 6 giugno sono intervenuti i legali di Torzi. “Questo provvedimento riteniamo sia il frutto di un grosso malinteso determinato da dichiarazioni interessate che possono aver fuorviato una corretta interpretazione della vicenda da parte degli inquirenti”, hanno commentato gli avvocati Ambra Giovene e Marco Franco, legali del broker arrestato. “Non v’è dubbio infatti che Gianluigi Torzi ha consentito alla Segreteria di Stato vaticana di recuperare un prestigioso immobile londinese il cui ingente valore rischiava di essere disperso e successivamente ha evitato che lo stesso potesse prendere vie poco chiare. Torzi non ha mai avuto intenzione di agire contro gli interessi della Santa Sede e sin dall’inizio di questa inchiesta, attraverso i suoi difensori, ha manifestato costante disponibilità verso gli inquirenti per la ricostruzione dei fatti producendo decine di documenti, memorie e, infine, con l’interrogatorio di ieri, durato ben 8 ore, per eseguire il quale il nostro assistito è venuto appositamente dall’estero. Siamo sicuri che la posizione di Gianluigi Torzi verrà presto chiarita con riconoscimento della sua estraneità dagli addebiti contestati”.

 

 

Arresti domiciliari per due imprenditori per ” i reati di peculato e abusiva attività finanziaria..”

Coronavirus, stop ai controlli della Guardia di Finanza

Marsala (Trapani) –

Arresti domiciliari per  Domenico Cottone e Chiara Gulotta, marito e moglie, rispettivamente amministratore di fatto della sala giochi in via Cavour a Palermo President Gaming Hall e rappresentante legale, destinatari di un provvedimento giudiziario per i reati di  peculato e abusiva attività finanziaria nonchè riciclaggio.

Cottone è anche proprietario del Marsala Calcio. L’operazione “Washing Hall” è stata coordinata dai pm Giovanni Antoci e Vincenzo Amico e dal procuratore aggiunto Sergio Demontis. E’ stato disposto dal giudice anche il sequestro di beni e disponibilità finanziarie di un milione di euro relativo al debito complessivo con l’erario maturato nell’arco di 4 anni, nonché della sala giochi.

Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza  marito e moglie si sarebbero appropriati degli importi dovuti per legge su tutte le giocate effettuate e quelli previsti dal canone di concessione,   . Le indagini – informano gli investigatori -si sono avvalse di intercettazioni telefoniche, videoriprese e controlli patrimoniali. All’interno della sala giochi si svolgeva, secondo i finanzieri, un’attività abusiva finanziaria. I titolari concedevano dei ticket validi per giocare dietro la consegna di assegni bancari postdatati e in alcuni casi senza la data di emissione.

Catania, fermato l’autore delle “spaccate” ai negozi

 

Nicolò Zagame, 42 anni, è stato arrestato dalla polizia a Catania per furto aggravato, reato commesso con la modalità della “spaccata”, e ricettazione.

La vicenda delle “spaccate” ai negozi forse può considerarsi conclusa nella città etnea. L’uomo “specialista”è stato fermato ed arrestato dopo un assalto a una farmacia nel popoloso rione San Giorgio, utilizzando una Fiat Uno poi risultata rubata. Le telecamere del  sistema di videosorveglianza registrano la vettura mentre fa retromarcia e con due “colpi” spacca la vetrina, permettendo all’uomo, mascherato da un  scaldacollo e cappello di lana, di entrare nel negozio e portare a compimento il furto.

Dopo l’allarme l’auto guidata dall’arrestato è stata intercettata dalla polizia nell’ambito di un piano della Questura che era stato predisposto proprio per l’aumento dei furti con spaccate commessi di notte soprattutto ai danni di farmacie e panifici. La squadra mobile ha avviato indagini per verificare se Zagame sia l’autore di rapine o di altri assalti portati a termini con identica tecnica nella città di Catania

Messina, uomo entra in tabaccheria,ferisce la titolare,poi si toglie la vita

 

MESSINA

Inquietante sparatoria alla tabaccheria Sabato di viale San Martino, a Provinciale, di fronte alla Chiesa di Santa Maria di Gesù.   

Un uomo, di circa 65 anni, è entrato nel locale tabacchi e, per motivi ancora da chiarire e scoprire, ha sparato contro una donna per poi rivolgere l’arma contro se stesso e suicidarsi a sua volta. L’uomo ha perso la vita mentre la donna,ferita, è stata trasportata d’urgenza al Policlinico “G.Martino”.  Al nosocomio universitario si troverebbe anche la moglie, con cui l’uomo avrebbe  litigato prima di uscire di casa e compiere l’efferato delitto   .Si apprende che la  donna ferita all’interno del tabacchino sarebbe la titolare del locale di 78 anni,  giunta al Pronto Soccorso messinese  in codice rosso.

Sul posto i vigili del fuoco, le ambulanze del 118 e la Squadra Mobile della polizia, che sta indagando sull’episodio per ricostruire le dinamiche della vicenda.

DIRIGENTI DELLA REGIONE SICILIANA IN MANETTE PER CORRUZIONE E FALSO

UNA CLASSE DIRIGENZIALE SICILIANA ” VOLTA A FAVORIRE LE RICHIESTE MILIONARIE DEI CONTRIBUTI EUROPEI”

 

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Il Tribunale di Palermo

 

PALERMO –

Regione siciliana coinvolta in un’inchiesta di corruzione e mazzette. I finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo hanno eseguito 24 misure cautelari di cui 4 custodie cautelari in carcere, 12 arresti domiciliari e 8 obblighi di dimora.  Funzionari e imprenditori accusati a vario titolo di associazione a delinquere, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione, falso in atto pubblico, rivelazione di segreto d’ufficio, soppressione e occultamento di atti pubblici.

Disposto anche il sequestro preventivo di 14 imprese, 3 con sede in Ungheria, Austria e Romania, per un valore di circa 24 milioni di euro, e il sequestro, anche per equivalente, di disponibilità finanziarie, beni mobili e immobili per oltre 12,5 milioni di euro. Bloccata  l’erogazione di contributi indebiti per 3,5 milioni di euro.

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Le inchieste degli inquirenti si possono suddividere in due tronconi di indagini: la prima relativa alla percezione indebita di finanziamenti pubblici, la seconda dell’operato dei funzionari pubblici che avrebbero dovuto controllare i requisiti e l’attribuzione dei punteggi per l’ammissione al contributo delle domande di finanziamento.

Controllate così le domande di finanziamento sulle misure 121 e 123 del PSR Sicilia 2007/2013 per circa 10 milioni di euro percepiti tra il 2012 e il 2018 da due società riconducibili agli imprenditori Giovanni e Francesco Di Liberto. In particolare la DI LIBERTO S.r.l., ha avuto quasi 6 milioni di euro per l’ammodernamento dell’azienda agricola e per la realizzazione di un mattatoio a Ciminna (PA) e la LPB Soc. Coop oltre 4 milioni di euro per la realizzazione di un complesso agro-industriale nel comune di Monreale (PA).

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Nella foto d’Archivio il Procuratore Capo di Palermo Francesco Lo Voi

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di una organizzazione criminale, ideata dai fratelli Di Liberto, finalizzata a ottenere in modo illecito finanziamenti pubblici concessi dalla Regione Siciliana con la complicità di professionisti e di Filippo Cangialosi, funzionario istruttore dell’I.P.A. di Palermo.

I Di Liberto, anche attraverso fatture false, sono riusciti a incassare indebitamente non solo le erogazioni relative a due domande di finanziamento, ma, nel mese di dicembre 2019, anche la prima tranche di una terza domanda di un sussidio di 2,5 min. La truffa è stata messa a segno documentando costi superiori a quelli sostenuti attraverso false fatturazioni emesse da società italiane ed estere.

La seconda attività di indagine ha dimostrato l’esistenza di pratiche clientelari volte a favorire alcune domande di finanziamento relative ai PSR Sicilia 2007/2013 e PSR Sicilia 2014/2020, realizzate da pubblici ufficiali in servizio all’IPA di Palermo. L’inchiesta ha svelato la complicità tra chi chiedeva finanziamenti e alcuni dirigenti e funzionari dell’IPA di Palermo. Lo scopo era ottenere finanziamenti pubblici milionari concessi dalla Regione Siciliana alterando o sostituendo i documenti presentati a supporto delle richieste.

La figura dominante dell’inchiesta  è quella di  Filippo Cangialosi. Cangialosi, che oltre a far avere sussidi indebiti a due imprenditori di Belmonte Mezzagno, sarebbe stato corrotto da Giuseppe Tavarella, un altro funzionario dello stesso ente e già legale rappresentante del CONSORZIO AGRARIO di Palermo S.c.a.r.l.

Cangialosi, in relazione alle domande di finanziamento e di pagamento presentate alla Regione da questa società, avrebbe attestato falsamente di aver svolto controlli, concludendo la procedura con esito positivo. In cambio il funzionario avrebbe ottenuto da Tavarella una corsia preferenziale per alcune domande di finanziamento presentate da soggetti a lui vicini.
Altro funzionario corrotto sarebbe Cosimo Antonino D’Amico, all’epoca dei fatti a capo dell’IPA di Palermo. D’Amico sarebbe stato avvicinato da uno degli indagati ,Giuseppe Guttadauro, per avere sussidi regionali per oltre 3,5 milioni di euro.

In particolare, D’Amico sarebbe intervenuto sui membri delle commissioni di controllo affinché condizionassero favorevolmente le valutazioni sulle istanze presentate da Guttadauro producendo false attestazioni, distruggendo documenti compromettenti per poi sostituirli con documenti regolari. In cambio avrebbe ottenuto la promessa che il suo nominativo sarebbe stato preso in considerazione per l’incarico di capo di gabinetto dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana. I membri della commissione Lilli Napoli e Maria Concetta Catalano, invece, rispondono dei delitti di tentata truffa per il conseguimento di pubbliche erogazioni e falso.

Di rivelazione di segreti d’ufficio, falso ideologico e materiale in atto pubblico, soppressione occultamento e distruzione di atto pubblico sono indagati oltre a D’Amico e Cangialosi, Gaetano Ales, funzionario dell’IPA di Palermo, Vincenzo Geluso, all’epoca dei fatti sindaco del Comune di San Cipirello e attualmente componente dell’Ufficio di gabinetto dell’Assessore Regionale all’Agricoltura, e Salvatore Picardo responsabile dell’area 4 tecnica – SUAP del Comune di San Cipirello. Sono indagati in relazione ad una domanda di finanziamento di 159 mila euro presentata dal Comune di San Cipirello e relativa ad un progetto per la riqualificazione dell’area a parcheggio e la realizzazione di un centro di informazione turistica. Gli indagati avrebbero alterato atti pubblici, allegati alla pratica di finanziamento già assunta in carico dall’IPA di Palermo, inserendo delle date che non erano state indicate in sede di deposito. Il piano non è andato a buon fine perché l’opera non risultava inserita dal Comune nel programma triennale delle opere pubbliche.

In manette sono finiti i fratelli Giovanni Salvatore e Francesco Di Liberto, il primo amministratore unico della DI LIBERTO S.r.l. e il secondo ex rappresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Filippo Cangialosi, ex funzionario dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura – I.P.A. di Palermo e attualmente in servizio al Dipartimento dell’Agricoltura dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura e Paolo Guarrusso, amministratore unico della MEATECH Gmbh.

Arresti domiciliari per Vincenzo Geluso, ex sindaco del Comune di San Cipirello e attualmente componente dell’Ufficio di gabinetto dell’Assessore Regionale all’Agricoltura; Antonio Cosimo D’Amico, ex ispettore capo dell’I.P.A. di Palermo e attualmente Dirigente del Dipartimento dell’Agricoltura dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura; Maurizio Di Liberto, tecnico progettista della DI LIBERTO S.r.l., Nunzia Pipitone, prestanome e moglie di Salvatore Di Liberto, Roberto Percivale, intermediario all’estero dei fratelli Di Liberto, Marco Iuculano, rappresentante legale della LPB Soc. Coop., Giovanni Calì, attuale rappresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Riccardo Puccio e Francesco Sclafani, ingegneri di Marineo, Giuseppe Guttadauro, avvocato e imprenditore agricolo, Alessandro Li Destri, imprenditore agricolo e Giuseppe Taravella, rappresentante del Consorzio Agrario di Palermo S.c.a.r.l. e poi in servizio presso l’Ispettorato dell’agricoltura di Palermo.

Obbligo di dimora nel comune di residenza per Lilli Napoli e Maria Luisa Virga, dirigenti presso l’I.P.A. di Palermo, Gaetano Ales, funzionario dell’IPA di Palermo, Salvatore Picardo, responsabile dell’area 4 tecnica – SUAP del Comune di San Cipirello, Ciro Spinella, agronomo di Marineo, Girolamo Lo Cascio,r appresentante legale della GENERAL T.E.C. Soc. Coop., Alessandro Russo, tecnico progettista della DI LIBERTO S.r.l. e Maria Concetta Catalano, dirigente dell’Ufficio intercomunale dell’agricoltura «Basse Madonie».

Molte ombre di corruzione sulla Cassa edile- Interviene adesso Marcello La Rosa, difesa d’Ufficio

 

IL PRESIDENTE MARCELLO LA ROSA: «NUOVO CORSO PER LA CASSA EDILE CON STRUMENTI DI CONTROLLO VOLTI A GARANTIRE TRASPARENZA NEI PROCESSI»

«Il risultato investigativo eliminerà ogni ombra restituendo all’ente il ruolo di garante»

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CATANIA – 

«C’è grande amarezza per aver constatato presunte condotte illegali che hanno rovinato la reputazione di un Ente strategico per lo sviluppo del territorio come la Cassa Edile». A parlare è Marcello La Rosa,nella foto, presidente dell’Ente bilaterale di assistenza e mutualità che garantisce il rispetto della contrattazione nel settore delle costruzioni, in questi giorni al centro della cronaca per l’emissione “forzata” di Documenti unici di regolarità contributiva (Durc), che hanno avuto un peso – non indifferente – sugli esiti delle gare d’appalto edili nel capoluogo etneo.

Ad avviare le verifiche interne, proprio il nuovo presidente La Rosa (Ance) con l’ormai ex vicepresidente Giovanni Pistorio (Fillea Cgil) che, tra numerose difficoltà e diffidenze, di fronte a molteplici casi di Durc sospetti, presentarono una serie di querele in Procura. «Purtroppo, non si trattava di casi isolati – continua La Rosa – per ripulire le posizioni delle aziende, la Bni (Banca Nazionale Imprese) era stata più volte manomessa con regolarizzazioni manuali fra luglio 2013 e luglio 2018».

Un vero e proprio sistema fraudolento che è emerso nel 2018, a seguito della segnalazione di un imprenditore alla nuova governance della Cassa, insediatasi a marzo dello stesso anno. «Abbiamo dovuto avvalerci di una società specializzata – continua il presidente della Cassa Edile – per avviare un controllo a ritroso che ha messo in evidenza rimozioni manuali di debiti, nonché liquidazione di rimborsi malattie/infortuni sotto forma di crediti a favore di alcune imprese. Da lì è iniziato un periodo durissimo di scontri interni e tensioni. Un’escalation che ha spaccato letteralmente in due l’Ente, fino ad essere tacciato di tenere un atteggiamento ritorsivo nei confronti della vecchia governance. Si è reso necessario intraprendere un percorso di assoluta legalità teso ad azzerare vecchie logiche e meccanismi».

«Abbiamo insediato una nuova direzione e creato strumenti di controllo incrociato – continua la Rosa – volti a rafforzare e garantire l’assoluta trasparenza dei processi di rilascio del Durc, delle rateizzazioni, del pagamento delle malattie per le imprese e le prestazioni per gli operai. In questo periodo critico e delicatissimo per la stessa sopravvivenza della Cassa Edile, non abbiamo mai perso di vista il nostro lavoro: pur con tutte le difficoltà, il personale e la direzione hanno garantito regolarmente i servizi e le prestazioni per le imprese e i lavoratori nel pieno rispetto degli accordi territoriali e del contratto nazionale. In questo percorso ho potuto contare sul sostegno di Nino Potenza (Feneal Uil di Catania), di Giovanni Pistorio (Fillea Cgil Catania), del presidente Ance Catania Giuseppe Piana e della maggioranza del Comitato di Gestione della Cassa Edile. Un plauso alla Procura e al Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza per il lavoro incessante che ha portato ad un ottimo risultato investigativo e che ha confermato i nostri sospetti iniziali. Il valore dell’azione giudiziaria, sono certo, inciderà sul futuro, restituendo all’Ente il prestigio e la professionalità che ha sempre avuto».

MAFIA-‘INDRANGHETA: IN MANETTE 334 PERSONE NEL VIBONESE

'Ndrangheta, maxi blitz: 334 arresti /VIDEO

Video Operazione  “Rinascita-Scott”

 

Mafia-indrangheta quasi affondata .Maxi operazione da stamane dei  Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Vibo Valentia che hanno notificato  un’ordinanza di custodia cautelare del gip di Catanzaro su richiesta della Dda a carico di 334 persone .

L’operazione ‘Rinascita-Scott’ ha disarticolato tutte le organizzazioni di ‘ndrangheta operanti nel Vibonese e facenti capo alla cosca Mancuso di Limbadi. Complessivamente sono 416 gli indagati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, fittizia intestazione di beni, riciclaggio e altri reati aggravati dalle modalità mafiose.

Risultati immagini per immagine di ndrangheta

Le indagini che hanno condotto a queste conclusioni in realtà partono dagli anni scorsi ed  oltre alla Calabria, interessa varie Regioni d’Italia dove la ‘ndrangheta vibonese si è consolidata: Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia, Puglia, Campania e Basilicata. Alcuni indagati sono stati localizzati e arrestati in GermaniaSvizzera Bulgaria in collaborazione con le locali forze di polizia e in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dall’autorità giudiziaria di Catanzaro.

L’operazione ha richiesto l’utilizzo di 2500 Carabinieri, Paracadutisti, degli Squadroni Eliportati Cacciatori, dei reparti mobili, da mezzi aerei e unità cinofile.

Il gioielliere di Nicolosi che uccise i banditi in fuga, alle spalle, condannato dalla Corte d’Assise

Non fu legittima difesa: Guido Gianni, 57 anni,sparò mentre i banditi fuggivano. Adesso annuncia di fare ricorso

 

Uccise due rapinatori e ne ferì un terzo, gioielliere di Nicolosi a processo

CATANIA

(ore 13.33)

L’episodio risale al 2008.  Adesso la Corte d’assise di Catania ha formulato la sentenza: gioelliere condannato a 13 anni di reclusione, per duplice omicidio e tentativo di omicidio, , Guido Gianni, di 57 anni, che il 18 febbraio di quell’anno, a Nicolosi,  uccise due rapinatori e ne ferì un terzo che avevano assaltato il suo negozio, minacciando di uccidere la moglie con una pistola poi risultata a salve e senza il tappo rosso.

Il Pm aveva chiesto la condanna a 17 anni. I difensori avevano chiesto l’assoluzione per legittima difesa. I giudici  invece hanno deciso per una pena detentiva di 13 anni e hanno disposto un risarcimento per le parti civili: i familiari delle due persone uccise, Davide Laudani e Sebastiano Catania, e il ferito, Fabio Pappalardo.

Non ci stanno I legali del gioielliere, gli avvocati Orazio Gulisano e Michele Liuzzo, che hanno annunciato ricorso, hanno vibratamente sostenuto la tesi della legittima difesa e che la mente di Gianni in quel momento fosse «offuscata» dall’aggressione subita dalla moglie da parte dei rapinatori. Sul caso i carabinieri approfondirono le indagini.

Il dramma e la rapina Non erano ancora le 19 quando quel 18 febbraio del 2008 un giovane si presentò alla gioielleria con annesso laboratorio di oreficeria. La signora Mariangela, titolare dell’esercizio commerciale, credeva fosse un normale cliente e aprì la porta blindata. Alle spalle del primo bandito però, che era a volto scoperto, arrivarono i due complici camuffati con un passamontagna azzurro e tenendo in mano una pistola, ritrovata e risultata giocattolo, ma perfettamente simile a una vera e priva del tappo rosso d’identificazione. I banditi chiesero soldi e gioielli, minacciando la signora.

Il marito della donna, che lavorava nel retrobottega, intervenne armato di una pistola  detenuta regolarmente e che già anni prima gli aveva permesso di sventare un’altra rapina. Il gioielliere sparò un paio di colpi in aria a scopo intimidatorio ma la reazione dei malviventi portò prima all’aggressione della moglie dell’uomo, minacciata e percossa e poi ad una colluttazione con Gianni, nel frattempo uscito dal retrobottega.

Minacciato dal rapinatore, l’orafo sparò durante la colluttazione e dalla ricostruzione dei periti il gioielliere avrebbe ferito e colpito mortalmente due rapinatori non frontalmente ma mentre fuggivano, – di qui l’accusa del Pm- centrandoli alle spalle. Morirono in due, entrambi ventunenni: Davide Laudani e Sebastiano Catania, di Aci Catena; uno fu trovato a terra davanti la gioielleria, l’altro poco lontano, agonizzante e, morì durante i soccorsi.